IL VOLTO OSCURO DELL’ISLAM RADICALE: QUANDO RELIGIONE, VIOLENZA E FANATISMO CALPESTANO LA DIGNITÀ UMANA
- Postato il 29 agosto 2026
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- Di Libero Quotidiano
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IL VOLTO OSCURO DELL’ISLAM RADICALE: QUANDO RELIGIONE, VIOLENZA E FANATISMO CALPESTANO LA DIGNITÀ UMANA
Ogni giorno sui social scorrono davanti ai nostri occhi filmati di una crudezza impressionante. Immagini che spesso non possiamo verificare immediatamente nella loro origine e nel loro contesto ma che, quando documentano realmente violenze e soprusi, impongono una riflessione che non può più essere rimandata. Navigando sui social mi sono imbattuto in un video che mi ha profondamente scosso: nelle immagini apparivano un uomo anziano e una ragazza dall’aspetto molto giovane, sicuramente minorenne, apparentemente incinta. Non conosco l’origine del filmato, l’età della ragazza, il rapporto tra le persone riprese né il contesto culturale o religioso della scena. Sarebbe quindi scorretto attribuire a quelle sole immagini un significato che non è possibile verificare. Quelle immagini hanno però suscitato in me una riflessione più ampia sulle condizioni di donne e minori in quei contesti nei quali estremismo religioso, sopraffazione e tradizioni oppressive vengono utilizzati per negare diritti fondamentali. Sui social incontriamo continuamente immagini terribili: donne umiliate, percosse o frustate, persone legate, bambini sottoposti a violenze e punizioni. Ogni filmato deve naturalmente essere verificato prima di stabilire dove sia stato girato, chi rappresenti e quale ne sia il contesto. Ma quando quelle violenze sono autentiche, ciò che vediamo non può essere liquidato come una semplice differenza culturale. Sono esseri umani ai quali viene strappata la dignità.
Ed è qui che bisogna avere il coraggio di parlare chiaramente. Esiste un islamismo radicale, integralista e violento che non può trovare alcuna giustificazione nella libertà religiosa o nel rispetto delle differenze culturali. Quando una concezione estremista trasforma la fede in imposizione, odio, sopraffazione, fanatismo e violenza, entra in collisione frontale con i principi fondamentali sui quali sono costruite le nostre democrazie. Ed il problema non è soltanto lontano da noi. Sarebbe sbagliato pensare che la radicalizzazione jihadista e, più in generale, l’estremismo violento siano fenomeni confinati a migliaia di chilometri dall’Italia. Le attività investigative condotte anche nel nostro Paese dimostrano quanto sia necessario mantenere alta l’attenzione. Il 25 maggio 2026, a Reggio Emilia, la Polizia di Stato ha fermato un ventiduenne italiano di origini marocchine nell’ambito di un’indagine per l’ipotesi di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale. Secondo quanto comunicato dalla Polizia, il giovane si sarebbe dichiarato sostenitore dello Stato Islamico e avrebbe avuto contatti con un presunto sostenitore del Daesh che gli avrebbe proposto istruzione e finanziamento per compiere un attentato in Italia o all’estero. Il giudice ha successivamente disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere. È indispensabile precisare che si tratta di contestazioni sottoposte al vaglio dell’autorità giudiziaria e che la responsabilità dell’indagato non può essere considerata accertata fino a un’eventuale sentenza definitiva. Poche settimane dopo, il 17 giugno 2026, un altro caso ha riguardato un sedicenne in provincia di Bologna, arrestato nell’ambito di un’indagine sull’estremismo violento. Secondo quanto riportato da RaiNews, l’attività investigativa era partita da ambienti suprematisti e avrebbe portato al rinvenimento di materiale riconducibile sia alla propaganda suprematista sia a quella jihadista, oltre a manuali relativi alla fabbricazione artigianale di armi e ordigni. È una precisazione fondamentale: non ogni episodio di estremismo può essere automaticamente classificato come jihadismo. Questa vicenda mostra piuttosto quanto alcuni percorsi contemporanei di radicalizzazione possano essere complessi e arrivare persino a mescolare ideologie apparentemente contrapposte, accomunate dall’esaltazione della violenza. Il 7 agosto 2026, inoltre, la Polizia ha comunicato l’arresto di un sedicenne italiano di origine straniera residente nel Comasco nell’ambito di un’indagine nella quale vengono contestati reati legati al terrorismo internazionale e alla propaganda. Secondo gli elementi investigativi resi pubblici, sui profili riconducibili al ragazzo sarebbero stati individuati riferimenti allo Stato Islamico e contenuti jihadisti, neonazisti e antisemiti. Sarebbe stato inoltre rinvenuto materiale relativo alla realizzazione di un ordigno esplosivo improvvisato. Anche in questo caso occorre essere rigorosi: siamo davanti ad accuse che dovranno essere verificate nel procedimento giudiziario. Vale pienamente la presunzione di non colpevolezza.
Tre vicende diverse, dunque, che non devono essere trasformate in processi sommari e che, proprio per questo, devono essere raccontate rispettando ciò che le indagini hanno effettivamente accertato e distinguendolo da ciò che resta ancora da dimostrare. Ma sono anche vicende che ricordano quanto sia importante il lavoro della magistratura, della Polizia di Stato, delle Digos, dell’intelligence e di tutti gli apparati impegnati nella prevenzione dell’estremismo e del terrorismo. Individuare un percorso di radicalizzazione prima che possa eventualmente trasformarsi in violenza significa proteggere vite umane. È un’attività spesso invisibile all’opinione pubblica, ma fondamentale per la sicurezza del Paese. Precisiamo che l’Islam è jihadismo non sono la stessa cosa ma anche su questo bisogna parlare senza ambiguità. Islam e jihadismo terroristico non sono sinonimi. Milioni di musulmani vivono pacificamente, rispettano le leggi delle democrazie nelle quali risiedono e rifiutano terrorismo e fanatismo. In moltissime parti del mondo sono stati proprio i musulmani a pagare con la vita la ferocia delle organizzazioni jihadiste. Trasformare la denuncia dell’estremismo in un’accusa collettiva contro tutti i musulmani sarebbe quindi sbagliato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare la paura di essere accusati di intolleranza per evitare di parlare dell’islamismo radicale e violento quando esistono fatti concreti che impongono di farlo senza timore. Il jihadismo rappresenta una minaccia per la sicurezza quando dall’ideologia si passa alla propaganda terroristica, al reclutamento, all’istigazione o alla preparazione della violenza. Le ideologie jihadiste possono individuare come nemici le società occidentali, cristiani, ebrei, musulmani considerati apostati o infedeli, dissidenti e chiunque rifiuti la loro visione estremista. Quando l’odio supera il confine dell’opinione e diventa istigazione o preparazione della violenza, uno Stato democratico ha il diritto e soprattutto il dovere di intervenire attraverso gli strumenti previsti dalla legge. Perché essere tolleranti non significa essere indifesi o accettare tutto senza poter criticare se un’azione risulta sbagliata o addirittura illegale. Su questo non possiamo permetterci ingenuità. Difendere la libertà religiosa non significa tollerare chi utilizza una religione per predicare terrorismo o violenza. Essere una società aperta non significa rinunciare a difendere le nostre libertà. Accogliere chi rispetta le nostre leggi non significa accettare chi quelle stesse leggi e libertà vorrebbe distruggerle attraverso la violenza. E nessun relativismo culturale può imporci il silenzio davanti agli abusi. Una bambina rimane una bambina in Europa, in Medio Oriente, in Africa o in qualsiasi altra parte del mondo. Una donna picchiata rimane una vittima da difendere. Un essere umano privato della propria libertà e dignità rimane una persona alla quale vengono negati diritti fondamentali, anche quando qualcuno tenta di chiamare quella sopraffazione “tradizione”. Non tutto ciò che è antico è degno di essere conservato. Non tutto ciò che viene proclamato in nome di Allah può essere accettato quando quel nome viene strumentalizzato per giustificare violenza, terrorismo, matrimoni infantili, discriminazioni o abusi. La libertà religiosa merita tutela. La violenza commessa o predicata in suo nome non merita alcuna indulgenza. E questo principio deve valere per qualsiasi religione e qualsiasi ideologia. L’Occidente deve avere la forza di difendere la nostra libertà senza rinunciare ai nostri valori. I principi sui quali poggiano le nostre democrazie devono essere chiarissimi: libertà individuale, uguaglianza tra uomo e donna, tutela dei minori, libertà religiosa, dignità della persona e primato della legge democratica. Sono principi sui quali non possiamo arretrare. Dobbiamo quindi restare vigili. Non attraverso una paura indiscriminata del musulmano o dello straniero, che sarebbe ingiusta e finirebbe per alimentare altre forme di odio, ma attraverso la fermezza di una democrazia consapevole dei propri valori e capace di riconoscere e contrastare chi sceglie la strada dell’estremismo violento. Contro il jihadismo non servono generalizzazioni. Servono intelligence, prevenzione, magistratura, forze dell’ordine, cooperazione internazionale, contrasto ai circuiti della propaganda estremista e leggi capaci di difendere efficacemente la società nel pieno rispetto dello Stato di diritto. Le indagini condotte negli ultimi mesi ci ricordano che l’attenzione deve rimanere alta.
Ma ci ricordano anche che lo Stato dispone di donne e uomini capaci di individuare, investigare e contrastare questi fenomeni. Una società libera non deve avere paura di pronunciare la parola “jihadismo” quando i fatti lo impongono. Non deve avere paura di condannare l’islamismo violento con tutta la fermezza necessaria. Ma deve essere altrettanto capace di non trasformare quella battaglia in un’accusa collettiva contro una religione o contro milioni di persone che non hanno nulla a che vedere con terrorismo e fanatismo. Questa è la differenza tra fermezza e odio. Ed è una differenza fondamentale. Perché difendere la libertà significa rispettare chi crede diversamente da noi e, contemporaneamente, non arretrare di un millimetro davanti a chi pretende di strumentalizzare Allah, l’Islam o qualsiasi altra religione per giustificare terrorismo, odio, sopraffazione e violenza.
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