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L’albero dell’essere e del chi sono

  • Postato il 5 agosto 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

L’albero dell’essere e del chi sono

“Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutte le cose sono uno”, si tratta del frammento 50, secondo la numerazione Diels-Kranz, di Eraclito; è un concetto fondamentale che, qualche secolo dopo, ritroviamo nelle parole di Chuang Tzu: “Il cielo e la terra e io viviamo insieme, e tutte le cose e io siamo uno”. La questione dell’unità e del molteplice attraversa tutto il pensiero della filosofia, come abbiamo visto, sia occidentale che orientale, permane nella teologia plotiniana, in quella cristiana, nel pensiero di Hegel e, ancora oggi, è oggetto di illuminate riflessioni delle menti più famose dell’intellighenzia mondiale. Lungi da me l’idea di poter aggiungere qualcosa di importante a quanto tanto sapere ha elargito, mi piace, però, provare a risalire, con la consapevolezza di non poter determinare alcun punto fermo definitivo al riguardo, all’origine delle vexata quaestio. Ancora una volta, rimando chi fosse interessato all’argomento a un antico scritto che avevo titolato “L’inganno del ti estì”, credo sia importante risalire a Socrate il quale, in maniera tanto acuta quanto subdola, afferma di non voler lasciare nulla di scritto poiché la filosofia è in perenne divenire e nulla può essere posto come non rivedibile, modificabile, ulteriormente approfondibile o osservabile da un nuovo punto di vista. Come non amare la libertà di pensiero di un simile filosofo, come non riconoscergli la modestia di chi non vuole ergersi a depositario di estreme verità. Il fatto stesso che affermasse di essere a conoscenza di una sola verità, cioè quella di non sapere, me lo fece immediatamente amare nei lontanissimi anni di liceo, lo vidi come esempio e guida, tanto grande e tanto coraggioso, il Cristo del pensiero, l’eroe della libertà eppure così umile. Non compresi il rovesciamento dell’atto gnoseologico da lui attuato: la verità è nell’essere e non nelle strutture del soggetto se non nel momento in cui, aprioristicamente, le si suppone identiche alla struttura dell’essere poiché funzionano. In quel modo, surrettiziamente, la forma della rappresentazione si autoconferma. Ma in quegli anni, ancora adolescente, era urgente un mito, un ideale espressione di una verità definitiva, una sorta di dogma che mi facesse da faro; insomma, da adolescenti si è sempre un po’ fanatici e integralisti, poi, pian piano, si cresce. Non tutti, ahimè, come dimostrano eccessi di violenza in nome della libertà, censure feroci a garanzia del diritto di opinione e altre simili nefandezze.

Lasciamo a margine malinconie da cronaca triste e torniamo a Socrate: la questione scrittura è fondamentale. Socrate mi appare come lo spartiacque tra la cultura orale e quella documentaria, per dirla alla latina, verba volant,scripta manent! Secondo quanto ci narra Platone nel Fedro, il dio Theuth è l’ideatore della scrittura, la concepì come un farmaco e la volle regalare al re di Tebe che, sorprendendolo, la rifiutò giudicandola come l’immagine di un finto sapere, riconoscendo nella memoria e nell’oralità l’unica vera conoscenza. Evidentemente il dono di Theuth ha superato brillantemente la regale censura, anzi, ha proseguito il suo cammino modificandosi in forme sempre più sofisticate e pericolose, fino a raggiungere l’impervia e terribile vetta dell’intelligenza artificiale. Limitiamoci a un’ovvia considerazione al riguardo: il pericolo non è nel mezzo ma in chi e nel come e per quale fine lo impiega. Con una lama puoi affettare del pane per chi ha fame o preferire sgozzare un innocente, il caritatevole o l’assassino non sarà certo il coltello. La questione del virtuale e dell’intelligenza artificiale merita una specifica riflessione, per ora torniamo alla scrittura. Nel momento in cui Socrate sembra voler celebrare le antiche radici del sapere, sta fondando la prospettiva che le cancelleranno o, almeno, le faranno ricordare come ingenue forme sapienzali dell’età del mito, non è un caso che, ricorrendo al solo dialogo, ai suoi interlocutori porrà la fondativa domanda: Ti estì? Che cos’è? Pretenderà la definizione, l’individuazione, la consapevolezza, dell’esistenza di ciò che, per sua natura, non può essere diveniente.

Da una parte la visione olistica, unitaria, il perenne fluire dell’essere, dall’altra la radice della prospettiva egoriferita del soggetto conoscente, quella che sarà la base del sistema platonico, dell’escatologia aristotelica, del metodo scientifico, del principio di non contraddizione, insomma, di tutto il bagaglio che la nostra cultura attuale dà per tanto evidente da non richiedere riesame, quel porsi tutti nella stessa prospettiva fino a non concepire come possibile null’altro. Questo, paradossalmente, lubrificato dall’elegante “chiamarsi fuori” peculiare dell’approccio socratico, affermando di non sapere e richiedendo conferme di verità assiomatiche ai propri interlocutori, Socrate, certo in buona fede come prova la sua accettazione della condanna, ha creato il mostro dell’attuale pensiero che, più che globalizzato, definirei omologato, unico. Ricorro a una metafora per chiarire il concetto: l’umanità, la sua storia, sono paragonabili a un immenso albero dalle profonde e, oramai, invisibili radici che si protende, immenso, nell’infinità dei suoi rami che si allungano verso un cielo lontano. In qualche misura tutte le culture riconoscono l’unità dell’albero, ma la danno per acquisita a tal punto, da non comprenderne più l’importanza. Ogni ramo riconosce le proprie peculiarità che sono figlie della diversa esposizione alla luce, alla quantità di umido che recepiscono, e via di seguito. Addirittura ognuno si perde a osservare la particolare frastagliatura di ciò che è, ognuno è foglia, ognuno diversa da ogni altra, ma, così facendo, ognuno riduce la propria percezione del tutto ai particolari nei quali si identifica. Se vedi solo il ramo non vedi l’unico albero ma non perché questo non sia. L’albero senza nome, era prima che fossero i nomi, ci rende tutti foglie caduche, in senso ungarettiano, che non ricordano le comuni radici, .

Nell’Isha Upanishad è possibile leggere: “Chi vede tutti gli esseri nel Sé, e il Sé in tutti gli esseri, non odia nessuno” com’è possibile la guerra com’è possibile la rabbia nei confronti del vicini, dell’ex che se ne è andato/a, dello straniero, del diverso? Com’è possibile che la mediocrità di tanti politici si trasformi in aggressività, che migliaia di persone ancora credano di essere depositare di verità incontrovertibili, che sconosciuti si diano appuntamento solo per farsi del male? Com’è possibile che l’odio, la mediocrità l’assenza di senso, l’arroganza dell’ignoranza ancora riempiano le nostre giornate, che vigliacchi si divertano a odiare sui social, che invidia, frustrazione fallimenti si risolvano in feroci e rancorose critiche? Forse ancora più orribile: com’è possibile l’indifferenza? Che fare? Eliminare la povertà per legge? Stendere arcobaleni fuori dai balconi? Vietare l’uso dei cellulari? Inasprire le pene per ogni errore? Credo sia necessario comprendere che, se non vediamo tronco e radici non è perché non sono, ma perché non riusciamo a vedere oltre il ramo. Bisogna smettere di pensarsi come antitesi a qualcosa o qualcuno, non siamo qualcuno perché neghiamo altro, siamo qualcuno perché portatori di un’idea, dobbiamo riscoprire la centralità dell’essere umano non con l’arroganza di chi crede di poter usare il mondo, non con la squallida mira di essere potente sugli altri, non perché in possesso di mezzi di controllo, ognuno di noi deve saper divenire atto d’amore. Se solo quei poverini che si dichiarano anarchici sfondando vetrine e picchiando presunti nemici, se solo scoprissero che l’uomo libero, il vero portavoce dell’anarchia, è l’Übermensch nietzscheano, che non ha paura di accettare che dio sia morto, come non ha paura di accettare che molti ancora non se ne siano resi conto, che non ha bisogno della rabbia per sentirsi vivo e che non cerca antagonisti per sapersi almeno antitesi, se questi malriusciti che si professano i buoni capissero le parole di Ecce Homo: “I buoni, infatti, non sono capaci di creare: essi sono sempre il principio della fine: essi crocifiggono colui che scrive valori nuovi su tavole nuove, essi immolano a se stessi l’avvenire, crocifiggono ogni avvenire dell’uomo! I buoni – costoro furono sempre il principio della fine”.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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