JD Vance sfida il socialismo americano: «Gli slogan sul libero mercato non bastano più»
- Postato il 18 agosto 2026
- Di Panorama
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Anche i repubblicani iniziano a interrogarsi sul neosocialismo americano. “La nostra risposta al socialismo non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo”, ha dichiarato giovedì, a Fox News, JD Vance. “In quanto cittadini americani, meritate di avere una vita dignitosa in questo Paese e meritate un governo che vi renda più facile formare una famiglia, permettervi una buona istruzione, trovare un buon lavoro e acquistare una casa”, ha aggiunto, per poi concludere: “Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è questo: se non riusciamo a fare le cose per bene, non date la colpa ai giovani che simpatizzano per il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi. “Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato”.
Le significative dichiarazioni del vicepresidente americano sono arrivate dopo che, negli ultimi mesi, alcuni candidati di estrema sinistra, tra cui quelli appartenenti ai Democratic Socialists of America, hanno vinto una parte delle primarie parlamentari dem. Non solo. Una recente rilevazione del sondaggista indipendente, Jeremy Zogby, ha ravvisato che, se le elezioni presidenziali si tenessero oggi, il 55% dei rispondenti voterebbe un candidato socialista e solo il 33% un esponente Maga. Inoltre, secondo un sondaggio di Cnbc, il 46% degli americani di età compresa tra 18 e 34 anni ha una visione positiva del socialismo democratico. Insomma, sono lontani i tempi del 1906, quando il sociologo tedesco Werner Sombart si interrogava sul perché, negli Stati Uniti, il socialismo non avesse preso piede.
Se tradizionalmente negli Usa il termine “socialista” aveva un significato tendenzialmente assimilabile a quello di “estremista”, la situazione è mutata dopo la Grande Recessione. Da allora, un numero crescente di millennial ha cominciato a definirsi “socialista”. Non a caso, nelle sue campagne presidenziali del 2016 e del 2020, Bernie Sanders si etichettò orgogliosamente in tal modo, proprio per differenziarsi dall’establishment del Partito democratico. Lo stesso Donald Trump ha portato nel Gop alcune ricette indigeste all’ala repubblicana più vicina alle idee di libero mercato: si pensi soltanto ai dazi che, soprattutto nel corso del suo primo mandato, furono osteggiati da una parte del Partito repubblicano e dei suoi storici finanziatori (a partire dai fratelli Koch).
Adesso, dopo le recenti vittorie alle primarie dem di alcuni candidati più o meno vicini a Zohran Mamdani, il dibattito si è riacceso. La questione si è innanzitutto posta all’interno dello stesso Asinello, visto che la sua ala centrista teme che l’ascesa socialista possa alienare al Partito democratico la simpatia del voto moderato in vista delle Midterm. Tuttavia, come dimostrano le parole di Vance, anche i repubblicani si stanno interrogando sulla questione, soprattutto in riferimento agli elettori giovani. Nel 2024, Trump era d’altronde riuscito a conquistare una quota non irrilevante di voto giovanile.
È quindi in quest’ottica che vanno lette le parole di Vance, il quale notoriamente sta pensando di scendere in campo per la nomination presidenziale repubblicana del 2028. E il tema che pone ha una sua urgenza. È senz’altro vero che molti di questi nuovi socialisti sono figure radicali e, a tratti, pericolose (si pensi solo alla loro convergenza con personaggi e gruppi di orientamento islamista). Ed è altrettanto vero che, almeno finora, i loro candidati hanno conquistato soprattutto il voto dei bianchi abbienti e non certo quello dei colletti blu. Tuttavia –nota Vance– il fatto che oggi molti giovani si sentano “socialisti” non può essere affrontato con la demonizzazione semplicistica o con una scrollata di spalle.
Ed ecco che, con le sue parole di giovedì, il vicepresidente sembra tracciare una ricetta che non solo si ispira alla Dottrina sociale della Chiesa ma che guarda anche a un’impostazione post-liberale e comunitarista, non poi così dissimile da quella teorizzata in “Regime Change” da Patrick Deneen (il quale è, guarda caso, un intellettuale storicamente vicino a Vance). Non è tra l’altro inverosimile che il vicepresidente stia sotterraneamente giocando di sponda con Tucker Carlson: pur avendo rotto recentemente con Trump, il giornalista è uno storico amico di Vance e, nel suo programma, sta criticando da tempo il modello capitalistico tradizionale. Insomma, mentre scalda i motori per il 2028, il vicepresidente sta cercando di elaborare un programma che, almeno su alcuni punti decisivi, si allontani dal liberalismo classico. Il che lo posiziona potenzialmente in contrasto con Marco Rubio, che è più favorevole a un’ottica di natura liberista.
Il dibattito si annuncia serrato in area conservatrice: se il Washington Times ha pubblicato un commento critico delle parole pronunciate giovedì da Vance, National Review si è mostrato invece più aperturista. L’obiettivo, per i repubblicani, resta comunque quello di elaborare ricette capaci di disinnescare il sostegno che sta andando al neosocialismo. Certo: il post-liberalismo comunitarista di Vance (e Deneen) ha i suoi rischi e le sue incognite. Ma il vicepresidente su un punto ha senz’altro ragione: non è riproponendo meccanicamente slogan degli anni ’80 che il Partito repubblicano riuscirà a vincere in futuro. Lo stesso fenomeno politico di Trump sta, del resto, lì a dimostrarlo.