Il mio ricordo di Carlin e la sua meravigliosa scatola delle idee
- Postato il 22 maggio 2026
- Cronaca
- Di Il Fatto Quotidiano
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Nel mio paese mancava l’acqua, la luce, il pane. Mancavano i soccorsi, le tende, i medici, i vigili del fuoco. Mancavano all’appello anche due miei amici, perduti sotto le pietre del più disastroso terremoto della seconda metà del secolo scorso. Nel mio paese non arrivò l’esercito, non arrivò la Protezione civile che infatti non era nemmeno costituita. Giunse lui, Carlin Petrini che guidava i volontari dell’Arci di Bra. Il 23 novembre del 1980 c’erano non due, non tre, ma venticinque Italia. L’una più distante dall’altra. E la mia piccola Italia si chiamava Palomonte, un paesino in provincia di Salerno, nell’alta valle del Sele.
Carlin non ci portò biscotti e pane, le cucine da campo furono attenzioni del comune di Milano, ma ci abituò alla parola. Con lui il mio paese scoprì il dibattito, la critica, la denuncia, il bene comune, la solidarietà. Di lui ci fidammo subito noi giovani, con lui andammo dove le sue idee ci portarono: fondammo il comitato popolare, cogliemmo l’opportunità di farci rappresentare da un difensore civico contro quelle che iniziarono ad essere ruberie e sprechi che negli anni, purtroppo, dilagarono (ricordate l’Irpiniagate?). Carlin ci fece avanzare nell’idea che la gente dovesse avere l’ultima parola sul destino del proprio destino.
Carlin è stato un fuoco che ardeva sempre e noi giovanotti increduli e vogliosi di misurare – grazie a lui – il nostro piccolo e incerto tratto. Il 24 novembre del 1980, quando l’Italia si svegliò e scoprì che la sera della domenica precedente, due intere regioni, la Campania e la Basilicata, avevano subito un terremoto disastroso e i morti, nelle settimane che seguirono, non finivano di aumentare (più di tremila il conto mai stato definitivo e certo), e così pure i feriti (oltre settemila), io scoprii l’altra Italia. Carlin Petrini, insieme all’Arci di Bra, donarono al mio paese un capannone, di quelli che si vedono nei grandi cantieri. E quello fu il primo luogo in cui la parola, in una società rurale ancora primitiva e arretrata, aveva il posto d’onore. La parola con la quale Petrini ha costruito, nel tempo che ha vissuto, la più grande, fantastica scatola delle idee che il mondo abbia potuto immaginare.
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