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La NBA non aspetta nessuno: Wembanyama ha perso un treno, New York ha riscritto la storia. Ma ripetersi sarà durissima

  • Postato il 15 giugno 2026
  • Di Virgilio.it
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La NBA non aspetta nessuno: Wembanyama ha perso un treno, New York ha riscritto la storia. Ma ripetersi sarà durissima

Hanno annunciato il giorno in cui a NY nessuno avrà ragione di lamentarsi che c’è troppo traffico: giovedì 18 giugno la metropoli verrà paralizzata dalla parata per il titolo vinto dai Knicks, e a sentire i cittadini newyorchesi nessuno sembra avere nulla in contrario. Perché 53 anni di attesa valgono bene una giornata di complicazioni per tutti: è l’effetto dilagante di una festa che nella grande mela bramavano da una vita, anche se la preoccupazione delle forze dell’ordine è che si ripetano scene come quelle viste nel corso della serie con gli Spurs, con qualche disordine decisamente poco avvezzo al contesto.

New York ha fatto qualcosa che va contro ogni logica

Se New York giovedì esploderà di gioia è perché c’è stato chi le ha permesso di farlo. Innanzitutto i ragazzi di Mike Brown, sul quale nessuno avrebbe mai pensato di scommettere un euro a inizio stagione, benché le premesse per far bene ci fossero tutti. Ma i Knicks non partivano certo come la squadra da battere: avevano davanti gli ambiziosi Pistons, a un certo punto persino i Celtics, che ritrovando Tatum prima del previsto si erano rimessi minacciosi in carreggiata.

E poi, anche ammesso che fossero avanzati alle Finals, c’era il “problema” di come riuscire a fermare quelli del “selvaggio West”: Thunder su tutti, ma anche Spurs, Wolves e Nuggets per tante ragioni facevano paura (in teoria anche Rockets e Lakers, ma fare le squadre con le figurine in NBA non paga più). Una volta approdati in finale, i giovani e sfrontati Spurs della nuova stella del firmamento del gioco (Victor Wembanyama da Le Chesnay-Rocquencourt, sobborgo di Parigi) parevano un ostacolo insormontabile.

A suon di rimonte e di ribaltoni a dir poco pazzeschi, la logica ha però deciso di andare a farsi benedire, premiando il coraggio, l’ardore e la forza di volontà di una “squadra di cagnacci”, per dirla con le parole del loro allenatore. Che non a caso ha intonato a più riprese il ritornello di “Who let the dogs out?” per far capire che non si dovevano lasciare i cani fuori dal recinto.

Questa NBA ha dimenticato il concetto di dinastia (volutamente)

New York in questi giorni è una città che vive come in una bolla, con la colonna sonora che è rappresentata dalla canzone di Alicia Keys che prende il titolo proprio dal nome della città. La cantano tutti, come un inno di grazie per ciò che gli occhi hanno visto. Un sentimento che pervade il cuore e la mente, consapevoli che emozioni come queste potrebbero non durare tanto a lungo.

Perché l’NBA è diventata una lega dove i bis non sono più la regola: dimenticate le dinastie dei decenni passati (Bulls anni ’90, Lakers e Spurs dei primi anni 2000, Warriors degli anni ’10), perché da 8 anni sistematicamente vince una squadra diversa da quella dell’anno precedente. E tutto sommato la striscia potrebbe proseguire negli anni a venire, pensando alle velleità di squadre come Spurs, Wolves e Pistons (o magari Cavs) che qualcosa da dire lo avrebbero, eccome.

Knicks, una squadra di “cagnacci”. Ma il difficile viene ora

I Knicks hanno fiutato il momento e l’hanno colto: 15 vittorie nelle ultime 16 partite giocate sono un unicum nella storia della post season, sebbene almeno tre di queste vittorie avessero una percentuale di riuscita quasi infinitesimale pensando a come sono arrivare (il -22 in gara 1 contro i Cavs, il successo in gara 2 a San Antonio e soprattutto l’epica rimonta da -29 di gara 4).

Brunson ha zittito critici e addetti ai lavori, dimostrando che l’altezza è solo un numero, ma che contano di più il cuore e la tecnica (e il sangue freddo). Towns ha confermato la striscia di chiamate basse al draft da Minnesota che l’anello l’hanno vinto, ma altrove (prima di lui Garnett, Love e Wiggins), Anunoby ha elevato al massimo il proprio status al momento propizio e gente come Bridges, Hart, Robinson, Shamet, Alvarado, Clarkson e McBride ha portato mattoni pesantissimi quando più contava. Una squadra “in missione”, che ora sarà chiamata alla prova più improba di tutte. Perché in NBA vincere è difficile, ma ripetersi è praticamente impossibile.

San Antonio ha un futuro luminoso, ma nessuna certezza di vincere

Lo stesso dicasi per i San Antonio Spurs, che hanno un luminoso avvenire davanti a sé (roster all’anagrafe e scelte al draft alla mano), ma nessuna certezza che quell’avvenire potrà rivelarsi vincente. Perché infortuni, trade e avversari in stato di grazia (come accaduto quest’anno) possono ribaltare ogni previsione. È successo anche ai Thunder, che parevano lanciatissimi verso il bis e invece nemmeno sono atterrati alle Finals.

Wembanyama è un fenomeno generazionale al quale va dato tempo di crescere e maturare, quindi anche di sbagliare. Anche Mitch Johnson sa di avere margini di miglioramento notevoli: avere un guru come Popovich aiuta, ma certe rimonte subite nel finale (San Antonio è stata avanti per il 73% del tempo delle 5 partite giocate, ma ha vinto una sola partita…) fanno capire che ce n’è di strada da fare per raggiungere certi traguardi. Castle, Vassell, Champagnie e Harper garantiscono qualità ed efficienza, ma Fox ha steccato e servirà una guardia più sul pezzo (e magari un centro di riserva degno di non far rimpiangere Wemba anche solo per un paio di minuti) per alzare la qualità della compagnia.

In una NBA che non aspetta nessuno, il treno buono potrebbe essere già passato, come per i Thunder del 2012 (Durant, Westbrook, Harden e Ibaka: ko. 4-1 con Miami e mai più Finals prima del rompete le righe di 4 anni più tardi). E quei 12 punti totali di scarto nella serie potrebbero rappresentare in eterno il confine tra paradiso e inferno.

Autore
Virgilio.it

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