Katyn’
- Postato il 6 maggio 2026
- 0 Copertina
- Di Il Vostro Giornale
- 0 Visualizzazioni
- 6 min di lettura
“Non basta dire che la storia è giudizio storico, ma bisogna soggiungere che ogni giudizio è giudizio storico, o storia senz’altro. Se il giudizio è rapporto di soggetto e predicato, il soggetto, ossia il fatto, quale che esso sia, che si giudica, è sempre un fatto storico, un diveniente, un processo in corso, perché fatti immobili non si ritrovano né si concepiscono nel mondo della realtà. È giudizio storico anche la più ovvia percezione giudicante (se non giudicasse, non sarebbe neppure percezione, ma cieca e muta sensazione)”. È quanto afferma Benedetto Croce nel suo saggio del 1938 La storia come pensiero e come azione. Credo che la prospettiva crociana ben si corrobori grazie alla posizione assunta da Carlo Sini in Filosofia e memoria quando, sto operando una estrema e libera sintesi del profondo saggio del filosofo, sostiene che pensare è sempre una sorta di ricordare. Quando pensiamo, cioè, per tornare a Croce e a tanta storia del pensiero occidentale, quando giudichiamo l’esperienza in corso, non stiamo operando su una pagina intonsa, la nostra storia personale e il contesto nel quale essa si è andata formando ne sono premesse incancellabili. Certo, possono risultare peccati originali e distorsivi, oppure utili strumenti critici, ma, in ogni caso, ogni giudizio è una sorta di risposta a domande che ci portiamo appresso spesso inconsapevolmente, risposte che precedono il nostro sguardo presente e, in diversa misura, lo orientano. Fare storia, in altre parole, è una sorta di attivazione di una spirale ermeneutica che descrive giudicando un evento che è camaleontico, la storia non è mai sentenza inappellabile, è perenne ricerca, ripensamento e scavo. In questa affermazione non deve essere surrettiziamente introdotta nessuna forma di giustificazionismo, ancor meno di revisionismo o negazionismo, fenomeni imputabili a ignoranza e malafede piuttosto che a oneste prospettive storiografiche. Se la questione ha sempre avuto le corna, per dirla con Nietzsche, oggi diviene ancor più complessa, alla luce delle ingerenze degli strumenti offerti dalla rete, poiché l’informazione costruita su una ricerca seria, sistematica, espressa sommessamente, è spesso oscurata dalle urla superficiali e manipolatorie di slogan, semplificazioni e casse di risonanza contro un presunto complottismo.
Abbandoniamo l’acida arena delle fake news e dei bulimici da social, ma non il pericolo reale di manipolazioni, falsificazioni e/o omissioni deliberate da parte del potere e dei suoi storiografi di servizio, anzi, entriamo immediatamente in medias res analizzando un “fatto storico” che, normalmente, anche chi ha avuto modo di studiare il periodo conosce molto marginalmente. Torniamo al terribile settembre del 1939, solo un anno dopo il saggio di Croce: a seguito del patto Molotov-Ribbentrop, accordo che gettò nel caos molti sostenitori delle due dittature che sembravano essere antagoniste a livello ideologico, l’esercito nazista da ovest e quello sovietico da est invasero la Polonia. Mi sembra, questo, un evento paradigmatico per comprendere quanto ogni “fatto storico” divenga “giudizio storico” a seconda della prospettiva critica dell’osservatore. Quello che è certo è che l’esercito polacco, quello della nazione violata da due opposte quanto coincidenti logiche di potere, si consegnò ai vertici sovietici. Quanto “documentato” negli orrendi anni di invasione, prima da nazisti, in seguito da comunisti, si rivelerà nella sua deliberata e disonesta finalità manipolatoria solo nel 2007, grazie a un film diretto da Andrzej Wajda. Il film utilizza testualmente, come filo conduttore, quanto riportato nel diario di Adam Solski, documento rinvenuto nel 1943 addosso all’ufficiale che era stato vittima del feroce massacro. Ciò che accadde fu che, per ordine di Stalin, ben 22000 ufficiali polacchi vennero trucidati, uno alla volta, con il sistematico metodo di un colpo di pistola alla nuca, per essere poi anonimamente sepolti nel bosco di Katyn’ in una fossa comune. Quando, in seguito al rovesciamento delle alleanze, l’esercito nazista prese possesso dell’intera Polonia, l’orrore delle fosse di Katyn’ fu documentato e strumentalizzato per presentare gli invasori tedeschi come vendicatori del crimine sovietico. Circa due anni dopo le parti si rovesciarono, il territorio tornò nelle mani sovietiche e, il medesimo documento, artatamente manipolato, si trasformò affermando la responsabilità del massacro come imputabile ai nazisti così da presentare i nuovi invasori come i liberatori.
Rimando, per i dettagli filmografici alla documentazione accessibile facilmente in qualsiasi portale, in questa sede ci spostiamo, dalla narrazione storiografica, a un tentativo di “distopica riflessione critica”: cosa sarebbe accaduto se la dittatura nazista avesse mantenuto il potere sulla Polonia? E cosa, se la dittatura comunista non fosse terminata consentendo alla Polonia di accedere e diffondere quanto accaduto nel bosco di Katyn’? Intanto il popolo polacco, di fatto a conoscenza dei veri responsabili del massacro, si vide “offrire l’opportunità” della dittatura stalinista, ma questo significa che i “cattivi” erano i comunisti? Allora i “buoni” erano i nazisti? Oppure gli alleati occidentali che patteggiarono il nuovo assetto planetario? Lungo questo itinerario si ritorna alla questione crociana: è possibile, come piace a tanta superficiale pseudo cultura, pervenire a una verità storica da affermare “senza se e senza ma”, come sloganisticamente affermato da numerosi polituncoli odierni? In questo senso sostengo il pensiero di Carlo Ginzburg, allo storico non compete il giudizio, ciò è tipico delle dittature, nelle quali la narrazione storica è sempre a sfondo propagandistico. Ciò che mi appare come tragico, è che oggi, specie grazie alla pseudo democratizzazione dei social, ogni approccio alla narrazione di eventi, si trasformi nella formazione di monolitici, impermeabili e conflittuali schieramenti che affermano il proprio “assoluto giudizio senza se e senza ma”. Che si tratti del conflitto tra paesi dei quali nemmeno si conosceva la collocazione fino a poco prima, di ricerca medico scientifica, di strategie ed equilibri geopolitici, di misteriose trame da servizi segreti, comunque il web diviene territorio di feroci scontri tra opposti schieramenti di competentissimi neofiti della disciplina.
In qualche misura stiamo rispondendo a una domanda non esplicitamente posta: perchè oggi non si studia più la storia? Credo che la risposta sia: perchè si presume che studiare la storia sia come risolvere un’equazione, sarà sufficiente una discreta competenza da scuola superiore e il risultato raggiunto sarà corretto e, arrogantemente, vero. L’effetto sarà estremamente democratico, il mediocre spettacolo di qualche ulteriore insulto reciproco tra i depositari delle due differenti verità, con conseguente compiacimento di entrambe i contendenti e nessuna attenzione profonda al merito della questione. L’atto del giudicare, in questo senso, non in quello alto della tradizione kantiana, presuppone il possesso, precedente all’osservazione, di gerarchie etico valoriali assolute. Si tratta di fare storia negandola, già, poiché la storia è l’osservazione di ieri con le conoscenze di oggi e questo, necessariamente, trasforma la visione di pari passo con i cambiamenti dell’osservatore. Ogni essere umano è profondamente storico, decide i passi futuri sulla scorta di quanto ricorda del tragitto già percorso, ma ad ogni passo diviene altro da ciò che era e osserva la propria storia individuandone momenti diversi e cogliendone valori nuovi. In quanti casi il comportamento adottato, che al momento ci appariva come fondato e buono, lo abbiamo poi ripensato in tutt’altra ottica o viceversa. Giudicare se stessi con approcci dogmatici ci annichilisce come esseri storici, ci presume come avulsi dal dove, dal quando e, forse ancor più scioccamente, ci rappresenta senza un chi e privi delle dinamiche relazionali che ci consentono alla crescita. Liberiamoci dalla superficialità di tifoserie da talk show, non ci sono buoni e cattivi, sono partiti utili a semplificare e falsificare ogni conoscenza di noi, degli altri, della nostra storia e di quella collettiva.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.