“Il mondo del calcio prenda posizione sulle violenze sessuali”, l’avvocata sul caso di Manolo Portanova: “Così passa il messaggio che i famosi sono intoccabili”
- Postato il 29 aprile 2026
- Diritti
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Si accetta il diritto al lavoro di un imputato, ma non il livore che spesso minimizza la violenza dei calciatori. È un problema sistemico. In Italia sembra di essere secoli indietro”. È da questa constatazione netta che prende le mosse il ragionamento dell’avvocata Claudia Bini, dell’associazione “Donna Chiama Donna” di Siena, impegnata nella tutela delle vittime di violenza di genere e parte civile nel processo al calciatore Manolo Portanova, condannato anche in secondo grado per violenza sessuale. Nell’intervista, Bini affronta il difficile equilibrio tra presunzione di innocenza e responsabilità sociale quando a essere coinvolti sono atleti che in alcuni casi vengono guardati dai giovani come esempio. Il suo punto di vista mette in discussione il ruolo delle società sportive, accusate di non prendere posizione e di contribuire, anche indirettamente, alla normalizzazione di comportamenti gravissimi. Al centro della riflessione anche l’impatto della narrazione mediatica e della reazione del pubblico sulla cultura della denuncia e sulla percezione delle vittime. “Mi sembra significativo che la società non gli abbia neppure tolto la fascia di capitano”, il calciatore è infatti il capitano della Reggiana.
Lei ha affermato che “paradossalmente si comprende il rispetto della presunzione di innocenza e del diritto al lavoro dell’imputato, anche fino alla sentenza definitiva”. Come si bilancia, secondo lei, questo principio con l’impatto che la permanenza in campo di un atleta sotto processo può avere sulla percezione pubblica del reato di violenza sessuale?
Sono problemi estremamente complessi e non ci sono soluzioni preconfezionate; credo che si debbano trovare altre soluzioni rispetto al tutto o niente, che alla fine nella maggior parte dei casi rimane niente. Nel caso di specie Manolo Portanova si presume innocente fino a condanna definitiva, ma è stato ritenuto responsabile per violenza sessuale di gruppo e lesioni, sia in primo grado che in secondo grado. Uno dei coimputati è già stato condannato con sentenza definitiva, l’altro, che non ha scelto il rito abbreviato, è stato condannato in primo grado e attende il giudizio di appello. In questo contesto, il minimo sindacale mi sembra che le società sportive prendano una posizione di ferma condanna della violenza e che pretendano da giocatori e tifosi il comportamento più serio e rispettoso nei confronti delle vittime. Questo invece non è avvenuto, anzi si permette una continua minimizzazione e vittimizzazione. Mi sembra significativo che la società non gli abbia neppure tolto la fascia di capitano. Sarebbe stato un piccolo gesto, senza ripercussioni sostanziali per la squadra e per il giocatore, ma avrebbe dato almeno un segno di attenzione e di rispetto per chi subisce violenza.
Ritiene che le società sportive dovrebbero adottare forme di sospensione cautelare o autocontrollo etico nei confronti dei tesserati coinvolti in processi per violenza sessuale, oppure il principio garantista deve prevalere in ogni caso fino alla sentenza definitiva?
La presunzione di innocenza riguarda il diritto penale e fa parte di un sistema complesso ed equilibrato; credo che le società sportive non possano solo attendere facendo finta di niente, ma che debbano attivarsi in qualche modo. Ribaltando la domanda, se un calciatore dovesse essere assolto per questioni preliminari (notifiche sbagliate, querela irregolare, ecc.) o con formula dubitativa per insufficienza di prove – e ovviamente non mi riferisco a Portanova – le società sportive potrebbero davvero far finta che non sia successo nulla? La carriera dei calciatori è necessariamente breve, mentre i processi penali sono lunghi e si corre il rischio che, quando la condanna diventa definitiva, la carriera sportiva sia già terminata e che il provvedimento disciplinare non serva a nulla. E questo consolida l’idea che la violenza sessuale sia poco importante, o almeno che ai calciatori tutto sia concesso. Ricordo che un cronista – proprio a proposito di Portanova – aveva affermato addirittura che aver segnato un gol aveva messo fine alle polemiche per la condanna di primo grado e lo diceva sul serio, non per sollevare un problema. Pochi anni fa il presidente della federazione spagnola si è scusato e ha preso le distanze dall’ex numero uno della Federcalcio Luis Rubiales (soltanto multato, ndr) che aveva baciato la giocatrice della nazionale Jenni Hermoso durante i festeggiamenti per la vittoria del Mondiale femminile. In Italia sembra di essere secoli indietro.
Secondo lei, la permanenza di un calciatore sotto processo nel circuito professionistico rischia di essere percepita come una forma di normalizzazione del comportamento contestato?
Credo di sì e per questo ritengo necessario che il mondo del calcio prenda posizione. Fin dalla prima sentenza di condanna abbiamo chiesto – inutilmente – di “far tesoro” della condanna per realizzare qualcosa di costruttivo e per segnare una assunzione di responsabilità e una crescita di consapevolezza. Un giocatore condannato che – pur esercitando tutti i diritti di difesa – si mette in discussione per diventare un uomo migliore sarebbe stato un esempio positivo per tutti. Purtroppo non è successo. Società e cultura sono profondamente impregnate di violenza e di maschilismo; non possiamo pensare che la violenza riguardi solo gli altri, bisogna cercare di capire come influenza e come condiziona noi stessi. Penso soprattutto ai CUAV, che sono centri per uomini autori o potenziali autori di violenza e organizzano percorsi di cambiamento. La partecipazione a queste attività non costituisce una ammissione di colpa ed è uno strumento a disposizione degli uomini per contrastare la violenza maschile e allontanarsi dai modelli di mascolinità tossica.
Ha parlato di difficoltà ad accettare “il livore e la minimizzazione della violenza”. Quanto pesa, nei casi mediatici che coinvolgono sportivi noti, la reazione del pubblico nel rafforzare o indebolire la cultura della denuncia?
Secondo le statistiche solo il 10% delle violenze sessuali viene denunciato: affrontare un processo è difficilissimo anche per le vittime, nonostante le tutele procedurali previste. Se le poche donne che hanno il coraggio di sporgere querela si trovano a essere insultate da un’intera tifoseria, il messaggio chiarissimo che arriva è che devono stare zitte e buone. Si rafforza l’idea che le persone famose sono intoccabili e che le donne mentono o, come minimo, se la cercano.
Nel caso specifico, cosa intende quando parla di “problema sistemico” e cultura dello stupro nel contesto sportivo e mediatico?
Viviamo immersi nella violenza di genere e nel maschilismo, tanto che rischiamo di non accorgercene nemmeno perché sembra normale e inevitabile. Il blog di Nadia Somma Caiati sul vostro giornale evidenziava come, nel parlare di sport, si utilizzino espressioni che richiamano la guerra e la violenza sessuale; nei casi migliori (!) le atlete sono sessualizzate e “trattate” in modo ben diverso dai colleghi maschi: dalle inquadrature “anatomiche” al chiamarle per nome o riportarle a un ruolo domestico (come il fatto di essere madre); di regola non sono professioniste, non hanno tutele contrattuali, guadagnano molto meno degli uomini, hanno meno visibilità su giornali e TV. Spesso subiscono molestie e, se lo denunciano, sono penalizzate. Sono tutti aspetti di un medesimo fenomeno.
Come associazione parte civile, quale contributo concreto ritiene che “Donna Chiama Donna” possa offrire per evitare la delegittimazione delle vittime durante e dopo il processo?
Credo che la costituzione in giudizio come parte civile dei centri antiviolenza, come Donna Chiama Donna di Siena, sia essenziale per più motivi: sul piano politico, per dimostrare concretamente di essere a fianco delle donne che subiscono violenza e non lasciarle sole e per ribadire che la violenza maschile contro le donne non è solo un problema individuale, ma collettivo e strutturale, che rispecchia i rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti. Sul piano processuale, i centri antiviolenza e le professioniste che li rappresentano possono introdurre nel processo la conoscenza profonda e interdisciplinare della violenza di genere e contribuire a svelare i pregiudizi (cioè i giudizi sbagliati) che ancora condizionano la nostra società e che in un modo o nell’altro fanno ricadere sulle vittime la colpa del reato che hanno subito – come i famosi falsi miti sullo stupro.
Dove si colloca, secondo lei, il punto di equilibrio tra tutela dell’imputato e protezione della persona offesa, soprattutto nei casi di violenza sessuale?
Rifacendomi alla Convenzione di Istanbul, direi che il punto di equilibrio consiste nell’evitare la vittimizzazione secondaria, che consiste nei traumi aggiuntivi imposti alle vittime del reato perché le istituzioni e il sistema, invece di adottare misure protettive, minimizzano e colpevolizzano. Prima di tutto ci deve essere il massimo rispetto per la vittima, che si deve presumere innocente almeno quanto chi è accusato.
Quando arriva una condanna in appello ma non definitiva, come si dovrebbe gestire la comunicazione pubblica per evitare sia la colpevolizzazione anticipata sia la minimizzazione del fatto?
Molte persone non sanno nemmeno cosa sia, per la legge, la violenza sessuale. Non sanno che indurre a un rapporto una persona ubriaca o drogata è violenza sessuale, anche senza far uso di violenza o minaccia, ma solo abusando della sua inferiorità fisica o psichica. Non sanno che le vittime di violenza possono reagire in mille modi diversi: c’è chi urla, chi scappa, chi fa finta di essere altrove, chi resta bloccato. Non sanno che, per la giurisprudenza, nei rapporti sessuali il consenso non si presume mai e che ogni persona ha diritto a vivere il sesso come vuole. Il consenso deve essere libero e deve permanere per tutto il rapporto. Ci sono due diversi progetti di legge di modifica dell’art. 609 bis, l’uno che ribadisce la centralità del consenso, l’altro che lo sostituisce con la valutazione del dissenso. Invece di fare scandalo o cronaca, la comunicazione pubblica potrebbe approfondire questi temi dando spazio a centri antiviolenza e studiose competenti, invece che a narrazioni superficiali e stereotipate.
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