La guerra Ue al petrolio presenta il conto
- Postato il 3 maggio 2026
- Di Panorama
- 0 Visualizzazioni
- 4 min di lettura
Non disponendo né di giacimenti petroliferi né di riserve di gas, negli ultimi dieci anni l’Unione europea ha sognato di risolvere i suoi problemi energetici ricorrendo al Green deal. Una grande transizione verso fonti rinnovabili e pulite, meno costose e con impatto zero sull’ambiente. Peccato che il sogno di indipendenza dalle fonti fossili, in questo inizio di primavera 2026, sia stato interrotto da un brusco risveglio.
Il primo segnale d’allarme è venuto dalla Slovenia, che ha deciso di razionare il carburante, imponendo un limite di acquisto alla quantità di benzina e gasolio. Poi sono arrivati gli allarmi delle compagnie aeree, a cominciare dalla Lufthansa, che hanno annunciato lo stop a decine di migliaia di voli a causa della mancanza di cherosene. Infine, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza nazionale per discutere misure di emergenza di fronte alla carenza di gasolio, benzina e jet fuel. In pratica, dopo anni di discussione su come raggiungere l’obiettivo di abbattere le emissioni da combustione, la situazione geopolitica del Medioriente sta mettendo l’Europa davanti alle conseguenze immediate e brusche di una rinuncia alle fonti fossili. Senza gas e petrolio, i Paesi della Ue si trovano precipitati in un Green deal forzoso, ma si trovano anche di fronte una realtà che nessuno aveva previsto. Senza cherosene non c’è modo di far volare gli aerei. E senza gasolio diventa impossibile far circolare le merci. Dunque, le scelte di politica energetica adottate negli ultimi decenni si rivelano fragili e l’intera economia dell’area euro è a rischio recessione.
Per anni Bruxelles ha puntato sulla rinuncia alla raffinazione del petrolio, imponendo regole sempre più severe ai produttori. Il risultato è che molti impianti sono stati chiusi. In Italia, fino a una decina di anni fa, le industrie di trasformazione del greggio erano 16 ma, prima della guerra in Ucraina, già si erano ridotte a 10 e non tutte pienamente funzionanti. La serrata degli stabilimenti – troppi secondo la rivista Energia – ha diminuito la capacità di trasformazione europea, con il risultato che molti Paesi Ue hanno una produzione al di sotto del minimo indispensabile per garantire il funzionamento della circolazione. Oggi il nostro Paese, come altri, è costretto a importare gasolio, benzina e jet fuel e si tratta spesso di prodotti scadenti, ma soprattutto costringe gli Stati a dipendere da altri, con i risultati evidenti che registriamo in questi giorni.
La più colpita dalla crisi energetica dovuta alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz è senz’altro la Germania. Un po’ perché, a differenza nostra, ma anche della Francia e della Spagna, non possiede una vera e forte compagnia petrolifera. Se noi abbiamo l’Eni, Parigi la Total e Madrid Repsol, ovvero colossi nazionali a cui – in qualche modo – è affidato anche il ruolo di garantire una tranquillità energetica ai propri Paesi; Berlino ha Rosneft Deutschland, ovvero una consociata del gigante russo. Ai tempi di Angela Merkel le forniture in arrivo da Mosca garantivano gas e carburante a basso prezzo e la cancelliera legò il destino della Repubblica federale al rapporto con il Cremlino. Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti.
A seguito dell’invasione dell’Ucraina, Berlino ha dovuto prendere il controllo del ramo tedesco di Rosneft, però questo non è certo bastato a riaprire le importazioni di petrolio e gas russi, rallentando, e non poco, la corsa della locomotiva tedesca. E dopo la guerra scatenata da Putin è arrivata quella condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, un conflitto che per i tedeschi rischia di essere il colpo di grazia. La sola Lufthansa è stata costretta ad annunciare che da qui a ottobre lascerà a terra 20 mila aerei e il cancelliere Merz ad approntare piani di emergenza per evitare il blocco dei trasporti e delle merci.
In pratica, l’Europa voleva rinunciare a petrolio e gas, ma ora petrolio e gas rinunciano all’Europa. E la loro carenza si sta trasformando in un suicidio economico, al punto che proprio Paesi come la Germania, ma anche come la stessa Italia, sono costretti a valutare misure tampone, per esempio la riapertura delle centrali a carbone che, ovviamente, non risolverebbero i problemi di approvvigionamento di carburante, ma almeno garantirebbero forniture energetiche per industrie e famiglie. Certo, si tratta di un paradosso: l’Ue che sognava un mondo a impatto zero, è costretta a ricorrere alla fonte più inquinante per evitare il disastro. Un paradosso che, però, dovrebbe insegnarci che le politiche energetiche da cui dipende un Paese non si affrontano né con atteggiamenti radicali né con pregiudizi ideologici.
Perché le scelte costano e quando sono sbagliate si pagano care.