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La chemio pediatrica lascia il segno

  • Postato il 16 settembre 2026
  • Di Focus.it
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  • 3 min di lettura
In sintesi

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La chemio pediatrica lascia il segno
La chemioterapia può salvare la vita, perché limita la proliferazione delle cellule tumorali. Ma gli stessi farmaci che bloccano la progressione dei tumori, agendo sulla capacità delle cellule di moltiplicarsi, possono danneggiare anche alcune cellule sane che hanno la capacità di crescere molto rapidamente. L'organismo umano ha la capacità di rigenerare cellule e tessuti e per questo, quando le terapie oncologiche sono terminate, molti degli effetti collaterali della chemioterapia rientrano. Tuttavia, la chemio affrontata in età pediatrica può lasciare segni duraturi sui tessuti sani.. Uno studio pubblicato su Science è riuscito ora a individuare la firma specifica lasciata da due tipi di chemioterapia sulle cellule di fegato sane di bambini che si erano sottoposti ai trattamenti per guarire da tumori pediatrici. I risultati dello studio sono importanti per spiegare alcuni problemi di salute in adulti che, durante l'infanzia, hanno affrontato cure oncologiche.. Un organo invecchiato prima del tempo. Un gruppo di scienziati guidati da Anna Wenger, ricercatrice del Wellcome Sanger Institute, nel Regno Unito, ha studiato gli effetti sul DNA della chemioterapia a base di farmaci composti da sali di platino (cisplatino e carboplatino) sul fegato di piccoli pazienti trattati per epatoblastoma, il tumore del fegato più comune in età pediatrica, che viene in genere diagnosticato durante i primi 3 anni di vita. Gli scienziati hanno raccolto tessuto epatico di pazienti che avevano ricevuto un trapianto di fegato. Hanno così potuto analizzare campioni sia di cellule del fegato ancora sane, sia di cellule tumorali. Attraverso una tecnica di sequenziamento del genoma altamente sensibile, chiamata NanoSeq, i ricercatori hanno ottenuto sequenze di singole molecole di DNA, e si sono accorti che il tessuto sano dei pazienti somigliava ormai, per numero e tipo di mutazioni accumulate, al fegato di persone adulte. Le mutazioni legate alla chemioterapia si erano accumulate fino a far assomigliare quell'organo a un fegato invecchiato dall'età. Mano a mano che il corpo umano invecchia, infatti, i tessuti accumulano mutazioni che i meccanismi di riparazione del DNA compensano solo parzialmente, dovuti sia a fattori non modificabili (come il metabolismo) sia a fattori modificabili come l'abitudine all'alcol e al fumo, i medicinali assunti e l'ambiente in cui si vive. La chemioterapia in età pediatrica aveva riprodotto lo stesso effetto in modo accelerato.. Questa stessa firma fatta di mutazioni distintive del DNA era presente nel tessuto del fegato che era stato esposto alla chemioterapia (sia in quello sano sia in quello intaccato dal cancro), ma non in altri organi: la prova del fatto che il trattamento può lasciare un danno genetico che dura a lungo nel tessuto sano.. Questo alto numero di mutazioni indesiderate potrebbe aumentare il rischio di disfunzione epatica, di cirrosi (l'accumulo di cicatrici e noduli nel fegato) o di tumori secondari in età adulta: risultati come quello appena pubblicato consentiranno un riconoscimento più precoce di queste condizioni e interventi più tempestivi. Allo stesso tempo, ricorda un articolo di commento pubblicato a corredo della scoperta, non bisogna dimenticare che, prima delle chemioterapia a base di platino, soltanto il 20-30 % dei bambini con epatoblastoma sopravviveva alla malattia. Questi trattamenti hanno migliorato il tasso di rimozione chirurgica completa dei tumori e portato la sopravvivenza dei pazienti con epatoblastoma localizzato a oltre il 90% a 5 anni dalla diagnosi..
Autore
Focus.it

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