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Il pentito Toffanin: «Esplosivi per colpire la pm che indagava sui clan di Isola a Verona»

  • Postato il 10 agosto 2026
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Il pentito Toffanin: «Esplosivi per colpire la pm che indagava sui clan di Isola a Verona»

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Il pentito Toffanin: «Esplosivi per colpire la pm che indagava sui clan di Isola a Verona»

Il verbale dell’udienza in cui Toffanin ha svelato che le cosche di Isola a Verona avevano esplosivi per un attentato alla pm Zanotti


ISOLA CAPO RIZZUTO – C’è un passaggio che più di ogni altro restituisce la misura della pericolosità e del salto di qualità compiuto dal “locale” di ‘ndrangheta di Verona, articolazione veneta delle cosche Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto facente capo alla famiglia Giardino. Non si tratta soltanto di estorsioni, roghi di camion o usura, ma di materiale esplosivo ad alto potenziale destinato a colpire un magistrato. Ne ha parlato in aula, nel processo “Isola Scaligera 2”, il collaboratore di giustizia Nicola Toffanin. Rispondendo alle domande della difesa, il testimone assistito Toffanin ha rivelato la presenza e la vera destinazione d’uso di un arsenale composto da ordigni e dispositivi di innesco a distanza.

Il progetto d’attentato alla pm Zanotti

«Se lei si riferisce eventualmente a tecniche con l’utilizzo di materiali esplosivi, riferito anche eventualmente ai detonatori con i relativi telecomandi che sono stati da noi avuti, trattenuti in persona, quelli avevano un altro utilizzo», ha detto Toffanin, come si legge nel verbale di udienza. Dispositivi non destinati ai consueti raid d’avvertimento contro veicoli o aziende, ma conservati con un preciso obiettivo istituzionale. «Dovevano essere utilizzati in un breve futuro per un’azione intimidatoria ai danni della dottoressa Zanotti». Il riferimento è alla pm Maria Beatrice Zanotti, titolare del fascicolo sulle cosche di ‘ndrangheta nel Veronese quando era in forza alla Dda di Venezia (oggi è in servizio alla Procura minorile di Cagliari).

La pm invisa alle cosche

Zanotti viene menzionata, nel verbale di udienza, anche come titolare di indagini che ha condotto interrogatori e contestazioni nei confronti degli imputati e dei testimoni. Ad esempio, Toffanin riferisce di essere stato sentito dalla pm e parla di contestazioni su presunte delazioni. Si tratta di una figura sicuramente centrale nelle inchieste sul gruppo veronese guidato da Antonio Giardino, che gestiva affari illeciti (droga, estorsioni, armi, appalti) e aveva rapporti con altre famiglie di ‘ndrangheta crotonesi (Arena, Nicoscia, Megna, Russelli).

A dare sostanza e credibilità alla minaccia è lo stesso profilo di Toffanin, che, rispondendo alle domande della pm Laura Cameli ma anche a quelle della difesa, ha ripercorso in aula la propria formazione professionale.

Addestramento militare, armi con silenziatore e la ‘ndrina scaligera

«A 16 anni sono entrato nell’esercito, come volontario. Ho fatto scuola militare, sì. E altre scuole di specializzazione». Un bagaglio di competenze tecniche impiegato per muoversi nel mercato clandestino delle armi, importando dall’Austria pistole dotate di silenziatore e rifornendo gli elementi chiave del gruppo. Sul piano organizzativo, Toffanin ha delineato il modus operandi del “locale” di ‘ndrangheta a Verona. Un gruppo che disponeva di armi clandestine, esplosivi e detonatori con telecomando, utilizzati per intimidazioni, estorsioni e possibili attentati. Numerosi gli episodi di danneggiamento tramite incendio di veicoli e immobili, spesso a fini intimidatori o assicurativi, ripercorsi dal pentito. Ma c’erano anche tentativi di gambizzazione (come quello ai danni di un sindacalista) e aggressioni fisiche su commissione, anche su richiesta di imprenditori o per regolare conti interni.

Il rischio di guerra Isola-Cutro

La fragilità degli equilibri e il rischio continuo di innescare una guerra aperta tra fazioni è emerso con chiarezza nell’episodio della rapina ai danni di un gruppo di giovani provenienti da Cutro. Il colpo, simulato in un ufficio da elementi del gruppo veronese, ha rischiato di scatenare un conflitto cruento quando si è scoperto che le vittime erano direttamente legate alla cosca calabro-emiliana facente capo al boss di Cutro Nicolino Grande Aracri.

«La rapina è stata fatta senza accertarsi di chi erano le persone, cioè potevano creare grossi problemi… capisce che potevano nascere poi grosse problematiche», ha spiegato il testimone. Un guaio a cui si cercò di porre rimedio attraverso la mediazione di Salvatore Arabia e con gli ordini di restituzione del maltolto partiti dal carcere. Lo scontro era per i rifiuti di alcuni dei responsabili del colpo.

La massoneria e la doppia affiliazione

Il quadro tratteggiato dal pentito travalica i confini della ‘ndrangheta “militare”, toccando settori deviati ed ambienti “riservati”. Toffanin ha infatti ammesso la propria appartenenza alla massoneria — iniziata in gioventù tramite la guida di un avvocato e di un magistrato poi arrestati — e la condivisione di una “fratellanza” con esponenti di logge del Veneziano. Un’appartenenza che gli imponeva «un’altra obbedienza» ma che, allo stesso tempo, ne garantiva la spendibilità e la riservatezza in determinati contesti. «Ero vicino a una persona, un avvocato importante, un Magistrato importante, che sono quelli che mi hanno praticamente inserito nella conoscenza, praticamente nella massoneria, ero molto giovane».

Ombre sugli “infedeli”

Accanto al circuito massonico, la testimonianza ha lambito anche le forze dell’ordine. Rispondendo alle domande della difesa in sede di controesame, Toffanin ha riportato i sospetti degli investigatori su un carabiniere ipoteticamente ritenuto un “infedele” o “favoreggiatore” a causa dei rapporti di confidenza intrattenuti con Vincenzo Giardino, conditi da sponsorizzazioni all’attività sportiva giovanile gestita dal militare. Un intreccio di complicità e zone d’ombra su cui gli inquirenti veneti dovranno fare luce. Dalle rivelazioni emerge, infatti, accanto alla gravità delle minacce alla pm, la presenza di una rete di relazioni occulte e di possibili complicità istituzionali che ostacolerebbero le indagini per favorire le attività criminali.

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