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Iran e Pakistan, il domino nucleare che Washington non può ignorare

  • Postato il 21 luglio 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
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Iran e Pakistan, il domino nucleare che Washington non può ignorare

Teheran appare più vicina a una possibile rottura politica, ma la fragilità strutturale del Pakistan potrebbe produrre conseguenze persino più gravi. In entrambi i Paesi il vero pericolo comincerebbe con l’indebolimento delle istituzioni responsabili della sicurezza nucleare.

Prevedere la caduta di un regime è sempre un esercizio rischioso. I sistemi autoritari possono sopravvivere per anni alla crisi economica, alle proteste di massa e persino alle sconfitte militari. Poi, quando si spezzano la coesione delle élite e la lealtà degli apparati di sicurezza, possono disgregarsi con sorprendente rapidità.

È una cautela necessaria nel valutare oggi Iran e Pakistan. I due Paesi hanno sistemi politici molto diversi e nessuno dei due è inevitabilmente destinato al collasso. Entrambi, tuttavia, devono affrontare una combinazione sempre più pericolosa di difficoltà economiche, perdita di legittimità, repressione politica e violenza interna.

Se queste pressioni dovessero convergere, le conseguenze non rimarrebbero confinate entro i rispettivi confini. Potrebbe innescarsi una catena di instabilità capace di estendersi dall’Iran al Pakistan, fino all’Afghanistan e all’India. Con la sicurezza nucleare al centro della crisi.

Perché l’Iran è vulnerabile

Tra i due Paesi, l’Iran presenta il rischio più immediato di una rottura politica improvvisa. La Repubblica islamica è sopravvissuta al Movimento verde del 2009, alle proteste del 2017-2018 e del 2019, alla rivolta “Donna, vita, libertà” del 2022-2023 e alla nuova ondata di mobilitazione nazionale iniziata alla fine del 2025. Ogni volta le autorità sono riuscite a reprimere le manifestazioni. Nessuna repressione, però, ha risolto le cause profonde del malcontento.

Inflazione, svalutazione del rial, corruzione, carenze idriche ed energetiche, restrizioni sociali e insofferenza verso il costo della politica regionale iraniana continuano a erodere la legittimità del sistema. Le proteste ricorrenti mostrano che la stabilità della Repubblica islamica è sempre più fondata sulla coercizione, non sul consenso ideologico o religioso.

A queste difficoltà si aggiunge l’indebolimento della posizione regionale di Teheran. I danni subiti dalle infrastrutture militari iraniane e il ridimensionamento di alcuni alleati hanno messo in discussione la narrativa secondo cui decenni di investimenti nelle reti regionali avrebbero reso il Paese più sicuro.

Anche la successione al vertice rappresenta un’incognita. Una transizione ordinata potrebbe consolidare nuovamente il sistema. Una successione contestata, invece, potrebbe far emergere divisioni tra il clero, i Pasdaran e le reti politico-economiche legate al potere.

Ciò non significa che la Repubblica islamica sia sul punto di cadere. Il regime conserva un potente apparato repressivo, sistemi di sorveglianza, reti clientelari e un’esperienza considerevole nel dividere e isolare i movimenti di protesta. L’opposizione, inoltre, non dispone ancora di una leadership universalmente riconosciuta né di una struttura interna capace di sostituirsi allo Stato.

L’Iran potrebbe quindi resistere ancora per anni, soprattutto se il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica resterà compatto. Ma potrebbe anche entrare in una crisi terminale nel giro di pochi mesi qualora proteste e scioperi di massa coincidessero con una successione controversa, una nuova sconfitta esterna o un grave shock economico. Il fattore decisivo non sarà soltanto il numero delle persone nelle piazze. Sarà la disponibilità degli uomini armati a continuare a eseguire gli ordini.

La fragilità sottovalutata del Pakistan

La debolezza del Pakistan è diversa e, probabilmente, ancora sottovalutata dagli Stati Uniti e dall’Europa. Il Paese non è governato esclusivamente dal suo esecutivo civile. È un sistema ibrido nel quale l’esercito rimane l’arbitro fondamentale della sicurezza nazionale e, spesso, anche della politica interna. Il governo civile soffre di un serio deficit di legittimità dopo le restrizioni che hanno accompagnato le elezioni del 2024, l’incarcerazione e l’emarginazione di Imran Khan e dei suoi sostenitori, le pressioni sui media e l’indebolimento dell’indipendenza giudiziaria.

In una parte considerevole della società si è così radicata la convinzione che le elezioni non siano più sufficienti a modificare la distribuzione del potere. Quando la politica costituzionale perde credibilità, la rabbia non si dirige più soltanto contro un governo: finisce per investire le istituzioni dello Stato.

Nel frattempo, il quadro della sicurezza continua a deteriorarsi. Il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), i talebani pakistani, ha intensificato la propria campagna, soprattutto nel Khyber Pakhtunkhwa. I separatisti beluci continuano a colpire lo Stato nel sud-ovest. Lo Stato islamico nella provincia del Khorasan e le organizzazioni settarie mantengono capacità operative.

Il territorio afghano offre inoltre profondità e rifugio ad alcune di queste reti. La storica distinzione operata da Islamabad tra i gruppi che colpiscono lo Stato pakistano e quelli ritenuti utilizzabili contro India o Afghanistan ha contribuito a rendere più ambiguo e pericoloso l’ambiente militante. Reclutamento, finanziamenti, ideologia e infrastrutture logistiche non rispettano sempre le categorie stabilite dagli apparati di sicurezza.

La recente stabilizzazione economica non deve essere confusa con una solidità strutturale. Il sostegno internazionale ha ridotto il pericolo immediato di una crisi della bilancia dei pagamenti, ma il Pakistan continua a essere appesantito dal debito, da una base fiscale insufficiente, dalle passività del settore energetico, dalla debolezza dei servizi pubblici e dalla dipendenza ciclica dai finanziamenti esterni.

Povertà, crescita demografica, inondazioni, temperature estreme e stress idrico limitano ulteriormente la capacità dello Stato di assorbire nuovi shock.

Il Pakistan non è oggi uno Stato fallito. L’esercito rimane coeso, la burocrazia continua a funzionare e lo Stato controlla le principali città e le istituzioni strategiche. Ma il sistema è fragile. La predominanza militare garantisce continuità nel breve periodo, indebolendo al tempo stesso le istituzioni civili e concentrando gran parte del rischio politico in un’unica organizzazione.

Lo scenario più plausibile non è quello di estremisti che conquistano improvvisamente Islamabad. Il pericolo reale è la convergenza tra una crisi finanziaria, una transizione politica contestata e offensive militanti simultanee. Una combinazione del genere potrebbe logorare progressivamente la capacità dello Stato e, nello scenario più grave, produrre divisioni all’interno dello stesso apparato militare.

Un effetto domino diverso da quello classico

È improbabile che Iran e Pakistan cadano come due tessere identiche di un domino. I loro sistemi politici, le società e le opposizioni sono troppo differenti. È però possibile una propagazione dell’instabilità attraverso canali più indiretti.

Una crisi iraniana potrebbe spingere profughi, armi e combattenti verso il Belucistan pakistano. I gruppi separatisti beluci potrebbero approfittare della perdita di controllo su entrambi i lati della frontiera. Le organizzazioni jihadiste sunnite potrebbero interpretare il collasso iraniano come un’occasione settaria, intensificando gli attacchi contro la consistente comunità sciita del Pakistan.

L’interruzione del commercio di frontiera e dei flussi di carburante aggraverebbe la povertà nelle regioni occidentali pakistane. Islamabad potrebbe essere costretta a trasferire truppe verso il confine iraniano, sottraendo risorse alle operazioni contro i talebani pakistani.

Anche il processo inverso è possibile. Una grave destabilizzazione del Pakistan potrebbe offrire rotte di traffico, reclute e santuari a organizzazioni attive in Iran o contro l’Iran. La debolezza di uno dei due Stati finirebbe così per amplificare quella dell’altro.

L’errore del disimpegno americano

È in questo contesto che un eventuale disinteresse di Washington verso il Pakistan potrebbe trasformarsi in un errore strategico. Il Paese non può essere stabilizzato attraverso un sostegno militare incondizionato, che finirebbe per rafforzare proprio lo squilibrio tra potere civile e forze armate alla base della crisi di legittimità. Non può neppure essere ignorato il sostegno che settori del sistema pakistano hanno offerto in passato a organizzazioni militanti considerate funzionali agli interessi nazionali.

Ma il disimpegno avrebbe conseguenze altrettanto pericolose. Ridurrebbe la cooperazione d’intelligence, il coordinamento antiterrorismo, la capacità di gestire le crisi economiche e il dialogo sulla sicurezza nucleare proprio quando questi strumenti diventano più necessari.

Gli Stati Uniti dovrebbero combinare assistenza economica e climatica con richieste precise: elezioni credibili, rafforzamento delle istituzioni civili e azione coerente contro tutte le organizzazioni terroristiche, non soltanto quelle che attaccano direttamente lo Stato pakistano.

Il rischio nucleare

Il Pakistan possiede un arsenale nucleare operativo e un sistema militare specializzato per il comando e il controllo delle armi strategiche. Non vi sono elementi pubblici per sostenere che le sue testate siano incustodite o facilmente accessibili ai gruppi jihadisti.

La conquista dell’intero arsenale da parte degli estremisti rimane quindi estremamente improbabile nelle condizioni attuali. Perché ciò accada sarebbe necessario il collasso o la frammentazione dell’esercito e della catena di comando nucleare.

Concentrarsi esclusivamente su questo scenario estremo, tuttavia, significa trascurare pericoli più realistici: furto di materiale o componenti con l’aiuto di personale interno, sabotaggio delle infrastrutture, attacchi contro convogli, scomparsa di materiali e indebolimento delle procedure di autorizzazione durante una crisi militare.

Un nuovo confronto con l’India aggraverebbe ulteriormente questi rischi. La dispersione o il trasferimento delle armi in una fase di allerta potrebbe esporre alcuni asset, ridurre i tempi decisionali e aumentare il pericolo di impiego non autorizzato o accidentale.

In Iran il problema è differente. Teheran non dispone, per quanto pubblicamente accertato, di un’arma nucleare. Ha però accumulato una quantità significativa di uranio arricchito al 60 per cento, un livello molto superiore alle normali necessità civili e tecnicamente vicino a quello necessario per un ordigno.

Dopo il conflitto del 2025, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha perso la continuità delle informazioni su parte delle scorte iraniane. L’uranio arricchito non equivale a una bomba pronta: servirebbero ulteriore arricchimento, conversione, progettazione dell’ordigno e un sistema di lancio. L’incertezza sulla collocazione e sulle condizioni del materiale rappresenta però già un serio segnale d’allarme.

Durante una transizione caotica, unità dei Pasdaran o fazioni rivali potrebbero trasferire il materiale in siti non dichiarati. I registri degli impianti potrebbero andare perduti. Scienziati, attrezzature o quantità limitate di materiale potrebbero essere venduti. Un governo successore, sentendosi minacciato, potrebbe decidere che una rapida militarizzazione del programma rappresenti la migliore garanzia di sopravvivenza.

Il pericolo più realistico non è che un gruppo estremista costruisca immediatamente una bomba nucleare sofisticata. È il traffico di materiale nucleare o radioattivo, eventualmente favorito da complicità interne, oppure la realizzazione di un ordigno radiologico. Anche questi scenari costituirebbero un’emergenza internazionale.

Prepararsi prima della frattura

In entrambi i Paesi il rischio nucleare ha un andamento non lineare. La debolezza politica ed economica lo fa aumentare gradualmente. Se però dovesse venire meno la coesione delle istituzioni incaricate di custodire gli asset strategici, il livello di pericolo crescerebbe improvvisamente.

In Pakistan, la soglia critica è rappresentata dall’integrità dell’esercito e della catena di comando nucleare. In Iran, dal controllo fisico e dalla contabilità verificabile del materiale arricchito. Nessuna delle due soglie sembra essere stata ancora superata. Entrambe, tuttavia, sono sottoposte a pressioni crescenti.

La lezione per Washington e per l’Europa non consiste nel fissare una data per la caduta di Teheran o di Islamabad. Consiste nel prepararsi alle possibili fratture prima che si verifichino.

Sostenere istituzioni responsabili, contrastare tutte le reti terroristiche, mantenere aperto il dialogo sulla sicurezza nucleare e ripristinare un monitoraggio credibile del materiale iraniano non sono obiettivi diplomatici secondari. Sono le misure necessarie per impedire che due fragilità politiche si trasformino in un’unica crisi nucleare.

Autore
Formiche

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