Il mid term di Giorgia Meloni: caos candidature e alleati in guerra, ecco perché questo voto pesa doppio
- Postato il 25 aprile 2026
- Di Panorama
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Lavorano in sordina da settimane con un via vai di aspiranti candidati e di questuanti di poltrone e strapuntini come non si vedeva da quando Silvio Berlusconi, primi anni Ottanta, ci andò per la prima volta a colloquio con Gianfranco Fini che era in cerca di alternative alla Rai, rea di non dare spazio alla fiamma tricolore. Altri tempi si dirà, ma Niccolò Machiavelli insegna che le cose ritornano.
Tra un mese – il 24 e 25 maggio con eventuali ballottaggi il 7 e 8 giugno – quasi 7,5 milioni di italiani (il 14,5 per cento dell’intero corpo elettorale) andranno alle urne per elezioni amministrative. E in via della Scrofa, Arianna Meloni e Luigi Donzelli sono impegnati in una sfida dirimente. Non già per le proporzioni, ma per la posta in gioco: se il centrodestra esce ridimensionato, dopo la batosta presa al referendum, le conseguenze possono essere pesanti e scatenare istinti animali tra alleati. Sperano che la colonna sonora di queste amministrative non diventi Maledetta primavera. Fratelli d’Italia ha un obbligo: vincere! Non solo per occupare quanti più posti può, ma soprattutto per non perdere l’abbrivio da qui a dodici mesi, ovvero con le Politiche 2027.
Giorgia Meloni deve affrontare una sorta di “mid term” e ci arriva con un’alleanza, sotto traccia, sempre più rissosa e con un handicap che emerge prepotente in queste ore. Fratelli d’Italia è cresciuto tanto e tanto in fretta e non è detto che abbia ovunque un’autosufficienza, anche in termini di autorevolezza e popolarità, di candidati per un turno amministrativo che presenta alcuni appuntamenti cruciali. In alcuni casi subisce i diktat della Lega che deve cercare di mitigare l’effetto Vannacci e i veti di Forza Italia, che se non è distante di certo vuole essere distinta. Insomma i militanti di Fdi si sentono spesso dei portatori d’acqua e, nonostante una ferrea disciplina di partito, non a tutti va giù. Tant’è che questa campagna di candidature è connotata da fughe in avanti. Da qui gli straordinari di Arianna e di Donzelli.
Per la verità anche il campo largo sconta frizioni e divisioni. Il Pd là dove è ricorso alle primarie è stato quasi sempre battuto e i cacicchi tanto invisi a Elly Schlein sono l’unica speranza di successo. La posta in gioco anche per loro è alta. Si rinnovano quasi 900 consigli comunali e si eleggono i sindaci di 122 Comuni sopra i 15 mila abitanti, tra cui 20 capoluoghi (con Venezia che è anche capoluogo di Regione).
Per il centrodestra la sfida è dirimente (l’ultima volta nei capoluoghi finì 12 a 6 per il Pd; in due casi hanno vinto candidati civici). Per Giorgia Meloni si tratta di confermare la leadership nei confronti degli alleati, ma anche di ridisegnare la geografia del consenso: in Puglia, in Campania si misurerà se il centrodestra ha recuperato capacità attrattiva, in Toscana se è in grado di tenere le poche città conquistate, in Veneto come in Lombardia si tratta di “pesare” la Lega, in Calabria la sfida di Reggio diventa decisiva nei rapporti con Forza Italia e poi c’è l’incognita delle Marche che è forse la tappa elettorale più preoccupante per Fratelli d’Italia. A settembre ha riconfermato la presidenza della Regione con Francesco Acquaroli – uno dei più accreditati Meloni-boys – ma è costretta ad accettare l’imposizione del candidato sindaco da parte di Matteo Salvini a Macerata (la città dove il centrodestra è andato peggio in assoluto a settembre) con la riconferma di Sandro Parcaroli, che fa fatica a mettere insieme una lista della Lega, divisa in tre tronconi, e costretta a ricorrere a un profilo civico sostenuto da alcuni commercianti. Macerata è l’esempio classico di Fratelli d’Italia che lascia ad altri il sindaco, nella speranza di fare il pieno di assessori, per evitare lo scontro tra i vecchi militanti di provenienza Alleanza nazionale e i nuovi arrivati sull’onda di Giorgia Meloni.
Anche a Fermo c’è una situazione del tutto peculiare. A sostenere il centrodestra è Paolo Calcinaro, che ha lasciato la poltrona di primo cittadino per diventare assessore regionale alla Sanità nell’ottobre scorso. Ha un patto di ferro con Guido Castelli, senatore di Fdi e commissario alla ricostruzione, con il quale ha dato vita alle regionali a una civica che gli è valsa il record delle preferenze nel centrodestra che però a Fermo s’è spaccato. L’assessore uscente, della giunta di centrodestra, Alberto Scarfini corre con una coalizione di civiche, Leonardo Tosoni di Fratelli d’Italia va da solo.
Un’occasione Giorgia Meloni rischia di perderla a Prato. Lì si vota perché la sindaca del Pd Ilaria Bugetti, coinvolta in un’inchiesta per corruzione, si è dimessa. Sarebbe un’occasione storica per il centrodestra solo che si presenta diviso. Che la partita sia ghiotta lo dimostra Mario Adinolfi: dopo il naufragio televisivo sull’Isola dei Famosi ha scelto Prato per una rentrée politica: si candida sotto le insegne de Il popolo della Famiglia. La Lega – qui dove un terzo della popolazione è cinese – ha imposto un suo candidato, Claudiu Stanasel, rumeno, capogruppo leghista in Comune. Perciò Claudio Belgiorno, per due mandati consigliere comunale di Fratelli d’Italia, ha deciso di correre con una sua lista.
A Venezia si chiude la stagione di Luigi Brugnaro e il centrodestra accetta di accodarsi al giovane leghista Simone Venturini, ma lì l’incognita si chiama Luca Zaia e lo smottamento continuo – soprattutto nel vicentino e nel veronese – di salviniani verso Forza Italia. Che ha fatto la voce grossa a Reggio Calabria e ha preteso la ricandidatura di Francesco Cannizzaro, ma non ha esitato a rompere il fronte del centrodestra a Salerno dove il campo largo si sfalda sotto i colpi di Vincenzo De Luca, il quale corre senza i simboli del Pd che suo figlio Piero, segretario regionale del Pd, gli ha negato. Lì Forza Italia ha deciso, insieme all’Udc, di appoggiare Armando Zambrano, mentre Fratelli d’Italia e Lega puntano su Gherardo Maria Marenghi.
In Lombardia, Fratelli d’Italia ha fatto il pieno delle due candidature a Mantova (Raffaele Zancagli) e a Lecco (Filippo Boscaglia) per tentare di strappare i due capoluoghi alla sinistra, ma le trattative sono durate mesi.
In Puglia una mission impossible è quella di Sabino Napolitano, imposto da Fratelli d’Italia ad Andria, mentre a Trani il centrodestra ha scelto un indipendente: l’urologo Angelo Guarriello perché l’accordo era impossibile. Così come in Abruzzo, a Chieti, dove per battere un personaggio come Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm e che nel Pd è stato tutto, e strappare il Comune alla sinistra, si va in ordine sparso. La Lega candida Mario Colantonio, Fratelli d’Italia punta su Cristiano Sicari.
Anche in Sicilia il centrodestra va in ordine sparso a Messina, Enna e Agrigento. Non è bastato il collante Giorgia Meloni a serrare le fila, così dalle parti di Palazzo Chigi qualcuno già accenna: Maledetta primavera.