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In Veneto tutti sul carro di Vannacci, gli iscritti di FnV superano quelli della Lega: “Qui la gente non ne può più”. Il videoreportage tra “camerati”, Mussolini e bandiere russe

  • Postato il 21 giugno 2026
  • Politica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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In Veneto tutti sul carro di Vannacci, gli iscritti di FnV superano quelli della Lega: “Qui la gente non ne può più”. Il videoreportage tra “camerati”, Mussolini e bandiere russe

“Qui la gente si è rotta i coglioni, non ce la fa più”. Corrisponde alla realtà l’idea secondo cui il Veneto è la regione, in Italia, con le più profonde contraddizioni. È sufficiente percorrerlo, come abbiamo fatto, da ovest a est: dall’infinita sequenza senz’ordine di casermoni squadrati ai gioielli che spuntano dove meno te lo aspetti; dietro una curva, oltre un ponte rinascimentale. Le brutture, gli ecomostri, i grandi scheletri industriali, e poi le piazze, le case rurali perfettamente conservate, le ville storiche che lasciano senza fiato. Per non parlare della natura, delle montagne, dalle Dolomiti al Monte Ortigara ai faggi e agli abeti del Cansiglio.

Ma è altrettanto vero che le contraddizioni, profonde, non risparmiano chi abita queste terre. Accanto al cliché dei grandi lavoratori, della fabbrichetta e della villetta unifamiliare col giardino – il Veneto resta la terza economia del Paese, un tasso di disoccupazione (3,1%) che è quasi la metà di quello nazionale (5,1%) – tra le pieghe della regione scorre il fermento delle persone che resistono: l’associazionismo e l’attivismo internazionale che in questi anni hanno supportato la Palestina, i No Tav a Vicenza (e l’ex No Dal Molin), i No Grandi Navi a Venezia.

San Marco con la spada: nelle braccia di Vannacci

Ma l’aria che si respira è che una larga fetta di veneti, come ci viene raccontato, “si è rotta i coglioni”. Sono gli ex secessionisti, poi autonomisti con la bandiera di San Marco con la spada nascosta in casa, oggi pronti a mollare l’antico credo, ai quali si aggiungono i delusi dalla politica e i mai scomparsi estremisti di destra. Tutti convinti nel puntare sull’uomo del momento: Roberto Vannacci. Nessuna regione come il Veneto sta scegliendo Futuro nazionale. Lo dicono i comitati, che crescono come funghi, lo dicono gli iscritti in costante crescita: a oggi sono circa 11mila, vale a dire più di quelli della Lega. E lo dicono, soprattutto, i tanti amministratori locali di area centrodestra che lasciano il proprio partito per FnV. Quegli amministratori locali che, al momento delle elezioni, fanno la cosa che più conta: portare i voti.

Lo scorso 25 maggio il generale ha inaugurato a Verona, a due passi dal centro, la sede del partito che attualmente fa da riferimento al Triveneto. Poco distante il gestore di un bar – romano, da più di 20 anni in città, il gagliardetto della Lazio sopra il bancone – cita Benito Mussolini e le bonifiche dell’Agro Pontino. “Sono appassionato di storia”. Dopo qualche minuto, si lascia andare alle confidenze: “Vannacci? Tra i miei clienti c’è chi sostiene che abbia ragione e chi che esageri. Ma di sicuro è una persona coraggiosa e intelligente, altrimenti non avrebbe fatto quella carriera militare. Si vede che non ha paura di niente e che dice quello che le persone vogliono sentirsi dire”. Tra un piatto di pasta al tavolo e un saluto all’avvocato che chiama per nome, aggiunge: “Verona è molto peggiorata negli ultimi anni. C’è molta insicurezza, soprattutto in periferia”.

“Cosa diamo in cambio? Un calcio in culo”

A snocciolare i numeri che “invecchiano da un giorno all’altro”, è il braccio destro di Vannacci in questi territori, Stefano Valdegamberi: “Solo in Veneto abbiamo più di 11mila iscritti, oltre 170 comitati, una quarantina di amministratori locali già passati con noi. Ci accusano di imbarcare persone impresentabili? All’inizio è una specie di pesca a strascico, è ovvio che vada così, ma a breve selezioneremo la classe dirigente, altrimenti non si va lontani”. Valdegamberi lo afferma con cognizione di causa: ex Udc e cultura cattolica (il padre faceva politica con la Democrazia cristiana a Badia Calavena, dove è stato sindaco lo stesso Valdegamberi, “sono orgogliosamente montanaro” dice), cinque legislature consecutive in Consiglio regionale, sempre tra i recordman di preferenze (con un passaggio nella lista di Luca Zaia), e una rete di contatti, come dicono qui, “di vigna in vigna”. “Ma non sto facendo campagna acquisti” avverte. “Al contrario, devo tenere a bada le richieste. Anzi, mi hanno segnalato persone dal passato opaco. C’è qualche massone, un mondo che è distante anni luce dal mio. Un amministratore del Veronese mi ha chiesto: ‘Cosa mi dai in cambio?’. Gli ho risposto: ‘Un calcio in culo’. Ecco, lo dico chiaramente: le mele marce vanno allontanate subito”.

Il fatto singolare – che si verificherà a distanza di qualche ora, a Vicenza, anche con Joe Formaggio – è che Valdegamberi ci accoglie accompagnato dal suo avvocato. Ci sono poi i suoi due giovani collaboratori: Attilio Zorzi, che dirige una rivista di geopolitica, e Romina Jace, 30 anni, “figlia di immigrati” come sottolinea, membro dell’assemblea costituente di FnV. E che a un certo punto – a telecamera spenta – tira fuori dallo zaino tra l’ilarità generale una piccola bandiera russa. “Hanno accusato anche me, come successo al generale, di avere una villa in Crimea, di essere filoputiniano, di prendere tangenti dalla Russia. Non è vero niente” racconta Valdegamberi. Che poi spiega la propria posizione sulla guerra in Ucraina: “Bisogna smettere di inviare armi a Kiev. È una condizione sine qua non col centrodestra. Se non cambiano, facciamo opposizione. Silvio Berlusconi aveva una visione sulla Russia, sul ruolo che poteva avere con l’Occidente. Ora in Europa abbiamo i cosiddetti volenterosi, sono meno europeisti di me, ingrassano solo le grandi lobby“.

Valdegamberi sostiene che “il generale mi legge nel pensiero, e io nel suo. Prima di impegnarmi in questo progetto gli ho chiesto: ‘Vuoi portare il consenso a Meloni o vuoi cambiare davvero le cose?'”. In questo senso “Meloni non si è dimostrata all’altezza”. Come “tutto il centrodestra, hanno fatto come dottor Jekill e mister Hide. In Europa, fanno come la sinistra, votano l’agenda Draghi, seguono la linea von der Leyen”. Gli attacchi alla sorella di Giulia Cecchettin, Elena? “Non mi pento di niente, il post sui social è ancora lì. Ma non è vero che l’ho accusata di essere satanista. Semplicemente non accetto che si dica che la nostra società è patriarcale. È vero il contrario, è matriarcale, in casa mia comanda mia moglie“.

Tra camerati e busti di Mussolini, la promessa: “FnV in Veneto farà il pieno”

Come accennato, Joe Formaggio ci dà appuntamento nello studio della sua avvocata, Cristina Zanini. Che, ci annuncia lui in anteprima, “ha appena aderito a FnV”. Le è stata vicesindaca e ora consigliera di opposizione di Monticello Conte Otto (9mila abitanti, in provincia di Vicenza). Formaggio, ristoratore e dirigente dell’Acciaieria Valbruna, è stato a lungo sindaco di Albettone ed ex consigliere regionale di Fratelli d’Italia. Spesso fa parlare di sé: è stato condannato per incitamento all’odio razziale, ha attaccato i rom (fece affiggere i cartelli “divieto ai nomadi” nel proprio Comune), i gay, le persone di fede musulmana. È stato accusato di molestie da un’ex collega leghista, e per questo sospeso da FdI. Al ristorante aveva il busto di Mussolini. “Era un regalo. Ora non c’è più, me lo ha rubato, dichiarandolo, Giuseppe Cruciani, che ha promesso di restituirmelo” racconta. Per poi precisare: “Comunque in cantina ho alcune bottiglie col Duce sull’etichetta e un piccolo fascio in ottone. Sono tutti regali”.

Per Valdegamberi, Formaggio “non è un problema, è un bravo ragazzo. Le sue sono uscite folkloristiche. I problemi per FnV possono essere altri”. Nello studio dell’avvocata, Formaggio ribadisce che “direi tutto ciò ho detto in passato”. Ha fatto parte della truppa veneta – 130 delegati, una delle più numerose – che ha partecipato all’assemblea costituente del partito. Lui, già che c’era, ha fatto un salto da Luca Marsella di CasaPound al corteo per la remigrazione. “Ora in Futuro nazionale mi sento finalmente libero, prima avevo le catene“. Cioè? “Quando ho sentito dal palco dell’assemblea che ci si chiamava, pubblicamente, ‘camerati’, mi sono sentito a casa. Rispondo: ‘A noi’. In FdI non si poteva dire”. Formaggio, un passato nel Movimento sociale italiano, poi in An, rivendica le proprie idee: “Sono sempre state le stesse. A Vannacci ho detto che il Veneto sarà la regione che lo premierà più di tutte“. Come a Verona, anche a Vicenza si nota il consenso del generale: “A breve avremo un consigliere di Bassano del Grappa e uno o due del capoluogo. Ho girato tra Rovigo, Treviso, Venezia, ovviamente la mia provincia. Sa quanti iscritti ha FdI a Rovigo? 87. Sa quanti FnV in pochi mesi? Quasi 700″.

Formaggio ricorda gli anni in cui “FdI in Veneto l’ho portato io, nel 2013. Ci sputavano in faccia, Meloni era la ‘borgatara’. Abbiamo impiegato cinque-sei anni per crescere, per diventare credibili di fronte all’elettorato. Con Vannacci invece ci tendono tutti la mano, vogliono entrare nel partito. Mai vista una cosa così”. Poi un retroscena: “Il generale venne nel mio ristorante nel 2023, il suo libro era appena uscito. Dissi al partito di prenderlo, ma con Guido Crosetto di mezzo, c’è stato un muro. Così è entrato nella Lega, e in Veneto è andato benissimo. Molti elettori di FdI mi dissero che avrebbero votato Lega, turandosi il naso, pur di dargli la preferenza”. E a proposito di Lega: “Mi fanno incazzare quando dicono ‘padroni a casa nostra’. Hanno svenduto la nostra splendida regione. Popolare di Vicenza, Veneto Banca. Zaia in 15 anni non ha fatto una grande opera che sia una”. Poi il ragionamento su quello che per Formaggio è l’elettore-tipo di centrodestra in Veneto: “Vuole due cose: lavorare dalla mattina alla sera, fare soldi e sperderli nel fine settimana. E poi vuole sicurezza“. Per Formaggio l’integrazione “con gli islamici è impossibile. C’è qualcosa di sbagliato in quella religione, ce lo hanno dentro. La mia idea di remigrazione? Li carichiamo sulla camionetta della polizia e li rispediamo nel loro Paese“. E se il Paese di provenienza non collabora, o non ci sono gli accordi, “li spediamo nello Stato vicino, non mi interessa dove, basta che non mettano più piede in Italia”. E dove si trovano i soldi per farlo? “Se si ha la volontà, si trovano”. Formaggio si giocherà il posto di coordinatore della provincia di Vicenza con Stefano Boschiero.

Sul carro di Vannacci. Ma la Lega: “Nessuna paura se recuperiamo il nostro DNA”

L’elenco dei cambi di casacca, tra gli amministratori, è piuttosto lungo. Dal parlamentare bellunese, ex Lega, Gianangelo Bof, all’ex europarlamentare – sempre in quota Carroccio – Antonio Maria Rinaldi, fino all’ex sottosegretaria alla Salute ed ex assessora alla Sanità, Francesca Martini; ai sindaci Roberto Brizzi (Bussolengo) e Luciano Alberti (San Mauro di Saline), all’ex consigliere e avvocato di Verona, Andrea Bacciga, condannato in via definitiva per aver fatto il saluto romano in Consiglio comunale, e agli ex consiglieri regionali Mariangelo Foggiato e Luciano Sandonà (FdI). Non Erik Pretto, deputato fuoriuscita dalla Lega e che, stando a quanto si apprende, si è avvicinato a Forza Italia. E non, al momento, Monica “Lady Pickpocket” Poli e Giovanni Giusto, consiglieri comunali leghisti di Venezia appena usciti dal partito.

Per il fedelissimo di Zaia, tra i fondatori della Liga Veneta, ex assessore allo Sviluppo economico e oggi consigliere leghista Roberto Marcato, “non c’è da preoccuparsi, se la Lega recupera il proprio DNA, se torna a fare la Lega dei territori, non dobbiamo avere paura di nessuno. Nemmeno di Vannacci. Il nostro vantaggio, che nessun partito in Italia può vantare, è che siamo post-ideologici, né di destra né di sinistra. Semplicemente, difendiamo i territori”. In questo senso la mini-segretaria composta da Zaia e Massimiliano Fedriga “non basta, fatico a vederli come vice. Serve una reazione robusta, una reazione che avremmo dovuto mettere in atto da tempo. Il cambio d’identità ha portato inevitabilmente a una contrazione del consenso. Serve un’analisi violenta di ciò che è successo. Vannacci? Quando siamo andati al voto per le Regionali, ho preteso che lui non venisse a fare campagna elettorale. Risultato? Oggi, in Veneto, siamo il primo partito. Qui abbiamo una classe dirigente e degli amministratori straordinari, perché abbiamo mantenuto il nostro DNA, seppur in salsa moderna. Non dobbiamo fare l’errore di rincorrerlo”.

Lo scrittore Malaguti tra retorica fascista e Veneto moderato

In provincia di Treviso, alle spalle le fabbriche e i campi coltivati, si arriva ai piedi di un gioiello di architettura e urbanistica: Asolo. Le strade del centro restituiscono la storia della cittadina: la regina di Cipro che abitò nel castello sotto la Serenissima, gli artisti e gli intellettuali tra Otto e Novecento, come Eleonora Duse e Robert Browning. E la Repubblica di Salò, che vi trasferì la sede del Sottosegretariato dell’Esercito. È qui che incontriamo uno degli scrittori veneti più apprezzati nel panorama italiano, Paolo Malaguti, (qui l’intervista completa, ndr), in libreria col saggio Sentieri partigiani (Einaudi).

“Esiste una retorica fascista molto pervasiva nelle famiglie italiane. Quella retorica secondo cui il Duce ‘ha fatto anche cose buone’, ‘se solo non si fosse alleato con Hitler’. È una retorica molto diffusa anche nelle famiglie moderate. A mio avviso la novità, in Veneto come altrove, è lo sdoganamento tanto ideologico quanto comunicativo sul piano pubblico”. Vale a dire che “la destra governativa aveva fatto passi di affrancamento dal fascismo, salvo tenere al proprio interno alcuni personaggi, come Elena Donazzan (europarlamento di FdI, ndr) in Veneto. Tuttavia, ribadisco, c’erano stati dei distinguo. Ora queste nuove forze politiche che si accingono a superare la Lega fanno dello sdoganamento di certe posizioni un elemento di consenso forte. Come sul femminicidio o sulla comunità Lgbtq“. La conclusione è che “sono chiacchiere da bar, che già esistevano, innalzate a programma di partito. Per questo non definirei folkloristiche certe uscite nostalgiche” come quelle di Joe Formaggio.

Secondo Malaguti, però, “non credo che queste tendenze estremiste intercettino la maggioranza dell’elettorato. Il Veneto resta per lo più moderato, un esempio su tutti è il successo pluridecennale di Zaia, che ha seguito una linea quasi democristiana”.

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