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Il petrolio di Caracas e la cocaina di Maduro. La vera storia dietro l’accordo di Trump

  • Postato il 31 agosto 2026
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Il petrolio di Caracas e la cocaina di Maduro. La vera storia dietro l’accordo di Trump

Venerdì sera, 28 agosto, Donald Trump ha scelto Truth Social per annunciare quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero della storia mondiale”. Gli Stati Uniti, ha scritto, si sono assicurati il controllo maggioritario di oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere venezuelane, senza costi per i contribuenti americani, grazie al lavoro del segretario di Stato Marco Rubio e del segretario alla Guerra Pete Hegseth, in raccordo con la presidente ad interim di Caracas, Delcy Rodríguez. Poche ore dopo, la stessa Rodríguez parlava di un’intesa “storica”. Sui mercati, nelle cancellerie, la notizia è rimbalzata come l’ennesimo colpo a effetto di un presidente che ama misurare la politica estera in barili e miliardi.

Ma per capire cosa sia davvero accaduto venerdì bisogna resistere alla tentazione di leggerlo come un fatto isolato, l’ultima puntata di una trattativa commerciale. È il punto d’arrivo — provvisorio — di una sequenza che comincia sette mesi prima, il 3 gennaio 2026, quando le forze armate statunitensi hanno condotto un’operazione militare in Venezuela, nota con il nome in codice Operation Absolute Resolve, catturando Nicolás Maduro e trasferendolo negli Stati Uniti per rispondere di narcoterrorismo. Non un negoziato tra pari, dunque, ma un accordo economico che nasce da un cambio di regime imposto con la forza. Delcy Rodríguez, oggi interlocutrice di Washington, governa un Paese il cui capo di Stato è stato deposto da un intervento armato americano meno di un anno fa. Tenere insieme questi due fatti — la cattura di Maduro a gennaio e l’accordo sui 65 miliardi di barili ad agosto — cambia il senso della storia: non un mercato che si apre, ma un mercato riaperto con le armi e poi occupato con i capitali.

Le accuse di narcotraffico

Il colpo di scena è arrivato proprio nei giorni immediatamente successivi alla cattura di Maduro. Il 6 gennaio 2026, nel silenzio pressoché totale dell’amministrazione, il Dipartimento di Giustizia ha modificato i documenti dell’accusa, ritirando l’affermazione secondo cui Maduro fosse a capo di un’organizzazione criminale reale, e sostituendola con un più vago riferimento a un coinvolgimento in attività di narcotraffico. In pratica, il governo americano ha ammesso di non poter provare l’esistenza stessa del cartello che, fino a due settimane prima, era stato il perno pubblico della giustificazione per una cattura extraterritoriale. Le accuse formali contro Maduro restano comunque pesanti — cospirazione di narcoterrorismo, importazione di cocaina, possesso di armi, oltre a imputazioni per sequestro e omicidio legate a episodi specifici — ma la cornice che aveva reso l’operazione presentabile all’opinione pubblica come una lotta a un cartello, più che come un’azione di cambio di regime, si è rivelata più fragile di quanto raccontato nei giorni della cattura.

Questo non significa che il narcotraffico attraverso il Venezuela sia un’invenzione: alcune stime indicano che dal Paese transiterebbe una quota significativa della cocaina mondiale, e la complicità di settori militari con le rotte della droga è documentata da tempo. Ma vale la pena inquadrare il caso venezuelano in una prospettiva storica più ampia. Cartelli criminali del narcotraffico intrecciati con il potere politico hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni di storia della Colombia e del Messico: il caso più celebre resta forse quello di Pablo Escobar e del cartello di Medellín, poi del cartello di Cali, in Colombia, e dei grandi cartelli messicani — dal Cartello di Sinaloa al Cartello di Jalisco Nueva Generación, dal Cartello di Juárez a Los Zetas e al Cartello del Golfo —, tutti capaci di corrompere sistematicamente politici, magistrati, forze di polizia e vertici militari. In nessuno di questi casi, però, gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente contro il potere politico in quanto tale: sanzioni, estradizioni, operazioni della Dea, sì; la cattura armata di un capo di Stato, mai. È accaduto solo due volte in trent’anni: con Manuel Noriega a Panama nel 1989, e con Maduro in Venezuela nel 2026 — entrambi accusati personalmente di guidare un’organizzazione criminale.

La extraordinary rendition di Noriega e Maduro

La realtà ha, con ogni probabilità, più a che fare con altro: il Canale di Panama nel primo caso, il petrolio nel secondo.

Il precedente di Noriega è istruttivo proprio perché mostra come l’accusa di narcotraffico, allora come oggi, fosse vera ma non fosse il vero problema. Manuel Noriega venne accusato di aver stretto un accordo con Pablo Escobar per garantire al cartello di Medellín il transito della cocaina colombiana attraverso il territorio panamense — un’accusa che corrispondeva effettivamente al vero. Ma per anni, prima ancora di diventarne il bersaglio, Noriega era stato un prezioso informatore e alleato della Cia e dell’intelligence militare statunitense, aiutando Washington a finanziare e coordinare i movimenti anticomunisti in America Centrale, tra cui i Contras in Nicaragua. Contemporaneamente, però, il generale panamense gestiva una fitta rete di contatti paralleli, vendendo segreti tanto agli Stati Uniti quanto a Cuba di Fidel Castro, ai sandinisti e persino al blocco sovietico — dimostrandosi, agli occhi di Washington, un partner tanto utile quanto inaffidabile e imprevedibile. Fu proprio questa doppiezza, più che il narcotraffico in sé, a rendere Noriega un bersaglio: un alleato che vendeva informazioni al nemico è un rischio che nessuna potenza tollera a lungo, indipendentemente dai reati che si può usare per incriminarlo pubblicamente.

Il cartello di cui Maduro è accusato di essere a capo è, come si è visto, un’organizzazione più informale e articolata che una struttura verticale in senso proprio — ma il Venezuela di Maduro, come il Panama di Noriega, rappresentava agli occhi di Washington un problema geopolitico ben più grande del narcotraffico in sé. A complicare il quadro venezuelano, rispetto a quello panamense, si aggiunge un elemento che ha progressivamente allargato l’orizzonte della minaccia percepita da Washington ben oltre i confini del Paese: il legame tra il Venezuela di Maduro ed Hezbollah, che indagini di intelligence internazionali — a cominciare dalla Dea statunitense, fino ad alcune autorità giudiziarie europee — descrivono ormai come un asse consolidato di criminalità transnazionale e narcotraffico.

Il Cártel de los Soles, Hezbollah e i Pasdaran

Rapporti di think tank strategici come l’Atlantic Council e la Rand Corporation descrivono il Venezuela come un vero e proprio hub logistico e statale per la convergenza tra crimine organizzato e reti legate all’Iran: il regime di Caracas offriva protezione politica, diplomatica e amministrativa che consente a Hezbollah e ai suoi fiancheggiatori di operare sfruttando la corruzione endemica, le zone franche e le infrastrutture statali — porti, aeroporti, compagnie di bandiera come la Conviasa — per muovere fondi e merci illecite. Il coinvolgimento di Hezbollah nel traffico di cocaina, secondo queste ricostruzioni, non nasceva da un’affinità ideologica con i cartelli sudamericani, ma da una pura convergenza di interessi economici e logistici: attraverso quella che la Dea ha battezzato “Business Affairs Component”, la componente finanziaria e commerciale della sua organizzazione di sicurezza esterna, il gruppo libanese collaborava con i cartelli sudamericani e con gruppi armati locali — tra cui i dissidenti delle Farc — tollerati o protetti dal governo venezuelano. Non è un caso isolato: già nel 2020 il Dipartimento di Giustizia americano aveva incriminato l’ex parlamentare venezuelano Adel El Zabayar per aver coordinato traffico di cocaina e di armi tra il governo di Maduro, le Farc e la stessa Hezbollah.

Il traffico gestito lungo questo asse sfruttava corridoi specifici per raggiungere i mercati di consumo europei: la cocaina prodotta soprattutto in Colombia si accumulava in territorio venezuelano, da cui partivano spedizioni marittime e aeree — spesso agevolate da connivenze istituzionali — dirette in Europa, non di rado attraverso l’intermediazione di hub secondari dell’Africa occidentale come la Guinea-Bissau e il Gambia. I proventi multimilionari venivano poi ripuliti attraverso sistemi finanziari paralleli, che le indagini associano al commercio internazionale di oro, carbone, beni di consumo e prodotti tessili, oltre che a investimenti immobiliari gestiti tramite la diaspora libanese presente in America Latina e collegata alle reti di finanziamento di Hezbollah.

A questo si aggiunge un’altra funzione, più propriamente statale, che il regime di Maduro garantiva ai suoi alleati libanesi e iraniani: la fornitura di coperture diplomatiche e di documenti d’identità venezuelani falsi — non meno di diecimila, secondo alcune ricostruzioni — ad agenti e affiliati della rete sciita in transito in Sud America. È l’insieme di questi elementi, più che il narcotraffico in senso stretto, a spiegare perché Washington abbia trattato il Venezuela come una minaccia alla sicurezza nazionale piuttosto che come un problema di ordine pubblico. Resta il fatto che dietro l’etichetta del narcoterrorismo ci fosse anche, e forse soprattutto, l’interesse per le più grandi riserve di greggio del pianeta è una domanda che il ritiro dell’accusa sul cartello rende oggi legittimo porsi con più insistenza.

Il vuoto lasciato dalla Cina

Per anni il Venezuela chavista aveva trovato in Pechino il proprio ossigeno finanziario, attraverso il meccanismo “oil-for-loans”: prestiti miliardari cinesi per infrastrutture e bilancio, ripagati da Caracas in greggio a condizioni di favore. Pechino era diventata così il principale acquirente del petrolio venezuelano — fino all’80% delle esportazioni, secondo i dati di mercato raccolti a fine 2025 — nel quadro di un “partenariato strategico a tutto tondo” siglato nel 2023, la designazione diplomatica più alta che la Cina riservi solo a sei paesi al mondo.

Quel meccanismo si è incrinato ben prima dell’annuncio di agosto. Con il controllo statunitense sulle esportazioni petrolifere venezuelane imposto subito dopo la cattura di Maduro, le raffinerie cinesi hanno cominciato a defilarsi: PetroChina ha smesso di acquistare greggio venezuelano commercializzato sotto supervisione americana già a fine gennaio, mentre le raffinerie indipendenti cinesi si sono rivolte al petrolio iraniano per compensare il mancato afflusso da Caracas. Pechino, va detto, ha condannato ufficialmente la cattura di Maduro come un atto egemonico e una violazione della sovranità — ma sul piano pratico ha scelto il ritiro silenzioso, non lo scontro. Resta un nodo irrisolto: il debito multimiliardario che Caracas deve alla Cina, per anni ripagato proprio con le forniture di greggio ora dirottate verso gli Stati Uniti.

Perché Washington ha fretta

C’è un motivo, spesso trascurato nelle letture più ideologiche di questa vicenda, che rende la mossa americana meno una crociata dottrinaria e più una necessità contingente. Le riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti sono oggi al livello più basso dal novembre 1982, dopo mesi di rilasci disposti per calmierare i prezzi del greggio durante l’escalation con l’Iran e le tensioni sullo stretto di Hormuz. Washington produce più petrolio di chiunque altro al mondo, ma estrae in prevalenza greggio leggero, poco adatto alle raffinerie del Golfo, costruite per lavorare il greggio pesante che il Venezuela possiede in quantità superiori a quelle di qualunque altro Paese, oltre 300 miliardi di barili accertati. Le due crisi — quella con Teheran e quella con Caracas — sono vasi comunicanti nella stessa strategia di sicurezza energetica, non episodi paralleli e scollegati.

Cento anni di concessioni, e un Paese ancora fragile

C’è infine un ultimo elemento che la lettura puramente geopolitica rischia di far scomparire: il Venezuela stesso, e le condizioni in cui questo accordo viene siglato. Le indiscrezioni emerse nei giorni scorsi parlano di concessioni fino a cento anni e di investimenti privati per oltre 100 miliardi di dollari, un orizzonte temporale che pone interrogativi legittimi sulla sovranità economica di lungo periodo del Paese. Anche settori dell’opposizione venezuelana, pur non bocciando l’intesa — Caracas, dicono, ha bisogno di capitali freschi per rilanciare un’industria petrolifera collassata — avvertono che senza elezioni libere, stato di diritto e trasparenza istituzionale, l’operazione rischia di poggiare su fondamenta fragili. È la parte della storia che la narrazione della grande competizione tra superpotenze tende a mettere in ombra: dietro ai barili e alle mosse sullo scacchiere globale, resta un Paese uscito da un ventennio di collasso economico e da un cambio di regime imposto dall’esterno, che ora affida a un accordo firmato sotto pressione americana la propria “rinascita”.

Cosa guardare, adesso

Nelle prossime settimane converrà osservare almeno tre sviluppi, più utili di qualunque proclama. Primo: come proseguirà, nelle aule del tribunale di Manhattan, il processo a Maduro, e se l’accusa riuscirà a sostanziare con prove verificabili i capi d’imputazione rimasti in piedi dopo il ritiro della tesi sul cartello. Secondo: se il debito venezuelano verso la Cina troverà una soluzione negoziata o resterà una perdita secca per Pechino. Terzo: se le concessioni petrolifere di lunghissimo periodo appena concordate reggeranno alla prova di un Venezuela ancora privo di elezioni libere e di istituzioni pienamente legittimate. Sono le domande che contano più della cornice retorica — sia quella del narcotraffico, sia quella della grande competizione tra potenze — con cui questa vicenda viene, di volta in volta, presentata al pubblico.

Autore
Formiche

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