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Inter al vertice da 7 anni: ecco il segreto dei nerazzurri

  • Postato il 5 maggio 2026
  • Sport
  • Di Libero Quotidiano
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  • 7 min di lettura
Inter al vertice da 7 anni: ecco il segreto dei nerazzurri
Inter al vertice da 7 anni: ecco il segreto dei nerazzurri

L’Inter è ai vertici da sette stagioni ed è riuscita a vincere tre scudetti negli ultimi sei anni perché ha due ottime squadre. Una è quella che va in campo, l’altra è quella che lavora dietro le scrivanie. Il management nerazzurro non è solo più talentoso rispetto a quello delle rivali, è anche e soprattutto il più affiatato. Non si perde in lotte di potere interne o litigi pubblici, e questo lo rende un’eccezione nel nostro calcio. Una squadra. Quando il capitano-presidente Marotta arriva nel dicembre 2018, trova la coppia Ausilio-Baccin già formata e, da grande dirigente, capisce subito che andava blindata e valorizzata. D’altronde, di Ausilio bisognerebbe rimarcare la camaleontica capacità di lavorare con tutti (da Branca a Sabatini) e tutto (da Moratti a Thohir, passando per Zhang e Oaktree) con uguale efficacia. Da uomo-squadra, appunto, più che da dirigente a caccia di gloria personal-professionale. E infatti l’Inter è cambiata più volte in altissimo (la proprietà), ma mai in alto (la dirigenza). Oaktree non si è sognata minimamente di toccare una cabina di comando in cui le mansioni sono divise ma le competenze si integrano, e ora festeggia il suo primo scudetto.

CONTINUITÀ
Quando aveva trovato continuità in Maldini e Massara, il Milan era riuscito a battere proprio l’Inter. Poi Cardinale ha deciso di mettere i suoi uomini, perdendo identità e direzione. Furlani compie 4 anni ma sono pur sempre i primi 4 nel mondo del calcio. Il Diavolo si è dotato di un ds (Tare) solo la scorsa estate, ripiegando dopo aver chiuso con Paratici: un dettaglio che non è un dettaglio. Pure Ibrahimovic ha rappresentato un’anomalia manageriale: assunto come consigliere, ma di fatto dt operativo nel primo anno e poi improvvisamente dietro le quinte. Una gestione dilettantesca che puntualmente crea problemi in campo: ora Allegri è abbandonato alle sue lacune tecniche e rischia la Champions.

 

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Il Napoli non per caso culminava l’era-Giuntoli (8 anni) con uno scudetto. E, sempre non per caso, seguiva all’addio del ds un annodi vuoto strutturale, accentrato solo su De Laurentiis in via sperimentale, e l’arrivo di Manna per provare a ristabilire un assetto che finora non ha dato tutti i frutti sperati. Ma il Napoli ha una fortuna, ovvero che DeLa è un garante della stabilità vecchio stampo. Un privilegio che non ha nemmeno la Juventus, pur posseduta da una proprietà storica. Mentre l’Inter vinceva tre scudetti, l’assetto dirigenziale bianconero cambiava tre volte. Dal disastro finale dell’era Agnelli-Paratici, la reggenza Elkann ha prima affidato tutto a Giuntoli, salvo poi ricredersi e prelevare Comolli come deus ex machina. Ma il resto è stato composto a mosaico ed è ancora freschissimo: il dt Modesto è arrivato a luglio 2025, il ds Ottolini da appena 4 mesi. E lo stesso Chiellini ha cambiato due ruoli in due anni. Ora, pur tra le difficoltà, con Spalletti deve partire una programmazione quantomeno triennale, altrimenti la carenza di personalità in campo sarà solo il riflesso dell’instabilità di Elkann.

 

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Anche Roma e Como sono due facce della stessa medaglia. La prima non riesce a darsi pace mentre il secondo è un’oasi. Ranieri fuori in un lampo, Massara ai saluti, il tutto dopo il clamoroso buco nell’acqua con Lina Souloukou. Ora i Friedkin hanno scelto di strutturare la dirigenza in funzione del tecnico (Gasperini), e non più il contrario. Si guardi il Como, guidato da un Suwarso iper-comunicativo e strutturato da vera big: Ludi è ds dal 2019 e ha sposato il progetto Hartono dall’alba, affiancato ora da figure competenti come il Ceo Terrazzani, il tutto con Fabregas come centro di gravità permanente. Così si cresce e si sta in alto. Costruendo una squadra prima in sede, e solo dopo in campo.

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Autore
Libero Quotidiano

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