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Keely Hodgkinson corre tutta coperta e vince: la tuta che può cambiare l’atletica (e il modo di mostrare il corpo femminile)

  • Postato il 21 settembre 2026
  • Sport News
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

Keely Hodgkinson, campionessa olimpica degli 800 metri, ha vinto la tappa londinese dell'Athlos indossando una innovativa speed suit integrale Nike. Questa scelta rappresenta un cambio significativo nell'atletica femminile contemporanea, dove la copertura del corpo diventa strategia prestazionale piuttosto che questione di pudore. Il tempo di 1'56"40 sottolinea come l'equipaggiamento tecnico evoluto possa influenzare sia le performance che la narrazione del corpo nello sport.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Keely Hodgkinson corre tutta coperta e vince: la tuta che può cambiare l’atletica (e il modo di mostrare il corpo femminile)

La tuta totale di Keely Hodgkinson può diventare il simbolo di un cambio di paradigma nell’atletica femminile: coprire di più il corpo, non per pudore, ma per correre più forte. La campionessa olimpica degli 800 metri ha chiuso la stagione vincendo Athlos London in 1’56”40, dominando allo StoneX Stadium con un’inedita speed suit nera Nike, lunga fino alle caviglie, con maniche, cappuccio e un’apertura per la coda di cavallo. Un prototipo sviluppato per circa un anno insieme all’atleta.

La filosofia tecnica del progetto è riassunta da Nike in tre parole: “Skin is slow”, la pelle è lenta. Coprendo una superficie maggiore del corpo diventa possibile intervenire sul flusso dell’aria con materiali specifici. Sul body di Hodgkinson sono applicati piccoli “vortex generators” stampati in 3D, calibrati sulle diverse zone per ridurre la resistenza aerodinamica; il taglio è stato studiato seguendo il movimento dell’atleta, mentre le aperture sulla schiena e sotto le ascelle favoriscono la termoregolazione. Il cappuccio rende più regolare anche il profilo dei capelli. Hodgkinson ha imposto una sola concessione: la coda fuori. “Look good, feel good”, ha spiegato.

È qui che l’esperimento assume un significato più ampio. Nell’atletica femminile il modello visivo più comune resta quello di top, slip o body molto sgambati, anche se le atlete possono già scegliere soluzioni differenti. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 la divisa più sgambata presentata per Team Usa proprio da Nike provocò la protesta pubblica di diverse atlete. L’azienda ricordò allora di aver predisposto numerose alternative, compresi shorts e unitard. Ma da allora qualcosa è cambiato. Il punto non è sostituire un obbligo con un altro, ma ampliare davvero la scelta.

Il tema si incrocia con quello della rappresentazione del corpo femminile. Nel 2026 EBU ed European Athletics hanno pubblicato Raising the Bar, linee guida per evitare inquadrature sessualizzanti e riportare l’attenzione su tecnica, potenza e prestazione. Diverse ricerche mostrano inoltre che divise percepite come troppo esposte possono incidere sul comfort e persino sulla partecipazione sportiva delle ragazze.

Hodgkinson, peraltro, non rinnega affatto l’estetica: ha raccontato di voler essere comoda ma anche sentirsi “un po’ sexy”, scegliendo personalmente la grande apertura sulla schiena. È proprio questa la differenza: non cancellare il corpo, ma lasciare all’atleta il controllo su come mostrarlo. Per ora resta una tuta su misura, non il nuovo standard dell’atletica. Ma Hodgkinson l’ha definita “forse il futuro” e, interrogata su Los Angeles 2028, ha lasciato intendere che il progetto potrebbe avere un seguito. Se la strada sarà davvero quella dell’aerodinamica “coprente”, l’effetto potrebbe essere doppio: più tecnologia e più libertà, senza costringere le atlete a scegliere tra prestazione, comfort e immagine.

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Il Fatto Quotidiano

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