La bambina che nessuno ha protetto
- Postato il 10 giugno 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Bordighera-Perinaldo, giugno 2026. A quattro mesi dalla morte della piccola Beatrice, la bambina di due anni deceduta il 9 febbraio scorso nell’Imperiese, le indagini continuano a restituire un quadro sempre più inquietante. Un quadro fatto di presunti maltrattamenti, omissioni, richieste d’aiuto ignorate e di una sofferenza che, secondo l’accusa, si sarebbe consumata per giorni sotto gli occhi degli adulti che avrebbero dovuto proteggerla.
Beatrice viveva a Bordighera con la madre, Emanuela Aiello, 43 anni, e con le due sorelle maggiori, di 9 e 7 anni. Nella vita della donna era presente da tempo il compagno, Manuel Iannuzzi, 42 anni, residente a Perinaldo, piccolo comune dell’entroterra imperiese situato a circa quindici chilometri da Bordighera.
Secondo la ricostruzione della Procura di Imperia, proprio tra Bordighera e Perinaldo si sarebbe sviluppata la vicenda che ha portato alla morte della bambina.
Durante il fine settimana compreso tra il 7 e il 9 febbraio, Emanuela Aiello si trovava infatti nell’abitazione del compagno a Perinaldo insieme alle tre figlie. È lì che, secondo gli investigatori, si sarebbero consumate le ultime drammatiche ore di vita di Beatrice.
In un primo momento la morte della bambina era stata presentata come la conseguenza di un malore improvviso avvenuto nell’abitazione di Bordighera. Le successive indagini hanno però progressivamente smontato questa versione.
Gli investigatori ritengono infatti che Beatrice sia morta nell’abitazione di Perinaldo e che il suo corpo sia stato successivamente trasportato a Bordighera quando ormai era già privo di vita, nel tentativo di sostenere una ricostruzione diversa da quella realmente avvenuta. Alla luce degli elementi raccolti, Beatrice sarebbe rimasta in agonia per circa quarantotto ore senza ricevere un adeguato soccorso medico.
Oggi sia la madre che il compagno si trovano in carcere. Entrambi sono accusati di maltrattamenti aggravati dalla morte dI Beatrice. Sarà il processo ad accertare responsabilità e verità definitive.
Quello che emerge già oggi, tuttavia, è il ritratto di una bambina che, secondo gli inquirenti, avrebbe vissuto per mesi in un contesto di grave trascuratezza e violenza.
A fornire uno dei contributi più importanti all’inchiesta sono state proprio le due sorelle maggiori. Le loro testimonianze, raccolte in ambiente protetto, descrivono una situazione difficile persino da immaginare. La sorella maggiore ha raccontato che già dalla sera del 7 febbraio, nella casa di Perinaldo, Beatrice mostrava condizioni gravissime. Vomitava, perdeva sangue, aveva il corpo che diventava violaceo e la testa che ciondolava in modo anomalo. Non si tratterebbe, secondo gli investigatori, di un malore improvviso. Le indagini parlano infatti di maltrattamenti protratti nel tempo, documentati anche da fotografie che mostrerebbero la bambina con il volto tumefatto e coperto di lividi. La sorella maggiore viveva quotidianamente accanto a Beatrice e ne seguiva le condizioni. Secondo il suo racconto, sia lei che la sorella più piccola avrebbero chiesto più volte agli adulti di chiamare il 118 o di portare Beatrice in ospedale. Quelle richieste sarebbero rimaste inascoltate. Le bambine hanno inoltre riferito che, nelle ore successive, gli adulti avrebbero tentato di far riprendere la piccola con rimedi improvvisati, mettendola sotto l’acqua fredda e somministrandole zucchero, invece di ricorrere immediatamente ai soccorsi sanitari.Ma le indagini non descrivono soltanto la tragedia di Beatrice.
Descrivono anche la condizione delle sue sorelle maggiori.Pur non risultando destinatarie delle stesse violenze fisiche che avrebbero causato la morte della piccola, le due bambine vivevano all’interno di un contesto caratterizzato da abbandono, paura e violenza assistita.Le minori erano già cresciute in un ambiente segnato dalla violenza tra gli adulti di riferimento. Successivamente, secondo quanto emerso dagli atti, sarebbero state lasciate sole frequentemente durante la notte mentre la madre si recava dal compagno a Perinaldo. La sorella maggiore aveva assunto il ruolo di una vera e propria “piccola madre”. Preparava da mangiare a Beatrice, la accudiva e cercava di proteggerla. Una responsabilità enorme per una bambina di nove anni.Dopo la morte della sorellina, entrambe avrebbero inoltre subito minacce affinché sostenessero la versione del malore improvviso e mantenessero il silenzio sulla reale dinamica dei fatti. Solo dopo l’allontanamento dal nucleo familiare e l’inserimento in una struttura protetta avrebbero trovato la forza di raccontare agli psicologi e agli investigatori ciò che avevano visto.L’inchiesta ha poi portato alla luce elementi particolarmente inquietanti. Nel cellulare di Manuel Iannuzzi sono state trovate, infatti, fotografie che mostrerebbero Beatrice con il volto tumefatto e coperto di lividi. Sono inoltre emerse conversazioni WhatsApp nelle quali verrebbero descritti o commentati i maltrattamenti. Particolarmente scioccante è il ritrovamento di un video che gli stessi inquirenti hanno definito “abominevole”. Nel filmato, Beatrice sarebbe costretta a fumare una sigaretta mentre gli adulti presenti ridono e la bambina scoppia in lacrime.
Un altro aspetto che continua a sollevare interrogativi riguarda il ruolo delle istituzioni e della rete familiare. La famiglia non risultava presa in carico dai servizi sociali. Il Comune di Bordighera ha dichiarato di non aver ricevuto segnalazioni formali tali da giustificare un intervento preventivo. Eppure alcuni segnali sembrano essere esistiti. Una conoscente della famiglia avrebbe dichiarato di aver visto in passato Emanuela Aiello colpire Beatrice. I nonni paterni hanno definito la Aiello come una donna profondamente violenta. Al momento non esistono elementi sufficienti per affermare che parenti, vicini o conoscenti conoscessero l’intera portata di quanto accadeva all’interno della famiglia. Esiste però una domanda che continua a emergere con forza. Com’è possibile che una bambina di due anni sia arrivata in quelle condizioni senza che nessuno riuscisse a interrompere la spirale di violenza e trascuratezza che la circondava? E come è possibile che a comprendere la gravità della situazione siano state prima due bambine e solo dopo gli adulti? È qui che la cronaca incontra la criminologia. Perché il caso Beatrice non racconta soltanto una presunta sequenza di maltrattamenti. Racconta soprattutto il progressivo collasso della funzione protettiva degli adulti. Ogni bambino, fin dalla nascita, dipende completamente da chi si prende cura di lui. Quando ha fame, qualcuno deve nutrirlo. Quando sta male, qualcuno deve curarlo. Quando è in pericolo, qualcuno deve intervenire e proteggerlo.
Nel caso di Beatrice questo meccanismo fondamentale si sarebbe spezzato.La figura più impressionante che emerge dagli atti non è quella degli indagati, ma quella della sorella di nove anni. Una bambina che tenta di fare la madre mentre gli adulti falliscono nel loro ruolo. Sul piano criminologico il caso richiama alcuni temi ricorrenti nelle situazioni familiari gravemente disfunzionali: la violenza assistita, l’abbandono emotivo e il progressivo ribaltamento dei ruoli tra adulti e bambini. In particolare, la sorella maggiore avrebbe assunto compiti di cura che spettavano agli adulti. Questo fenomeno, noto come parentificazione, si verifica quando il minore è costretto a svolgere funzioni genitoriali a causa dell’assenza, dell’incapacità o della trascuratezza degli adulti di riferimento. La violenza, inoltre, non colpisce soltanto la vittima diretta, ma modifica l’intero equilibrio del sistema familiare. Costringe i bambini a crescere troppo in fretta, a sviluppare strategie di sopravvivenza invece di vivere normali percorsi di crescita, lasciando conseguenze sulla psiche che possono accompagnare le vittime anche per molti anni. Sul piano psicologico emerge anche un altro elemento inquietante: la progressiva disumanizzazione della vittima. Non è possibile formulare diagnosi sui soggetti coinvolti. Sarebbe scorretto e prematuro. Tuttavia, alcuni dei comportamenti contestati mostrano una dinamica precisa: la sofferenza della bambina sembra aver progressivamente perso la capacità di generare una risposta di cura. I lividi non producono protezione. Il pianto non produce conforto.La malattia non produce soccorso.
Quando accade questo, il rischio è che la vittima smetta di essere percepita come una persona fragile da proteggere e venga ridotta a un fastidio, a qualcosa che non suscita più empatia.Forse è proprio questo l’aspetto più difficile da accettare della storia di Beatrice.Non soltanto la violenza. Non soltanto l’atroce morte di una bambina piccola. Ma il tempo. Il tempo in cui questa bambina ha sofferto. Il tempo in cui le sue sorelle hanno chiesto aiuto.Il tempo in cui, secondo l’accusa, nessuno ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare. Proteggerla.
“Nera-mente” è una rubrica in cui si parla di crimini e non solo, scritta da Alice: clicca qui per leggere tutti gli articoli