LA PULIZIA ETNICA CHE NON SI PUÒ NOMINARE
- Postato il 8 luglio 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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di Massimo Reina
Ci sono parole che nel dibattito occidentale funzionano come le bestemmie in chiesa: non si pronunciano. Puoi descrivere i fatti, mostrare le fotografie, esibire le mappe satellitari, citare le Nazioni Unite, leggere i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani. Ma guai a usare il termine proibito.
Così accade che, mentre tutti dichiarano di difendere il diritto internazionale, il diritto internazionale venga sistematicamente ignorato quando riguarda Israele.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), dal gennaio 2023 all’aprile 2026 almeno 117 comunità palestinesi, in prevalenza beduine e pastorali, hanno subito uno sfollamento totale o parziale. Alla fine dell’aprile 2026 gli sfollati forzati risultavano essere almeno 5.910. Non stiamo parlando di una calamità naturale o di una misteriosa sparizione collettiva. Parliamo di persone che vivevano sulle proprie terre e che oggi non ci vivono più.
Nel frattempo, secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, i coloni hanno creato 363 avamposti in Cisgiordania, di cui ben 212 dal 2023 in poi. Molti di questi avamposti risultano illegali non solo secondo il diritto internazionale, ma persino secondo la legislazione israeliana.
E qui arriva la parte più interessante...
Immaginate per un momento che una qualsiasi altra nazione del pianeta permettesse la proliferazione di insediamenti dichiarati illegali dalle stesse leggi nazionali. Immaginate la Russia, la Cina, l’Iran o il Venezuela.
Le prime pagine dei giornali si scriverebbero da sole. Invece, quando accade in Cisgiordania, la narrazione dominante continua a parlare di “episodi”, “incidenti”, “iniziative di gruppi radicali”, “eccessi di singoli coloni”. Una specie di epidemia mondiale di sonnambulismo politico.
A smontare questa rappresentazione interviene ora Amnesty International con un rapporto costruito attraverso interviste sul campo, analisi di oltre 420 fotografie e video, immagini satellitari, documentazione governativa, atti giudiziari, rapporti ONU e testimonianze di attivisti, avvocati, giornalisti e residenti.
La conclusione di Amnesty è devastante. Secondo l’organizzazione, non ci troviamo davanti a deviazioni marginali o comportamenti isolati, ma a un processo sistematico favorito dalle politiche statali.
Un’indagine strutturata e documentata
La segretaria generale di Amnesty, Agnès Callamard, parla apertamente di “campagna statale di pulizia etnica” e di violazioni sistematiche dei diritti umani.
Naturalmente, a questo punto scatta il riflesso condizionato. Se Amnesty denuncia la Russia, il rapporto viene citato come fonte autorevole. Se Amnesty denuncia l’Iran, il rapporto viene citato come fonte autorevole. Se Amnesty denuncia Israele, improvvisamente Amnesty diventa sospetta, politicizzata, discutibile, ideologica.
È una curiosa legge della fisica geopolitica: l’affidabilità di una fonte varia a seconda di chi viene criticato. Il punto però non è nemmeno questo. Il punto è la straordinaria ipocrisia di gran parte delle cancellerie occidentali. Da anni ascoltiamo solenni dichiarazioni contro l’annessione, contro l’occupazione, contro la violazione del diritto internazionale.
Dichiarazioni. Comunicato. Tweet. Conferenza stampa
E poi preoccupazione. Profonda preoccupazione. Profondissima preoccupazione. Nel frattempo gli avamposti aumentano, gli sfollati aumentano, le terre vengono confiscate e la situazione sul terreno cambia giorno dopo giorno. Amnesty osserva che quasi il 58% dell’Area C non è registrato e che una quota enorme di queste terre è stata progressivamente dichiarata proprietà statale da parte delle autorità israeliane.
Tradotto dal burocratese al linguaggio umano: intere comunità vedono restringersi il proprio spazio vitale fino a diventare insostenibile. Eppure le reazioni internazionali restano minime. Qualche sanzione simbolica. Qualche nome inserito in una lista. Qualche dichiarazione indignata destinata a durare il tempo di un ciclo di notizie.
Callamard accusa apertamente gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Germania, l’Italia, gli altri paesi europei e gli stati arabi di non fare abbastanza per fermare ciò che Amnesty considera un sistema di occupazione illegale, apartheid e trasferimento forzato della popolazione.
Parole pesanti. Parole che meriterebbero un dibattito serio. Invece spesso vengono archiviate nel cassetto delle cose da non discutere. Perché il problema non è soltanto ciò che accade in Cisgiordania. Il problema è ciò che accade all’idea stessa di diritto internazionale. Le regole valgono per tutti oppure valgono soltanto per gli avversari dell’Occidente?
Perché se il principio diventa questo, allora non esistono più norme universali. Esistono soltanto rapporti di forza. E quando il diritto cede il passo alla forza, la storia insegna che il conto arriva sempre.
Prima o poi.
Per tutti.
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