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«La moglie lo odiava e voleva i soldi», nella lettera anonima la pista sul delitto di Steccato di Cutro

  • Postato il 30 settembre 2026
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«La moglie lo odiava e voleva i soldi», nella lettera anonima la pista sul delitto di Steccato di Cutro

Il Quotidiano del Sud
«La moglie lo odiava e voleva i soldi», nella lettera anonima la pista sul delitto di Steccato di Cutro

La lettera anonima indirizzava gli inquirenti verso il movente economico per far luce sul delitto di Steccato di Cutro: «La moglie l’odiava»


CUTRO — «La moglie lo odiava e voleva i soldi. Non è stato un allontanamento volontario». Nel giallo sull’omicidio di Salvatore Giglio, l’uomo assassinato a Steccato di Cutro e fatto sparire nel fiume Tacina, a rompere il muro di gomma e a indirizzare le indagini non è stato soltanto il fiuto degli inquirenti o l’occhio delle telecamere, ma anche un esposto anonimo. La segnalazione, giunta sul tavolo degli inquirenti tre mesi dopo la scomparsa, è stata come un faro acceso nel buio dei depistaggi che, secondo i carabinieri e la Procura di Crotone, contenevano le versioni dei familiari della vittima poi arrestati, l’ex moglie Daniela Rossato e il figlio Nicola.

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La pista svelata: l’anonimo che indicò il camino e il movente

Nell’esposto venivano messi in luce i conflitti maturati all’interno del nucleo familiare. Legati a doppio filo alle decisioni patrimoniali della vittima e alla gestione dei beni mobili e immobili che Giglio intendeva alienare scatenando l’opposizione dei congiunti.

Ma il passaggio forse più dirompente della missiva anonima riguardava proprio la gestione del post-delitto e i tentativi di cancellare ogni traccia biologica e materiale all’interno dell’abitazione di via Agrigento. L’estensore dell’esposto, in quel messaggio vergato con lettere maiuscole, suggeriva agli inquirenti di concentrare le attenzioni sui giorni immediatamente successivi alla scomparsa.

L’odore acre e i rumori in cantina

Negli atti dell’inchiesta, il contenuto di quella segnalazione viene analizzato e valorizzato per la sua straordinaria aderenza ai riscontri successivi. L’esposto, infatti, invitava esplicitamente a verificare cosa stesse accadendo all’interno della cappa fumaria e a non credere alle versioni di facciata.

Tra i passaggi più significativi riportati nei documenti investigativi, l’anonimo scriveva senza esitazioni: «…controllate cosa è stato bruciato in quei giorni nel camino di casa. C’è un odore acre che non è quello della normale legna da ardere, stanno cercando di distruggere ciò che apparteneva a Salvatore e non solo. La lite per le case e per i beni vero motivo per cui è sparito, non credete alla storia dell’allontanamento volontario o dei santoni…». E ancora: «cercate anche nelle cantine, sabato notte si sentivano rompere dei mattoni».

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Un grimaldello giudiziario

Parole pesanti come macigni, che indicavano la pista da seguire, confermata dai successivi sviluppi investigativi. L’anonimo non si limitava a lanciare un generico sospetto, ma legava indissolubilmente il movente economico – l’odio sorto per la gestione dei beni di famiglia – alla condotta materiale successiva al delitto. Un invito agli investigatori a verificare il fumo anomalo e l’odore acre che uscivano dal comignolo, giustificati dagli indagati con la fandonia della carne decongelata o degli abiti vecchi dati alle fiamme in un impeto d’ira.  

Quella lettera anonima ha agito come un vero e proprio grimaldello giudiziario, fornendo agli inquirenti la chiave interpretativa corretta per leggere le testimonianze dei vicini e per dare il giusto peso ai riscontri tecnici. Una spia anonima ha tolto il velo all’orrore, trasformando il sospetto in una prova da verificare. Se sia così caduto un castello di menzogne costruito dagli indagati per accreditare una pista alternativa a quella dell’omicidio, dovrà stabilirlo una sentenza.

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