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Trentotto maglie blu molto probabilmente comprate in fretta e furia in un quartiere popolare di Città del Messico, stemmi cuciti nella notte e numeri da football americano applicati col ferro da stiro: sullo sfondo della partita di calcio dove si sono visti i gol forse più famosi della storia, si nasconde un'incredibile operazione di... "fai-da-te" sportivo.
La fobia del CT: il peso del cotone
Siamo nel giugno del 1986. Ai Mondiali di calcio che si dispuntano in Messico, l'Argentina ha appena battuto l'Uruguay sotto una pioggia torrenziale, ma il CT Carlos Bilardo è furioso. Perché mai? Le divise blu ufficiali indossate dai suoi calciatori (foto qui sotto) prodotte dalla Le Coq Sportif usando pesante (a detta degli argentini) cotone, hanno assorbito acqua e sudore, diventando... pesantissime.. Per questo in vista dell'impegno successivo, il quarto di finale contro l'Inghilterra, in programma qualche giorno dopo a mezzogiorno sotto il sole cocente dei 2.200 metri di Città del Messico, Bilardo chiede allo sponsor divise più leggere e traforate. La risposta? "Impossibile produrle in tre giorni".
Missione disperata nel mercato di Tepito
A 72 ore dal match un dirigente, Rubén Moschella, viene allora spedito in missione tra i negozi di sport della capitale messicana. Secondo quanto riportato nel libro "El Partido" di Andrés Burgo, Moschella finì nel quartiere di Tepito, noto per i suoi mercati popolari. Ne uscì con due maglie blu di tessuto sintetico leggero, ma prive di loghi ufficiali.
Fu lo stesso Diego Maradona a decidere il destino della partita. Entrato nell'ufficio del CT, indicò una delle due maglie: «Questa è bellissima, Carlos. Con questa battiamo l'Inghilterra». Ne comprarono 38 esemplari (due per ogni giocatore della rosa, esclusi i portieri). Un'altra ricostruzione vorrebbe, invece, che alla fine lo sponsor tecnico Coq Sportif fosse riuscito a mandare nuove divise, ma rimediando tra quello che aveva in magazzino.
Ricamatrici e ferri da stiro: una notte folle
Qualunque fosse la provenienza di quelle maglie, quel che è certo è che si trattava di modelli se non proprio "tarocchi", comunque diversi da quelli ufficiali, con il logo del produttore (un gallo) molto più piccolo rispetto alla versione originale e soprattutto senza lo scudetto dell'AFA (la federazione argentina) e senza numeri.
Così nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1986 il ritiro dell'Argentina si trasformò in un piccolo laboratorio tessile. Le dipendenti del centro che ospitava gli argentini furono precettate per cucire a mano gli scudetti della federazione argentina, che differivano in modo abbastanza evidente dagli originali, per esempio per l'assenza dei rami d'alloro.. Per i numeri sulla schiena si ricorse a trasferibili di colore grigio metallizzato lucido (contro il bianco degli originali), solitamente usati per le divise da football americano. Vennero applicati con il ferro da stiro dai magazzinieri, sperando che non si staccassero con il calore della partita. Alla fine, però, la soluzione funzionò: i numeri non si staccarono e nessuno fece caso a tutte quelle particolarità artigianali, né dal vivo allo stadio né tra le centinaia di milioni di telespettatori sparsi nel mondo.
La prova del "Photo Matching"
Negli anni successivi si è più volte discusso se la maglia indossata da Diego nel secondo tempo della mitica partita fosse davvero quella non originale. La risposta definitiva è arrivata nel 2022 durante l'asta da Sotheby's dove la maglia è stata venduta per 9,3 milioni di dollari (vedi foto sopra).
Grazie a una tecnica chiamata Photo Matching gli esperti hanno infatti analizzato le foto ad altissima risoluzione del 1986 e decretato la conferma: le maglie usate in quella partita entrata nella leggenda non erano quelle della fornitura ufficiale. Non solo, ma confrontando alcune imperfezioni, come nelle cuciture dello stemma e nell'allineamento dei numeri, fu evidente anche che ogni maglia fosse diversa dall'altra, ognuna un pezzo unico da collezione..
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