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Il “Decreto Byd” e la pressione cinese sulla transizione dell’auto italiana

  • Postato il 8 settembre 2026
  • Economia
  • Di Formiche
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In sintesi

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Il “Decreto Byd” e la pressione cinese sulla transizione dell’auto italiana

Il costruttore cinese Byd ha lanciato in Italia quello che definisce “Decreto Byd”, offrendo sconti fino a 11.600 euro ai clienti che danno in permuta auto con un elevato chilometraggio, mentre il gruppo cerca di rafforzare la propria presenza in un mercato che Roma sta cercando di accompagnare attraverso una complessa transizione industriale.

L’iniziativa, finanziata privatamente, arriva mentre i costruttori cinesi ampliano la loro presenza in Europa e il governo italiano mette in campo 300 milioni di euro per rafforzare e trasformare la filiera automotive nazionale.

La mossa di Byd mostra come i produttori cinesi possano utilizzare politiche commerciali aggressive, insieme alle relative narrazioni, per aggiungere un ulteriore elemento di pressione sui governi europei, già alle prese con la crescente presenza della Cina nel mercato automobilistico.

Byd prende di fatto in prestito il linguaggio delle politiche pubbliche italiane per una campagna commerciale privata, pur specificando esplicitamente che l’iniziativa non è collegata ad alcun provvedimento pubblico. Gli sconti operano inoltre indipendentemente dal sistema italiano degli incentivi e non possono essere cumulati con agevolazioni statali o regionali.

La campagna è valida dal primo al 30 settembre ed è rivolta alle persone fisiche e alle imprese individuali con residenza o sede in Italia che acquistano uno dei veicoli Byd ammessi all’iniziativa.

C’è una condizione: l’acquirente deve dare in permuta un’auto con almeno 150.000 chilometri. Il regolamento prevede la permuta del vecchio veicolo, non la sua rottamazione. Gli sconti vanno da 1.480 a 11.600 euro, a seconda del modello e dell’allestimento, e riguardano sia vetture elettriche a batteria sia le ibride plug-in DM-i del gruppo.

BYD marca esplicitamente la distanza dalle politiche pubbliche. Nel regolamento definisce infatti il “Decreto BYD” un’“iniziativa commerciale privata” “non collegata ad incentivi o a provvedimenti pubblici”.

La scelta delle parole è significativa. Byd non si limita a ridurre i prezzi: confeziona una campagna commerciale utilizzando il vocabolario tipico dell’intervento pubblico e stabilendo propri criteri di accesso proprio mentre l’Italia cerca di governare la transizione del settore automobilistico.

Nel frattempo, Roma cerca di intervenire sull’altro lato dell’equazione. Il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha destinato 300 milioni di euro ai progetti della filiera automotive attraverso i “mini contratti di sviluppo”, indirizzando le risorse verso programmi di investimento legati alla mobilità sostenibile e connessa, alla componentistica, alle tecnologie avanzate, alla riconversione industriale, alla ricerca e sviluppo e alla formazione dei lavoratori.

La misura punta a sostenere la trasformazione della base industriale italiana dell’automotive, con il 60% delle risorse riservato a programmi di investimento presentati da piccole e medie imprese e reti d’impresa.

I due interventi non sono direttamente comparabili. Il programma da 300 milioni di euro di Roma è uno strumento di politica industriale rivolto agli investimenti e alla filiera; il “decreto” di Byd è invece una campagna commerciale privata finalizzata alla vendita di automobili.

La loro coincidenza fotografa tuttavia la pressione che si sta accumulando intorno alla transizione dell’automotive italiano. Roma investe risorse pubbliche per aiutare la filiera nazionale ad adattarsi al cambiamento tecnologico. Allo stesso tempo, i produttori cinesi aumentano la loro quota sul mercato italiano e dispongono della forza commerciale necessaria per costruire propri schemi di incentivo alle vendite.

La mossa italiana di Byd si inserisce inoltre in un contesto europeo più ampio. I costruttori cinesi stanno conquistando terreno in Europa mentre Bruxelles cerca di contrastare la pressione competitiva proveniente dall’industria cinese dell’auto elettrica sostenuta dallo Stato.

L’Unione europea ha imposto dazi aggiuntivi sui veicoli elettrici a batteria prodotti in Cina dopo un’indagine anti-sussidi. La continua espansione dei marchi cinesi ha nel frattempo mantenuto l’automotive al centro di una relazione economica tra Europa e Pechino diventata sempre più difficile.

Per Byd, l’Italia è parte di questa espansione. Secondo Milano Finanza, che cita dati Unrae, ad agosto il gruppo ha immatricolato 2.580 automobili in Italia, con un aumento del 194,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente e una quota di mercato del 3,7%.

Anche altri gruppi cinesi, tra cui Leapmotor, MG Motor, SAIC Motor e Chery, continuano a guadagnare terreno sul mercato italiano. Allo stesso tempo, l’espansione internazionale sta diventando sempre più importante per la stessa BYD: oltre la metà dei ricavi del gruppo nel primo semestre è arrivata dalle vendite fuori dalla Cina, mentre nel secondo trimestre l’azienda ha registrato il primo calo trimestrale degli utili in più di tre anni.

Il “Decreto Byd” resta una campagna commerciale della durata di appena un mese. Ma la tempistica e il modo in cui è stata costruita indicano una sfida più ampia per Roma: mentre la politica pubblica cerca di orientare il futuro dell’industria automobilistica italiana, i concorrenti cinesi mostrano una crescente capacità di condizionare il mercato dall’altro lato.

Autore
Formiche

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