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Il pregiudizio del tifoso

  • Postato il 8 luglio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Il pregiudizio del tifoso

“I pregiudizi sono come un paio di occhiali colorati, non li scegli, nemmeno sai di portarli davanti agli occhi, li hanno scelti per te il dove e il quando sei nato, i genitori e gli amici che hai incontrato, è per questo motivo che fatichi a renderti conto della loro presenza, poiché sono gli stessi dell’ambiente nel quale sei cresciuto, gli stessi che, con minime differenze nella montatura e nella qualità delle lenti, portano tutti i partecipanti alla tua storia”. Ogni tanto, nel corso delle nostre serate enologico contemplative, l’amico Gershom Freeman esordisce con allegorie puntute e provocatorie; nulla di più divertente che raccoglierle e svilupparle con approfondimenti sempre connessi allo spunto iniziale, una sorta di gioco intellettuale che, spesso, se non interviene troppo presto il buon nettare di Dioniso, ci conducono per sentieri impervi fino a radure ricche di luce. Credo potrebbe essere un ottimo esercizio per chiunque, vi assicuro che non si avvertirebbe l’assenza di cellulari e intelligenze artificiali, il profumo di un pensiero sorridente sarà certamente compagno di gran lunga preferibile. Nel gioco, divertente e divertito di quella sera, è possibile rintracciare un filo conduttore comune lungo il quale, almeno per i più ferrati in storia della filosofia, sarà possibile riconoscere riflessioni di Spinoza e Nietzsche, di Heidegger e Gadamer, ma non è importante, quando due esseri umani si regalano a “un pensiero altro” non è importante chi faccia da garante istituzionale, ma la fecondità di “ogni approdo [che] è il segno di un nuovo cominciare”. Le questioni si intrecciarono aggrovigliandosi giocose: possiamo conoscere ciò che stiamo osservando liberandoci dal filtro colorato? Senza occhiali i nostri occhi sarebbero in grado di vedere? A quale margine di libertà intellettuale possiamo accedere? Il pregiudizio è sempre e comunque fuorviante e negativo? Esiste una verità alla quale pervenire nel caso in cui fossimo in grado di toglierci gli occhiali dal naso? Nel bel mezzo del nostro rincorrerci virtuale Gershom citò il “problema della candela di Duncker”, esperimento che non conoscevo e che riassumo brevemente: lo psicologo tedesco sottopose un gruppo di volontari a una prova, dispose per ognuno una scatoletta di puntine, una candela e dei fiammiferi chiedendo di collocare la stessa, ovviamente accesa, sulla parete escogitando il modo di evitare che la cera cadesse sul pavimento. Un’esigua minoranza riuscì nell’intento. In un secondo gruppo le puntine furono collocate all’esterno della scatola e il numero dei successi crebbe notevolmente. Ovvio che la soluzione consisteva nell’utilizzare la scatola, preventivamente fissata al muro con le puntine, come supporto sul quale fissare la candela e raccoglierne le gocciolature. Un bel esempio di occhiali gershomiani!

L’utilizzo di oggetti secondo abitudini consolidate, crea enorme difficoltà alla mente nel concepirli per un impiego non convenzionale. “Facciamo lo stesso con le persone” sentenziò Gershom ritornando al belvedere di casa sua con la seconda bottiglia. Di per sé i pregiudizi sono comodi, sono il retroterra del quale disponiamo per accedere velocemente all’utilizzo del mondo nel quale siamo stati gettati, divengono, però, gabbie nel momento in cui non siamo più in grado di liberarcene. Il fatto, poi, che tale comportamento venga comunemente assunto anche nei rapporti umani, troppo spesso isola ogni persona dal possibile intimo incontro con la realtà esistenziale profonda sia dell’altro che di se stesso. La “prassi dell’etichetta”, come la battezzammo quella sera, consiste nel definire cose e persone prima ancora di averle incontrate, credo sia intuibile quanto sia condizionante, nel rapporto che andrà a determinarsi, se il cugino di Brescia ci viene presentato come il “noto luminare della scienza” piuttosto che come il parente in visita. Il prosieguo della serata incontrerà diverse difficoltà se l’ascolto dell’altro sarà ossequioso e reverente o rilassato e famigliare. Credo sia evidente a chiunque la diversità di un possibile incontro tra i partecipanti nell’uno e nell’altro caso. Ma un aspetto ancor più castrante, per la comprensione, è quello che riguarda non tanto il “chi” ma il suo pensiero. L’ossessione dell’etichetta affligge le menti più deboli, se ogni persona, ogni pensiero, devono essere compresi dalla mente che le incontra, quale responsabilità opprimente le grava, non trovano stereotipi ai quali riandare, ecco che il colore dei propri occhiali diviene una sorta di ancora di salvezza.

La scarsa fiducia nella propria intelligenza suggerisce di evitare il confronto, meglio contrapporre sin da subito i propri pregiudizi, che si trasformano in verità assiomatiche, al pensiero altrui che, di riflesso, viene concepito come pregiudizio opposto. “Il pregiudizio è autodifesa del mediocre – stava affermando Gershom – soprattutto quello che gli garantisce di non esserne vittima”. Come non condividerlo? Credo non esista nulla di così tristemente umano come il pregiudizio, eppure può essere usato anche come un’occasione, quella che ti consente di comprendere che sei inevitabilmente figlio di un percorso condiviso con i membri del tuo “clan socio culturale”, ma anche che puoi avere coscienza positiva di una condizione quasi per niente figlia di una scelta libera. Spinoza affermava che il libero arbitrio non esiste se non come pregiudizio, condivido assolutamente, ma “l’animale che parla” è in grado di comprendere i propri ceppi, di rendersi conto del colore degli occhiali con i quali è cresciuto, sempre che lo desideri e si metta in discussione. Provare a osservare il mondo con gli “occhiali” di un altro è formidabile, significa aver compreso di avere una lente davanti ai propri, riconoscerla in quelli altrui, essere in grado di scambiarle, non pretendere che esista una colorazione corretta e che le altre siano comunque sbagliate, divenire finalmente prometeico eroe che si scopre degno di accedere all’Olimpo per prendere possesso del fuoco della libertà di pensiero. In quell’istante ecco che ogni uomo assume sembianze diverse, la visione altrui non è più fonte di conflitti ma occasione di ricchezza: com’è possibile non comprendere che se, ancor prima dell’esperienza, ho già in me la convinzione di ciò che sarà, ho già giudicato, non potrò fare esperienza se non del mio stesso pregiudizio?

L’ingannevole spirale ermeneutica del pregiudizio è comoda quando mi crea aspettative funzionali nei confronti degli oggetti e delle persone, insomma, se ogni volta che osservo un posacenere devo decidere cos’è e cosa serve la mia vita si ingarbuglia, allo stesso modo sarebbe stupido giudicare negativamente l’aborigeno della Papuasia che lo dovesse utilizzare come contenitore per altro che non la cenere di sigaretta, cosa che non è certo un suo problema. Lo stesso dicasi quando mi rivolgo a un medico o a un docente dai quali mi aspetto competenze specifiche, si tratta sempre di un pregiudizio, ma funzionale ad agevolare dinamiche sociali. Il pregiudizio diviene squallido e castrante quando è, così lo definì quella sera l’amico Gershom, “il pregiudizio del tifoso”. Si riferiva a quel pregiudizio che è del tutto slegato dall’esperienza libera, mi fece l’esempio di un tifoso che inveisce allo stadio contro un calciatore che, ingannevolmente, cade in area di rigore per ottenere la punizione a favore, ma solo se è della squadra avversaria, lo stesso comportamento, se di un giocatore della propria, viene visto come abilità figlia di esperienza o non se ne vede l’inganno ritenendo oggettivo il fallo subito. Il pregiudizio del tifoso non è mai utile né gravido, il tifoso, questo tipo intendo, è l’esempio di chi parla con qualcuno solo per avere conferma di sé, chi ne è afflitto detesta preventivamente chi tifa colori diversi, si costruisce una realtà inesistente che condivide con i sostenitori dei propri colori. In fondo non è così grave se ciò accade al bar sport, diviene pericoloso se tutti i pensieri si risolvono in risse faziose nel corso delle quali tutti urlano e nessuno ascolta. Solo una malinconica osservazione a margine: quanti cosiddetti giornalisti che gestiscono e partecipano ai dibattiti televisivi sono tifosi inconsapevoli? Oppure consapevoli? O peggio?

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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