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La denuncia di un lavoratore tunisino: «10mila euro per il decreto flussi e sfruttamento senza contratto»

  • Postato il 24 giugno 2026
  • Caporalato
  • Di Quotidiano del Sud
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La denuncia di un lavoratore tunisino: «10mila euro per il decreto flussi e sfruttamento senza contratto»

Il Quotidiano del Sud
La denuncia di un lavoratore tunisino: «10mila euro per il decreto flussi e sfruttamento senza contratto»

La storia di un lavoratore tunisino che ha denunciato tutta la sua odissea all’Ispettorato del Lavoro di Cosenza che svela un sistema di sfruttamento legato al decreto flussi 2024. Diecimila euro pagati, affitti illegali e lavoro non retribuito. Continua l’inchiesta de L’Altravoce-Il Quotidiano sul fenomeno dei lavoratori migranti, nuovo caporalato e sfruttamento


Ha dovuto versare diecimila euro all’intermediario straniero per arrivare legalmente in Italia. E continuare a pagare per avere un posto letto, una pec e persino un appuntamento in Prefettura per perfezionare il contratto di soggiorno. La denuncia di un lavoratore tunisino all’Ispettorato territoriale del Lavoro di Cosenza il 24 giugno del 2025, ha svelato il sistema complesso che regola l’arrivo di molti lavoratori stranieri in Italia attraverso la programmazione del flusso migranti, denunciando con nome e cognome le persone che a vario titolo gli avrebbero estorto denaro e persino la mancata retribuzione per le ore di lavoro effettivamente svolte.

CONDIZIONI DI VITA DISUMANE

Una storia simile a quella di tanti altri lavoratori stranieri sfruttati, che accettano in silenzio le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere, pur di avere un po’ di denaro da mandare ogni mese alle loro famiglie lontane. «Sono venuto in Italia per effetto del decreto flussi 2024 e ho dovuto corrispondere a una persona, un mio connazionale, ben diecimila euro che sarebbero serviti per un alloggio e un contratto», racconta Karim.

LA STORIA DI KARIM, LAVORATORE TUNISINO, IL DECRETO FLUSSI, I SOLDI PAGATI

La sua prima tappa italiana fu Piacenza con una comunicazione di cessione di fabbricato in un luogo in cui non ha mai abitato. «Appena arrivato il mio intermediario ha provveduto a fornirmi una pec che mi serviva per avere un appuntamento e perfezionare il contratto di soggiorno con la Prefettura – continua –. Anche per questi servizi ho dovuto pagare 350 euro e versargli ogni mese la stessa cifra per avermi fatto stare inizialmente a casa sua. Sono in grado di documentare ciò che dico perché ho già fatto una dettagliata denuncia alla Cgil e ho realizzato numerosi filmati perché lo stesso trattamento è stato riservato ad altri 67 tunisini».

VIVERE COME ACCATTONI LAVORANDO

Basta moltiplicare 10.000 per 68 per comprendere quanto sia vantaggioso per gli intermediari adescare i lavoratori stranieri nei loro Paesi di origine e farli arrivare in Italia attraverso il flusso migranti con la promessa di un lavoro. E questo è solo uno dei casi conosciuti. Appare evidente che tra gli attori chiamati in causa, società e anche referenti italiani, possa esserci una rete di complicità che meriterebbe maggiore attenzione da parte degli organi inquirenti.
Due bagni e quattro letti anche per quindici persone. Si facevano i turni anche per dormire. E quando la stanchezza aveva il sopravvento, ci si sdraiava a terra dove capitava, finanche all’aperto, nelle vicinanze della casa «come gli accattoni».

Karim racconta le condizioni in cui è costretto a vivere, pur versando al solito intermediario un affitto mensile di 350 euro, e di lavoro dopo tre mesi neanche l’ombra. Per questo decise di prendere in mano la situazione e si diede da fare personalmente per avere un appuntamento in Prefettura a Milano. Quel giorno con lui c’era anche l’intermediario strozzino e un dirigente aziendale della società che aveva richiesto il lavoratore, con sede anche a Rende in provincia di Cosenza.

LE TAPPE DEL LUNGO VIAGGIO DI KARIM IN ITALIA

Ma la documentazione non era completa e fu necessario rimandare e fissare un altro incontro per la fine di settembre del 2024. Karim era arrivato in Italia l’11 giugno, e parcheggiato in un appartamento di cui doveva pagare l’affitto al suo aguzzino, senza nessuna certezza. Per questo cominciò ad alzare la voce, a chiedere che gli venisse fatto il contratto per cui aveva lasciato nel suo Paese una madre ammalata, bisognosa di cure.

Quando ritornammo in Prefettura, per ritorsione, poiché avevo protestato, la società formalizzò i contratti di lavoro ad altri tunisini escludendo solo me. A quel punto, molto adirato, mi recai nella sede dell’azienda e chiesi di parlare con un dirigente per spiegargli la mia situazione, ma arrivarono in tutta fretta l’intermediario e il rappresentante della società che avevo incontrato in Prefettura». Il tunisino fu rabbonito e con la promessa di un corso di formazione ritornò a casa.

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LAVORATORE TUNISINO, DECRETO FLUSSI E IL RUOLO DELL’INTERMEDIARIO

Ma i colpi di scena non erano finiti perché qualche giorno dopo si accorse che neanche in questo caso era stato coinvolto, mentre i suoi colleghi avevano già ricevuto la chiamata dall’intermediario. Karim, laureato in ingegneria, decise di rivolgersi alla Cgil per essere tutelato tutelato e avere, finalmente, un vero contratto di lavoro ma nel frattempo il proprietario di casa in cui viveva con altri connazionali, gli intimò di lasciare l’appartamento perché non avrebbe, a suo dire, pagato l’affitto. Era evidente a quel punto, che i soldi consegnati all’intermediario non siano mai arrivati a destinazione.

La vicenda si concluse con l’intervento dei Carabinieri che registrarono le presenze, le condizioni in cui vivevano tutti gli occupanti e intimarono lo sgombero immediato dell’abitazione. Karim finì per strada insieme ad altri connazionali e intanto la società che avrebbe dovuto procedere alla sua assunzione, sollecitata dai legali della Cgil, non solo dichiarò di non aver mai ricevuto le pec inviate precedentemente dallo stesso sindacato ma addirittura manifestò il totale disinteresse verso l’ipotesi di un suo collocamento lavorativo.

L’AMARA SCOPERTA

Solo grazie all’intervento delle autorità locali, la società, messa alle strette, dovette ospitare a proprie spese i lavoratori stranieri in una struttura alberghiera e iniziare i corsi di formazione prima di arrivare in Calabria, a Terranova da Sibari, per essere collocati in un’azienda che si occupava dell’implementazione della fibra ottica. «La casa che ci avevano dato per starci in tre aveva il soffitto completamente sfondato, ci pioveva dentro. Inoltre, fummo subito mandati ad eseguire i lavori di ripristino della piscina privata del titolare dell’azienda e come se ciò non bastasse non solo tratteneva dalla busta paga 350 euro, ma nonostante lavorassimo dalle 6 alle 18 dichiarava meno ore di lavoro e pretendeva che gli versassimo direttamente ogni mese altri trecento euro».

IL CONTRATTO NON PROROGATO

Dopo cinque mesi di lavoro e di tribolazioni a Karim non hanno nemmeno prorogato il contratto di lavoro perché ritenuto scomodo, pronto a protestare per i suoi diritti violati e soprattutto pericoloso perché pronto a denunciare cosa si nascondeva dietro il flusso migranti, come operavano e operano ancora le società che manovrano i fili, quelli che richiedono i lavoratori stranieri per essere collocati nelle aziende sparse in tutta Italia.

C’è da augurarsi che la denuncia di Karim abbia camminato sulle sue gambe, che l’Ispettorato del Lavoro abbia fatto i dovuti controlli e segnalato alla magistratura le persone che hanno non solo estorto denaro al lavoratore tunisino e ad altri, ma hanno sfruttato il decreto sulla programmazione dei flussi per trarre un ingiusto profitto.

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La denuncia di un lavoratore tunisino: «10mila euro per il decreto flussi e sfruttamento senza contratto»

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