“La grazia a Minetti un enorme pasticcio. Da ministro avrei suggerito al Quirinale di non darla: uno dei reati commessi dall’ex consigliera è odioso”
- Postato il 12 maggio 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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Cosa avrebbe fatto con la richiesta di grazia a Nicole Minetti? Come avrebbe agito se fosse stato al posto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, cosa avrebbe detto al presidente della Repubblica? “Mi sarei permesso di suggerirgli di non dare la grazia, perché almeno uno dei due reati commessi da Minetti, quello di induzione alla prostituzione, francamente è odioso”. A parlare, in un’intervista al Foglio, è Oliviero Diliberto, ex ministro della Giustizia nei governi di D’Alema, ex leader dei Comunisti Italiani, ora fuori dalla politica da dieci anni e fuori dal Parlamento da 18 (rinunciò a candidarsi per lasciare il posto a Ciro Pellegrino, ex operaio della ThyssenKrupp). Da dirigente del centrosinistra fu esaltato come un eroe dopo un confronto tv a Matrix su Canale 5 (che fece record di ascolti) contro Silvio Berlusconi, durante la campagna elettorale del 2006, poi vinta dalla coalizione guidata da Romano Prodi. Giurista, professore di Diritto Romano, è stato preside di Giurisprudenza alla Sapienza, ora insegna in Cina, a Wuhan, alla Zhongnan University of Economics and Law. Gli chiede Stefano Lorenzetto: cosa pensa della grazia concessa a Nicole Minetti? “Vedo molte ombre. L’adozione del bimbo in Uruguay è quantomeno dubbia. Ma l’aspetto più singolare è che in tutti questi anni l’ex igienista dentale abbia potuto, nonostante una sentenza definitiva di condanna, mantenere il passaporto e girare tranquillamente il mondo. Sarebbe dovuto scattare l’affidamento in prova ai servizi sociali”. Diliberto racconta che da guardasigilli gestì parecchie pratiche di grazia “ma solo di poveri disgraziati”. Fa l’esempio di Adriano Carlesi, “un fotografo condannato a quasi 30 anni per ricettazione di assegni, truffa e falso. Da 11 era rinchiuso nel carcere di Rebibbia. Fu graziato da Carlo Azeglio Ciampi”.
L’ex leader del Pdci spiega che l’iter per i provvedimenti di grazia è “assai complesso”. “Il detenuto o i suoi parenti chiedono la grazia al capo dello Stato, il quale fa vagliare la domanda dal ministero della Giustizia, che assume informazioni presso la Procura competente. La responsabilità politica e istituzionale dell’atto appartiene al presidente della Repubblica, però l’istruttoria la fanno altri. Insomma, servono tre pareri”. Nel caso di Nicole Minetti rileva “un enorme pasticcio. Si è creata una situazione surreale: Il Fatto Quotidiano solleva dubbi, Sergio Mattarella interpella il ministero per sapere se siano vere le indiscrezioni di stampa, la Procura generale di Milano indaga. Che io sappia, è la prima volta che il Quirinale concede la grazia ma poi è costretto a chiedere informazioni sulla veridicità dei presupposti in base ai quali l’ha firmata”.
Da qui alla gestione della macchina della giustizia del ministro Nordio il passo è brevissimo. “Non so come faccia a rimanere al suo posto – dice Diliberto senza mezzi termini -, lo dico con molto rispetto. La situazione è imbarazzante, soprattutto dopo il disastro del referendum sulla giustizia”. Sul voto di fine marzo, continua, “ha assunto un atteggiamento totalmente sbagliato. La sua è stata una sagra degli errori. Mi considero un garantista, da ministro della Giustizia ebbi un ruolo chiave nell’approvazione della riforma costituzionale sul giusto processo. Non avevo alcuna preclusione ideologica sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma quando anche Giorgia Meloni, commettendo a mio avviso un errore sorprendente, subito prima del voto ha voluto caricare il referendum di valenze squisitamente politiche, mi ha costretto a votare ‘no’”. E il fatto che Meloni lo tenga ancora al ministero per Diliberto è “un mistero”. “Fai piazza pulita di Andrea Delmastro Delle Vedove e Daniela Santanchè, però ti tieni Nordio? Ma mettici un altro a via Arenula!”.
Poi c’è il centrosinistra che Diliberto si sente di avvertire con termini della più ampia trasparenza. L’opposizione immagina che, avendo vinto al referendum, ripeterà l’exploit alle elezioni politiche? “Mi pare una colossale cazzata, perdoni il francesismo – risponde Diliberto -. È evidente che prima di tutto Pd e 5 stelle dovrebbero mettersi d’accordo. Ma i temi che li separano sono tutt’altro che marginali. Pensi solo alla politica estera”. Dall’altra parte, aggiunge l’ex ministro, Meloni non farà la fine di Renzi perché “ha una solida esperienza, viene dal Msi, s’è fatta la gavetta tipica dei partiti di una volta. Secondo me è in grado di continuare a reggere. Certo dovrebbe darsi una regolata, perché vedo in movimento forze centriste, sia da una parte che dall’altra, intente a prefigurare il pareggio alle elezioni del 2027 e un conseguente taglio delle ali”, situazione in cui Renzi “sguazzerebbe” continua Diliberto. Quanto a Silvia Salis “la sua dichiarazione di disponibilità per la corsa verso Palazzo Chigi mi è sembrata di un’ingenuità patetica. Sei stata eletta da meno di un anno. Continua a fare la sindaca di Genova, va’, che è meglio”.
Ad ogni modo il governo Meloni “è tutto fuorché solido. Dal referendum in avanti non ne ha azzeccata una. Si aggiungano la grana sentimental-familiare che ha coinvolto Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, e adesso la vicenda della grazia a Minetti, e il quadretto è completo. Senza contare, sullo sfondo, l’attivismo della famiglia Berlusconi” che puntano, dice ancora l’ex segretario dei Comunisti Italiani, “a rimescolare completamente le carte, favorendo la nascita di un nuovo blocco moderato. La famiglia intende recuperare centralità. Forza Italia coincide con Mediaset, questo è un dato di fatto, non fosse altro che per la quantità enorme di denaro che ci hanno investito i Berlusconi. Quindi nel 2027 alle politiche e nel gennaio 2029 per l’elezione del capo dello Stato mi sembra evidente che la famiglia voglia contare”.
Resta la questione del campo progressista. “Non sono un fan di Schlein, ma auspicherei la sua vittoria, perché almeno vorrebbe dire che il centrosinistra torna a governare – prosegue – Giuseppe Conte? “Benché io non abbia mai avuto nemmeno mezza simpatia per il Movimento 5 stelle, debbo ammettere che ha rivelato un’estrema abilità. È stato molto bravo e anche molto favorito da una fortuna sfacciata. Diventa premier per caso. Poi arriva il coronavirus e fronteggia emergenze folli di ogni tipo. Riesce a governare con tutti e contro tutti, prima con la Lega, dopo con il Pd. È persino diventato il capo dei grillini facendo fuori il fondatore Beppe Grillo. Chapeau!”. Da qui a governare, insomma, ne passa: le probabilità non sono più di 50 su 100, dice. E Diliberto cosa voterà?”“Decido di volta in volta. Alle comunali ho votato per il sindaco Roberto Gualtieri. Mi è anche capitato di annullare la scheda”. Come? “Disegnandoci sopra falce e martello”.
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