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La missione di ricerca e l’immersione fatale: cosa si sa sulla tragedia alle Maldive. La procura di Roma apre un’inchiesta

  • Postato il 15 maggio 2026
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  • Di Genova24
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La missione di ricerca e l’immersione fatale: cosa si sa sulla tragedia alle Maldive. La procura di Roma apre un’inchiesta

Genova. Monica Montefalcone, docente e ricercatrice dell’Università di Genova nota a livello internazionale, e l’assegnista Muriel Oddenino erano alle Maldive dal 2 maggio per una missione di ricerca sulla barriera corallina e gli ecosistemi costieri.

Entrambe hanno perso la vita nel corso di un’immersione per esplorare le grotte di Alimathà, nell’atollo di Vaavu: con loro la figlia 22enne di Montefalcone, Giorgia Sommacal, il neolaureato (con Montefalcone) Federico Gualtieri e l’istruttore e amico Gianluca Benedetti. Nessuno è riemerso vivo dalle profondità delle acque dell’oceano Indiano, per cause ancora da chiarire e al vaglio delle autorità locali. La procura di Roma, intanto, ha aperto un’inchiesta.

La missione di ricerca il gruppo “allargato”

Ciò che si sa sinora sulla tragedia delle Maldive è che Montefalcone e Oddenino avrebbero dovuto rimanere sulle isole sino al 17 maggio per attività di ricerca autorizzata dall’Università di Genova. A bordo della Duke of York, liveaboard che dispone di 11 cabine su tre ponti e 21 posti letto, erano presenti anche altri studenti dell’ateneo (in totale 20 italiani) che avevano deciso di unirsi alla docente per osservarla al lavoro. Con loro, anche lui autorizzato dall’Università, l’entomologo forense Stefano Vanin, che avrebbe dovuto raccogliere dei campioni.

Il gruppo aveva scelto la barca come base non solo per le ricerche, ma anche per le esplorazioni: dormivano e mangiavano a bordo, spostandosi nell’atollo per raccogliere dati sulla posidonia, di cui Montefalcone era molto esperta, e sui coralli. Giovedì i cinque, tutti sub esperti, hanno deciso di immergersi per visitare le grotte: alle 13.45, non vedendoli risalire, i compagni hanno dato l’allarme.

Nel corso del pomeriggio è arrivata la conferma che nessuno era sopravvissuto, e le operazioni di recupero dei corpi sono tutt’ora in corso: il primo è stato trovato alle 18:13 di giovedì dai subacquei che stavano effettuando le ricerche, e sembra si tratti di quello di Montefalcone.

Montefalcone alle Maldive era di casa. Per il suo lavoro vi si recava ogni anno, e sono stati molti gli studenti che hanno deciso di trascorrere qualche giorno con lei per vederla all’opera e imparare quanto più possibile. L’immersione, però, non era prevista nell’attività accademica: il protocollo dell’Università di Genova consente esclusivamente attività di snorkeling durante le missioni.

La professoressa era però una sub molto esperta, come detto, così come la figlia, studentessa di ingegneria biomedica, che spesso l’accompagnava nelle sue missioni. Cosa sia effettivamente accaduto a decine di metri di profondità non è ancora chiaro, e lo stesso recupero dei corpi è molto rischioso, anche a causa delle condizioni meteo. I membri del gruppo si ritiene siano ancora bloccati all’interno della grotta sottomarina, lunga circa 260 metri. 

Il sito web delle forze armate delle Maldive ha definito l’operazione “ad alto rischio”, motivo per cui la Guardia Costiera locale ha inviato sul posto ulteriore personale specializzato e attrezzature avanzate per le immersioni profonde. 

Malore, “ossigeno tossico” o panico: le possibili cause della tragedia

Tra le ipotesi alla base della tragedia c’è un problema legato alla miscela respiratoria. L’equipaggio dello yacht aveva a disposizione il Nitrox, una miscela di azoto e ossigeno comunemente usata per aumentare i tempi di fondo. Tuttavia, a profondità importanti come i cinquanta metri raggiunti dal gruppo, se la percentuale di ossigeno non viene opportunamente ridotta aumentando la quota di elio (creando una miscela adatta alle alte profondità), l’ossigeno stesso diventa iperbarico e altamente tossico.

Un altro scenario potrebbe essere legato al disorientamento nella grotta. Il fatto che nessuno sia riuscito a risalire fa temere che il gruppo si sia smarrito all’interno del canyon sottomarino. A cinquanta metri di profondità la luce solare è quasi inesistente. È sufficiente che le correnti o i movimenti dei sub abbiano sollevato la sabbia dalle cavità della grotta per azzerare la visibilità. In un ambiente chiuso lungo 260 metri, l’impossibilità di ritrovare l’uscita può aver scatenato il panico collettivo, portando i sub a consumare rapidamente tutta l’aria a disposizione nelle bombole.

Non si esclude poi l’eventualità che uno dei cinque sub sia rimasto incastrato tra le rocce della grotta o colto da un malore improvviso, e che i compagni abbiano cercato di andargli in aiuto, consumando tutto l’ossigeno disponibile a causa dello sforzo e del panico.

Come stanno gli italiani che erano a bordo

Come detto, a bordo della Duke of York erano presenti altri 20 italiani, alcuni studenti dell’Università di Genova. L’ambasciata d’Italia a Colombo sta offrendo loro assistenza, ha preso contatto con la Mezzaluna Rossa, che si è offerta di inviare volontari addestrati a offrire Primo Soccorso Psicologico.

A causa del maltempo, però, non è chiaro se potranno raggiungere la barca, che intanto si è spostata in cerca di un approdo sicuro e attende il miglioramento delle condizioni meteo per poter fare rientro a Malé.

La sede è anche in contatto con il gruppo DAN, compagnia assicurativa specializzata in copertura dei subacquei. DAN ha in programma di coordinarsi con le autorità locali per dare supporto sia alle operazioni di recupero delle salme, offendo le sue competenze tecniche, sia per il rimpatrio delle stesse. L’assicurazione si è anche offerta di fornire assistenza nella competenza tecnica specialistica, per una maggiore comprensione della dinamica dell’incidente.

L’ambasciata e la console onoraria restano intanto in contatto con i familiari per fornire supporto con le incombenze burocratiche del caso.

Autore
Genova24

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