Legge elettorale, la parola a Colle e Consulta, poi via libera per il voto
- Postato il 9 ottobre 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Legge elettorale, la parola a Colle e Consulta, poi via libera per il voto
«Tensioni nella maggioranza» (Repubblica). «Ansia per la tenuta del governo» (Domani). «A destra allarme influenza» (Il Fatto, ipotizzando assenze in aula causa malattia). Le speranze della sinistra e i titoli di certi giornali sono invecchiati peggio del solito. Alle 12.38 la Camera ha approvato la nuova legge elettorale con 227 voti favorevoli: 31 in più del necessario. Il risultato è in linea con le votazioni di fiducia dei giorni scorsi. Quella di ieri, però, è molto più importante: era l’ultima e soprattutto era a scrutinio segreto. All’opposizione non è rimasto che alzare i cartelli di protesta contro la «legge truffa».
A chi, nella maggioranza, ha qualcosa da ridire a Giorgia Meloni e all’esecutivo, il voto segreto offriva l’occasione perfetta. Se non per bocciare la riforma (esito che avrebbe causato la fine anticipata della legislatura), per inviare segnali di malcontento a Palazzo Chigi. Invece, nulla. Perché il testo diventi legge manca solo la promulgazione di Sergio Mattarella, e anche in questo caso non dovrebbero esserci difficoltà.
MESSAGGIO AL CAMPO LARGO
Meloni ha buoni motivi per festeggiare. Grazie alle nuove regole, commenta, «quando gli italiani torneranno a votare potranno scegliere tutto: il partito, la coalizione, il programma, il candidato premier e - di nuovo - il proprio parlamentare», perché tornano le preferenze, sebbene limitate. Soprattutto, grazie al premio di governabilità sono favorite «la stabilità e la coerenza parlamentare di qualunque governo, indipendentemente dal suo colore politico». Il principio è il solito: «Chi vince deve poter governare». C’è pure una dedica alla sinistra: «A chi sperava di vedere il centrodestra diviso, rispondiamo con i fatti: siamo uniti, compatti e determinati a portare avanti gli impegni presi con i cittadini».
La stessa unità non si è vista nel campo largo. Nelle dichiarazioni in diretta televisiva che hanno preceduto il voto, quando Giuseppe Conte ha elogiato l’ex pm Roberto Scarpinato, oggi discusso senatore pentastellato, nessuno degli eletti nei partiti presunti alleati (Pd, Avs, Italia viva) ha applaudito.
Quando poi è stato il turno di Elly Schlein, la sua insistenza sull’«alleanza progressista, unita e competitiva» è stata subito smentita dagli eletti del M5S, che hanno ostentato una reazione gelida. Per il campo largo il vero problema delle nuove regole è l’obbligo di dichiarare il nome della persona «da indicare come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio». Quello che per gli elettori è un elemento di chiarezza, per la sinistra è la causa dello scontro tra leader. Senza quella norma, la loro convivenza sarebbe molto più semplice.
Alcuni confidano nel capo dello Stato. Si appellano a lui Riccardo Magi e i radicali, chiedendogli di rinviare la legge alle Camere. Sono destinati a rimanere delusi: Mattarella, a quanto si apprende, è orientato a mettere la firma in tempi rapidi, poiché non ravvisa nel testo elementi in palese contrasto con la Costituzione. Il giudizio definitivo verrà dall’altro palazzo sul Colle: l’unica vera speranza dell’opposizione sono i giudici costituzionali. È per arrivare a loro che la sinistra ha già scritto i ricorsi contro la legge elettorale, che saranno presentati nei tribunali civili non appena entrerà in vigore.
GLI ULTIMI PEZZI
È presto per dire che ieri è iniziata la «Terza repubblica», come ha annunciato in aula Giovanni Donzelli, dirigente di Fdi. Dipenderà da quello che farà la Consulta e da come voteranno gli italiani. Se nessuna coalizione raggiungerà il 42% dei voti in entrambe le Camere, i seggi saranno distribuiti con metodo proporzionale. Significherebbe mancanza di una maggioranza politica e quindi governi di larghe intese, magari affidati a un tecnico o a una personalità “super partes”: un classico della Seconda repubblica. La nuova legge elettorale, quantomeno, riduce di molto questo rischio.
In ogni caso, qui inizia la fine della legislatura. La Corte, se ravvisasse profili di incostituzionalità nella legge elettorale, con ogni probabilità la correggerebbe senza bisogno di farla tornare in parlamento. Su questo convergono costituzionalisti di orientamento diverso come il cattolico progressista Stefano Ceccanti («è probabile che la Consulta si pronunci già nel mese di gennaio con una sentenza autoapplicativa») e il conservatore Nicolò Zanon («la Corte costituzionale non sovvertirà la legge, ma non mancherà di intervenire su qualche aspetto»).
Significa che prima di marzo ci sarà una legge “costituzionalmente conforme” con cui riportare gli italiani ai seggi. E per allora la legge di Bilancio, il compito più importante rimasto al governo Meloni, sarà stata varata. Gli ultimi pezzi si stanno allineando e vanno tutti nella direzione di un voto anticipato tra aprile e giugno.
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