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Iran più vicino al collasso economico: con il blocco americano già persi 5 miliardi

  • Postato il 3 maggio 2026
  • Esteri
  • Di Libero Quotidiano
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  • 8 min di lettura
Iran più vicino al collasso economico: con il blocco americano già persi 5 miliardi
Iran più vicino al collasso economico: con il blocco americano già persi 5 miliardi

La guerra in Iran tecnicamente non c’è più. Parola del segretario alla Guerra Usa Pete Hegseth. Uno dei tanti escamotage che consentono ai presidenti in carica di non dover chiedere l’autorizzazione al Congresso per proseguire un conflitto una volta trascorsi 60 giorni. Anche a questo è servito non aver posto un termine esplicito al cessate il fuoco con Teheran. Tempo indeterminato significa pace. Ma solo in teoria. Se la guerra militare è sospesa, quella economica si intensifica. Il blocco navale statunitense nel Golfo di Oman e nello Stretto di Hormuz strangola l’Iran. Il collasso rischia di diventare strutturale e irreversibile. In superficie le strade di Teheran sembrano normali. Caffè aperti, traffico usuale. Ma sotto c’è un Paese sull’orlo del collasso finanziario. «Le tasche sono vuote, il rial è una passività che la gente vuole scaricare», scrive Amichai Stein sul Jerusalem Post, quotidiano israeliano di centro destra. «C’è un’inflazione folle perché nessuno vuole tenere la valuta iraniana», spiega l’economista Amos Nadan. La moneta è «fondamentalmente instabile». Già prima della guerra l’inflazione era stimata al 70%.

Steve Hanke, docente di economia applicata alla John Hopkins, la calcola addirittura in misura pari al 116%. Il salario minimo mensile è oltre 160 milioni di rial (ovvero 100 dollari). Un kebab costa 5-6 milioni di rial. Pollo e riso fanno 4 milioni. Si registrano casi terribili di prostituzione infantile per portare cibo a casa. Ci sono addirittura blackout. Surreale in un paese ricco di petrolio come l’Iran. Per non parlare della siccità. Tutti problemi preesistenti alla guerra e che questa ha amplificato. Le rivolte di gennaio represse nel sangue partono da qui.

Secondo Eyal Hashkes, esperto di geopolitica, senza togliere le sanzioni è impossibile far ricrescere l’economia. Teheran non è a corto di petrolio ma di serbatoi dove mettere quello che non riesce più ad esportare a causa del blocco totale imposto dagli Stati Uniti sullo stretto di Hormuz. Petrolio che sarebbe arrivato a sconto sulle quotazioni di mercato in Cina. Ora pure lei soffre. Cose note. Entro metà maggio i serbatoi saranno pieni: il regime dovrà spegnere pozzi. «Dopo un lungo stop, la riattivazione richiede anni di riabilitazione», avvertono gli esperti.

Non secondo Javier Blas di Bloomberg. Niente di irreversibile nel lungo termine. Ma nell’immediato è un disastro totale. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha bloccato 42 navi mercantili dirette o in uscita dai porti iraniani. Di queste, 41 sono petroliere cariche di 69 milioni di barili di petrolio. Dopo aver già perso 4,8 miliardi di dollari di entrate petrolifere, le stime parlano di ulteriori perdite per Teheran intorno ai sei miliardi.

Quasi il 2% del PIL. L’ammiraglio Brad Cooper ha definito il blocco «estremamente efficace»: nessuna nave entra. Nessuna esce. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato: «Gli Stati Uniti hanno il controllo totale dello Stretto di Hormuz». E la mossa di ieri delle sanzioni americane contro tutte le navi che pagano pedaggi o “donazioni” all’Iran per transitare a Hormuz ha chiuso anche l’ultima finestra di respiro. Chi collabora con Teheran finisce nella lista nera di Washington. Le esportazioni di petrolio sono crollate.

L’Iran ha dovuto ridurre drasticamente la produzione – fino al 30% in alcuni giacimenti – per evitare il sovraccarico degli impianti di stoccaggio, con Kharg Island ormai vicino al limite massimo. La povertà assoluta ha raggiunto il 44% della popolazione, pari a circa 35 milioni di persone, con 4 milioni in condizioni di povertà estrema. Di fronte a questo disastro, il regime tenta vie di fuga disperate.

Il quotidiano Defa Press, legato all’esercito iraniano, ha pubblicato un elenco di “opzioni” per rompere il blocco: dalla pirateria sponsorizzata dallo Stato – con il sequestro di navi mercantili legate a Stati Uniti e Israele – al forte spostamento dei commerci verso nord, sul Mar Caspio, con Russia e altri paesi confinanti. Ma è una via di fuga impossibile da percorrere. Il Mar Caspio è un grosso lago. Il più grande al mondo. Ma non ha sbocchi sul mare. Le capacità di trasporto su quelle rotte sono legate alle imbarcazioni che già ci nuotano dentro. Non possono aumentare. Per non parlare dei porti che non sono minimamente attrezzati per assicurare rotte alternative. Ma è tutto da capire se la disperazione in Iran potrebbe rendere chiunque comanda a quelle latitudini più malleabile o flessibile in sede di trattativa. Alcuni pessimisti paventano un ulteriore escalation con l’obiettivo di giustificare la repressione nel sangue di rivolte interne sempre più probabili. Di sicuro sembra esserci che gli Usa continueranno a tenere stretto il cappio intorno al collo al regime di Teheran.

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Autore
Libero Quotidiano

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