Il folgorio della coscienza
- Postato il 27 maggio 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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“Chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato” afferma George Orwell nel celeberrimo 1984. È indubitabile che l’intuizione orwelliana intendesse denunciare l’azione progettata e realizzata da un potere, estraneo e superiore all’individuo, eppure dallo stesso realizzato e sul medesimo esercitato. L’analisi del geniale scrittore britannico è, a mio avviso, di una lucidità e di una lungimiranza abbacinanti, non solo per la preveggenza visionaria, ma anche per aver colto un nodo carsico nella questione, proprio assegnando alla vittima il doppio ruolo coincidente di soggetto e grande fratello, cioè carnefice. È evidente che la riflessione orwelliana sia rivolta al sistema di potere al quale l’umanità intera si è, più o meno consapevolmente, consegnata; una struttura di controllo che dovrebbe proteggere e liberare e che, come sempre accade, quando l’uomo si consegna a enti alieni e comunque ritenuti superiori, secondo una logica che rimanda al rovesciamento dei termini di predicazione di Feuerbach, questi stessi lo alienano da sé esautorandolo e annichilendone libertà e responsabilità. Formidabile e gravida prospettiva che, almeno in questa sede, lasciamo come appunto concettuale ai margini delle prossime righe ma che, mi sembra evidente, ne risulta fondamento. La questione potrebbe porsi in questi termini: è possibile riconoscere il medesimo fenomeno e le identiche conseguenze nelle microscopiche relazioni dell’individuo con se stesso tanto da, conseguentemente, riscontrarle manifeste nel macroscopico mondo del potere, che sia religioso, etico, politico o economico? L’interrogazione è, in qualche misura, retorica, sono infatti convinto che una delle più interessanti descrizioni dell’essere umano possa essere quella di “animale consapevole di sé e della propria paura”. Ogni essere vivente è in grado di avvertire un pericolo, ma a livello meccanico, contingente, al fine di attivare una serie di reazioni preventive che possano proteggerlo, non è di questo genere di paura che scrivo, questa non è responsabile, è figlia della selezione naturale e dell’istinto di sopravvivenza, anche l’essere umano ne è fornito. Mi riferisco, piuttosto, a quella sensazione tragica, per dirla con Nietzsche, che abitava l’uomo pre-socratico e che tutto il cammino successivo dell’uomo occidentale ha tentato di risolvere, negare, camuffare. Non abbiamo spazio per differenziare il tragitto dell’uomo occidentale rispetto a quello di frequentatori di diverse prospettive, ma credo che la radice, indicata in queste poche righe, possa essere riconosciuta universalmente.
Introduciamoci, allora, nel cuore della questione: credo che l’essere umano, proprio perchè dotato della possibilità di interrogarsi sul senso del proprio esistere e di libero arbitrio, con tutti i limiti credo abbastanza evidenti, sia stato abitato dal senso tragico del proprio esser-ci e abbia affinato modi e prospettive in grado di nascondergli l’orrore dell’abisso che è in lui. Tale procedimento, paradossalmente, mentre si poneva come una possibilità per superare il pericolo, lo ha di fatto regredito a un livello inferiore; ora non ha più paura, certo, ma esattamente come gli altri componenti del tutto, perchè ha rinunciato alle proprie più intrinseche possibilità. “Se sono convinto che il pericolo non esista, se il senso del mio incedere è il contingente, se il fine del mio agire è già deciso sia a livello etico che teleologico, allora non ha più senso aver paura”, questo, in estrema sintesi, lo sviluppo del pensiero. Ma nel suo incedere tra la penombra crepuscolare del non voler vedere, accade l’inatteso, accade, semplicemente, prima o poi, a chiunque, improvvisamente ecco che a sconvolgere il peregrinare vigliacco e sereno sopravviene il folgorio della coscienza. La selva oscura dell’assenza e dell’inautenticità, si illumina, rivelando la radura nella quale tutto si disvela, ma è solo un istante, la luce inattesa, così come è sopraggiunta, si allontana lasciando dietro di sé il segno del suo passaggio e della coscienza sorpresa del viandante. Così descritto il momento potrebbe non essere riconosciuto, eppure è accaduto a tutti di avvertire il destabilizzante presentificarsi di una sorta di voce interiore, un bisbiglio che non si può negare, che sussurra come “eco lunga e tenebrosa”, ti costringe a sostare, a voltarti, a ripensare al tragitto lasciato alle spalle, a riflettere su dove sei diretto, a prendere coscienza di chi sei e di chi stai divenendo.
Il folgorio, del quale stiamo trattando, ci ricorda il “dato immediato della coscienza” di Bergson, immediato cioè non mediato, senza soggetto, folgorazione e conseguente folgorio che ti esortano a scoprire che sei l’inconsapevole controllore del tuo presente e, per dirla con Orwell, stai modificando il tuo passato che determinerà il tuo futuro. Credo che molto di questo argomentare sia, mutatis mutandis, rintracciabile in “Materia e memoria” di Bergson, e proprio raccogliendo le tracce indiziarie lasciate dal pensiero del filosofo francese, possiamo comprendere che il folgorio è ciò che rimane al soggetto che cerca di comprendere la folgorazione senza possibilità di ridurla alle proprie capacità gnoseologiche, il folgorio rimane sospeso sopra al soggetto fino a che lo stesso non lo trasforma, o forse esprime, attraverso una narrazione, racconta se stesso a se stesso, presentifica il ricordo del proprio cammino rendendolo presente nel momento stesso in cui se ne appropria, ma poichè non è ciò che è stato ma la narrazione del viandante che si volta a osservare, la reciprocità tra il viaggio stesso e il punto di sosta è determinante. Nella radura nella quale il pellegrino ha incontrato il folgorio, è possibile prestare attenzione all’evento, soffermarsi, assaporare la rivelazione in attesa, oppure può accadere di distrarsi con un cellulare o anche di raccontarsi di non avere tempo da perdere e di dover riprendere il viaggio, spesso senza sapere di preciso né il perchè nè il per dove. Eppure é un’epifania di senso quell’istante, ma va compreso che quell’attimo senza tempo, accadimento “non mediato”, non é, come i più sostengono, il momento dell’incontro con se stessi, credere di potersi incontrare nella radura della coscienza è un consapevole autoinganno, non mi incontro, mi ricordo nel folgorio e, quindi, se mi regalo tempo e onestà, mi racconto a me stesso creandomi. Va detto che anche la rinuncia all’autonarrazione è costruzione di sé, un sè che si perde, che è rinuncia, ma comunque è.
La coscienza è una specie di rotonda alla quale pervengono e dalla quale si dipartono le infinite esperienze delle quali nemmeno abbiamo memoria ma che lasciano traccia nel loro ininterrotto circuitare intorno al nucleo centrale della stessa. In realtà assomiglia più al gomitolo bergsoniano, poichè il rapporto di intersezione e circumnavigazione, con e del centro, avviene su tutti i possibili piani di intersezione e, pertanto, è una dinamica così complessa da dipanare che ogni intervento, inteso come tentativo di esplicitare, razionalizzare, ordinare, invece di degineprare l’intreccio, ne diviene elemento costitutivo. La coscienza non è un luogo democratico, ne è sovrana la memoria di cui si rende capace chi sta ricordando, quindi il soggetto, ma se non si comprende l’autoinganno il potere è solo formale. Un’ultima riflessione: la coscienza è, per dirla con Husserl, sempre coscienza di qualcosa, ma credo sia importante precisare che, se si è compreso il concetto di narrazione a se stessi in relazione all’assunto di Orwell, è coscienza del passato, credo però sia interessante provare a osservarla come coscienza del futuro che è il fluire stesso del nostro proiettarci nell’adesso che, in realtà, è sempre approcciato come ciò che sta per essere. Si tratta del nostro gomitolo interiore che si addipana e si sdipana per accogliere ciò che sarà ma che già era come atteso ed è come esperienza. Sembra estremamente complesso quanto descritto, eppure ci abita tanto intimamente da confondersi con il soggetto in un immillante gioco di specchi, si tratta di una sorta di reciprocità di costruzione, di legittimazione, di definizione distinzione e contemporaneamente unificazione. Il folgorio della coscienza è occasione in attesa dell’eroe.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.