Il volto dell’altro
- Postato il 17 giugno 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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“Pongo la domanda: come definisce lei la libertà? Evidentemente, quando c’è costrizione, non c’è libertà. Ma quando non c’è costrizione, c’è necessariamente libertà? La libertà deve essere definita in modo puramente negativo, come assenza di costrizione, o al contrario, la libertà significa la possibilità per una persona, l’appello rivolto ad una persona a fare qualcosa che nessun altro può fare al posto suo? In tale bontà precedente ad ogni scelta che è la mia responsabilità, sono come eletto, non intercambiabile, il solo a poter fare ciò che faccio nei confronti di altri”. Si tratta di un’estrapolazione da un’intervista rilasciata da Emmanuel Lévinas alla televisione olandese nell’ormai lontano 1986. Uno dei cuori pulsanti del pensiero di Lévinas è la fragile nudità del volto dell’altro che diviene,”la parola di Dio”, una sorta di ordine non pronunciato che ti impone la responsabilità etica dell’amore e del rispetto, quell’imperativo assoluto che è una sorta di legge interiore universale: non uccidere. Comandamento morale di estrema attualità in questo secolo di orrori bellici, ossimoro logico, un ordine perentorio che non è una costrizione ma la rivelazione della natura più profonda di ogni essere umano, la responsabilità di ri-conoscere se stessi nel volto dell’altro. Non so se esista un Dio, non credo che la libertà e il codice morale dell’essere umano abbiano origine esogena o trasendente, non credo che un Dio ci liberi consentendoci di essere atei, ma ciò che mi preme e che sembra certo nel pensiero di Lévinas è che, al contrario del pensatore francese io non ne sono così sicuro, l’insorgere della coscienza sia conseguente alla relazione con l’altro. È altrettanto plausibile, quanto comunque opinabile, che il rivelarsi del soggetto a se stesso consista in una fuoriuscita dal tutto indistinto, o dal nulla che tutto racchiude, un ascolto del pensiero come fenomeno che mi appartiene e che mi definisce, l’istante sacro del presentarsi dell’esser-ci a se stesso, quell’infrazione, quella sorta di peccato originale, quella colpa riconosciuta da Anassimandro che ha infranto la monolitica unità di ciò che era prima di quel tragico istante, tragico in senso pre socratico.
In quel momento aurorale, attimo nel quale la diabolica distinzione tra il soggetto e il tutto ha infranto il non tempo, l’uomo non ha avuto nemmeno modo di incontrare “il volto dell’altro”, sono convinto che avesse ben altre urgenze con le quali misurarsi. La fuoriuscita dall’indistinto è stata un parto doloroso; sapersi qualcosa ha subito gravato l’io della colpa, non meditata e non deliberata, necessaria quanto inevitabile, di essere responsabile di una epifania di sé e, inevitabilmente, dell’altro da sé, che non avrebbe mai più permesso di ricomporre l’unità. La prima emozione dell’essere cosciente è stata, oltre al disagio doloroso del senso di colpa, la spaventosa consapevolezza della propria solitudine. Anomalia, diversità, peccato e, inevitabilmente, terrore dell’essere solo. La condizione dell’uomo prima del sapersi con altri nelle stesse condizioni, è stata la disperazione della solitudine. Non possiamo saperlo, ovviamente, quello che scrivo, in compagnia di infiniti dubbi, ritengo sia fondato logicamente ed eticamente alla luce di quanto accaduto successivamente ma, con assoluta modestia, penso meriti almeno il medesimo rispetto della tesi del più illustre Lévinas, pertanto proseguo nell’argomentazione. Prima di scoprire il volto dell’altro è possibile che l’io abbia avuto modo di conoscere il proprio, così come può essere che l’incontro con l’altro lo abbia indotto a supporre il proprio, proseguo con la prima personale opzione. Se così è accaduto credo che le reazioni possano essere state riconducibili alla dicotomia Narciso-Minotauro, contrapposizione che merita più ampio approfondimento magari in un altro momento e che, per ora, assumiamo sinteticamente. L’incontro con il proprio volto può essere stato affascinante e gratificante, versione Narciso, oppure terrificante come nell’ipotesi di un Minotauro che si è specchiato nello scudo lucidato da Arianna per Teseo. Nel secondo caso il “mostro”, compresosi tale, si è dilaniato consentendo al terrorizzato ateniese, accucciato dietro al proprio scudo, di essere ricordato come il suo vincitore.
Inquietante la versione appena proposta del mito cretese, ma evidentemente non plausibile, almeno se recepita in senso strettamente fisico. La si può intendere meglio in una chiave più sottilmente psicologica, come la rinuncia alla più intima “verità di sé” che, anche in questo caso sono costretto a un’estrema sintesi, ha consentito la sopravvivenza, della specie appena nata, confinando ciò che era stato ritenuto “mostruoso” nelle più profonde e labirintiche oscurità dell’inconscio. Va intanto precisato che “l’ipotesi Minotauro” richiede l’incontro, deve esistere un eroe che consenta la presa di coscienza, non necessariamente corretta, della propria anomalia, un eroe spaventato e bello che si nasconde consentendo al mostro spaventoso di avere il coraggio e l’orrore di sé, ma sospendiamo, almeno per ora, il percorso di questo secondo sentiero e torniamo alla “versione Narciso”. In questo caso permane la condizione di solitudine che si esprime nel piacere di sé, l’incontro con il volto dell’altro è rinviato a un momento successivo. Intanto insorge la consapevolezza di un sé che, necessariamente, richiede la definizione di un idea di sé e di coscienza che, in questa ipotesi, non determina sensazioni di angoscia ma di gratificante stupore. Io mi incontro, mi scopro bello e capace al pensiero. Non male come inizio, ma non tutela dall’insorgere della consapevolezza della propria solitudine. A questo punto l’incontro è conseguente alla ricerca, ma siamo sicuri che “il volto dell’altro” sia radice di comandamento d’amore, di non uccidere? Incontrare l’altro può generare sollievo o paura, nel primo caso l’avvicinarsi e il successivo condividere il viaggio è positivo, nel secondo diviene causa di fuga o di conflitto. La nascita del gruppo di solidali è figlio del piacere della comunità o dell’interesse e dell’utilità di un sodalizio a difesa di sé o, addirittura, come possibilità di eliminazione dell’altro costituitosi anch’esso in comunità? In altri termini: la società è il luogo della storia e ci consente una vita migliore o il crogiuolo delle cause delle guerre?
È tempo di provare a tirare le fila di questo breve viaggio, ben consapevoli di quante potenziali variazioni, lungo il cammino, siamo stati costretti a trascurare. La domanda cruciale intorno al senso, al valore e alla natura della libertà, abbiamo visto, si intreccia indissolubilmente a quella di esistente. L’individuo esiste, nel senso etimologico del termine, come ex-sistente, colui che (si) pone fuori da. Abbiamo visto che il momento successivo, il mostrarsi, il raccontarsi a un altro e l’ascoltare il suo mostrarsi e raccontarsi, lasciando in questa sede ai margini la questione del linguaggio, presuppone l’aver pensato a sè come possibilità di uscire dal nulla e, ancor prima, esserne già all’esterno, di fatto, aver creato la prima grande frattura fra il nulla e l’io. Una volta postosi come altro, l’io ha urgenza di individuare un senso in tutto ciò, deve creare a sé la realtà, si concepisce come il grande artista, diviene creatore di miti e divinità, ma resta solo. È in questo “viaggio di Narciso” che lo specchiarsi diviene un equilibristico incedere, ricorda l’incontro di Atreiu e Bastian ne La storia infinita di Michael Ende, il velo di Iside nella fiaba di Giacinto e Fiordirosa ne I discepoli di Sais di Novalis. “Nessun mortale non ha ancor osato sollevare il mio velo” afferma Iside, ma, come cita l’amico Lorenzo Cortesi in un suo breve e acuminato scritto, un discepolo di Sais ebbe l’ardire di sollevare il velo della dea: Eebbene, che vide? Vide – meraviglia delle meraviglie – se stesso” Ciò significa che il mistero dell’essere coincide con quello dell’io? Che non esiste scelta? Che non si è mai davvero altro dall’essere? Siamo comunque viandanti in cammino, ma può avere un senso il nostro procedere solo se accompagnati dalla libertà a ogni passo, libertà che è assenza di costrizione ma, credo soprattutto, possibilità. Possibilità di scegliere, ma non obbligo di farlo se questo è solo fra alternative che non sono espressione della mia creatività.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.