Il caporale 2.0, da straniero sfruttato a punto di riferimento
- Postato il 23 giugno 2026
- Caporalato
- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
Il caporale 2.0, da straniero sfruttato a punto di riferimento
L’evoluzione della figura del caporale, in una inchiesta de L’Altravoce -Il Quotidiano. Uno spaccato di un fenomeno diffuso, partendo dallo Jonio cosentino. Una storia di “buoni e cattivi” durata decenni. Come si è evoluta la figura del caporale straniero dai primi furgoni bruciati ai nostri giorni
«Eccolo il caporale a bordo del suo furgoncino». Ma sapete chi è, alla fine, il caporale straniero? Nient’altro se non il frutto degli stessi campi nei quali ha lavorato. Non c’è assoluzione di colpa. Né alcuna remissione di peccato in questa premessa. Solo storia. Solo vite.
“Il caporale” era un ragazzo. Un ragazzo come tanti. Che molti anni fa, negli anni ’80, negli anni ’90 ha lasciato il proprio Paese d’origine ed è, in un modo o nell’altro, arrivato in Italia. Qui è stato a sua volta un lavoratore. In nero, emarginato, senza diritti e con tanti doveri.
Un ragazzo che tra la miseria, la povertà, la fame, il dolore che gli ha “garantito” l’Italia, si è “rimboccato le maniche”: ha capito come muoversi sul territorio, ha imparato qualche rudimento di come funzionano le leggi, la lingua, ha capito cosa sono gli indennizzi, cos’è un patronato, un sindacato, di cosa hanno bisogno le aziende. E poi, a un certo punto, ha deciso di dire basta. A cosa? Allo sfruttamento. Perché quello anche l’ha imparato. E meglio di tutte le altre cose. Sulla propria pelle.
IL CAPORALE, DALLO SFRUTTAMENTO AL DIVENTARE AZIENDA DI SE STESSO
Così decide di far diventare se stesso “azienda”, di avere un guadagno maggiore, immediato, in una specie di “tratta”, di “rete di essere umani” che adesca e controlla i sui stessi connazionali.
Oggi “il caporale” è maturo, è un adulto. C’è ormai da tanti anni. È un punto di riferimento a cui rivolgersi. Per capire dove dormire, dove fare la spesa, come vivere in Calabria.
Tutto parte da un’offerta di lavoro, lanciata o per conoscenza, per passaparola all’interno delle altre comunità sparse in tutta Italia (“Mandatemi 10 operai per le fragole”) o, banalmente, anche tramite i canali social, tramite Tik Tok. I giovani connazionali, provenienti da altre regioni la ricevono, l’accettano e si “affidano”. Spesso inconsapevoli che il “punto di riferimento” non è un benefattore, ma, appunto, un caporale e che, quindi, tutto il “pacchetto di servizi” offerti lo dovranno ripagare, restituire.
L’INTERMEDIARIO
È il caporale che fa da intermediario con l’azienda che ha bisogno di manodopera nei campi. Va dal datore di lavoro e dice “ho 5 operai”. L’azienda a quel punto, nella maggior parte dei casi, regolarizza i rapporti di lavoro, si mette in sicurezza, si tutela, e di tutto ciò che accade dopo, tra il caporale e gli operai, o non sa niente, o fa finta di non sapere niente (perché, alcune volte, anche chi fornisce gli operai all’azienda viene pagato, dall’azienda stessa, come “trasporto”, come “pulmino”. Gli viene rimborsato il costo della benzina).
La benzina è anche nell’elenco servizi del caporale. Una volta che l’azienda dispone il bonifico al lavoratore, al bancomat si va insieme. Caporale e operaio. E viene fuori la “lista”, un “libro-paga”: c’è l’affitto (che, come ormai risaputo, è spesso un posto per terra, insieme ad altre 10 persone, in una casa fatiscente) c’è il trasporto per fare la spesa, per andare al patronato, per l’accompagnamento nei campi. E quanto resta dello stipendio al lavoratore?
UNA VITA SOTTO CONTROLLO
È una vita «controllata in tutto e per tutto. Te ne accorgi che i ragazzi, i nuovi arrivati, hanno paura. Non parlano. A volte quando ti avvicini per cercare di dargli la brochure di associazioni, di centri, di Caritas, la rifiutano, non la prendono. Anche perché se denunciano cosa fanno? Dove vanno? La denuncia poi è come una “macchia”. E non c’è alcuna garanzia una volta usciti dal giro».
Ma i giovani stranieri, non finiscono solo nella rete dei caporali. Il rischio è anche la criminalità organizzata del territorio, perché, qualcuno ne è sicuro: «qui non si muove foglia che qualcun altro non voglia».
Criminalità che non si capisce bene che ruolo giochi in queste dinamiche: per alcuni gli stranieri sono «“soldati” per lo spaccio», per altri «avranno i loro interessi perché le “regole locali” non le fanno certo i magrebini».
E in ultimo c’è chi guarda anche l’altra faccia della medaglia: «Le tragedie come quelle di Amendolara richiamano orde di forze dell’ordine dispiegate sul territorio. E se io non sono più libero di poter passare sulla 106 con il mio carico di droga, la questione mi disturba. Capisce? Con tutte le conseguenze del caso. Per i caporali».
COME TUTTO SEMBRA ESSERE INIZIATO
Il coraggio esiste. Ed è il coraggio di chi crede che deve esserci per forza un’altra via. Una possibilità migliore, un destino diverso. È il coraggio di quelle voci che si mettono a tavolino e decidono di parlare, di raccontare, di spiegare. Non un caso isolato. Ma un intero fenomeno. Una storia, la propria. Che poi è l’insieme delle storie di tantissime altre persone. Spesso, di comunità nel loro complesso. Immigrazione e “caporalato straniero”. Il caporalato “2.0”. Ma che cos’è, perché, com’è iniziato. Una piaga sociale che ha radici lontane. «Sono stata tra le prime arrivate sul territorio nei primi anni ’90 – racconta una mediatrice culturale –. Conoscevo già tutte le problematiche e le lungaggini burocratiche legate al permesso di soggiorno. E così, ben presto, già a partire dal 2000, sono diventata un punto di riferimento locale. Ma, sa… questa è una storia fatta di “punti di riferimento”: buoni e cattivi. Una storia di immigrati che agiscono nel bene e di immigrati che agiscono nel male». Così parte il racconto di una realtà profondamente consolidata e degenerata man mano, nel tempo. Lo sfruttamento come un cancro. Che muta aspetto, trasforma la sua natura, va in metastasi e, alla fine, dopo aver consumato e logorato le sue vittime, le porta alla morte.
IL CAPORALE 2.0 E LA COMUNITÀ ROMENA
«La comunità romena all’epoca – come oggi – era la più numerosa su Corigliano Rossano. Inizialmente li guardavano di traverso. Erano i “diversi”: quelli che in Italia rubavano lavoro, le tipe che rubavano gli uomini alle mogli. E, insieme ai romeni, c’erano i magrebini che svolgevano più che altro il lavoro di “vu cumprà”». Una situazione che, a partire dal 2007, dall’entrata della Romania nella Comunità europea e in un miscelarsi sempre più massiccio di razze e religioni diverse, sembra essere un po’ cambiata ma non ha certamente «cambiato la logica di sfruttamento dello straniero».
«Su 10mila stranieri residenti iscritti all’anagrafe di Corigliano Rossano, la comunità romena conta quasi 6.000 unità, oltre la metà. E il lavoro nero che facevano prima, come extracomunitari, diventando comunitari, in molti casi, è diventato “grigio”». Sostanzialmente, gli operai erano impiegati nei campi, in agricoltura, in cooperative, quasi tutto l’anno, «ma gli versavano poche giornate: cinque o sei al massimo». Questi si resero ben presto conto che se gli italiani, nell’elenco, contavano 102, 150 giornate, gli stranieri, i romeni, i bulgari, se ne ritrovavano giusto una manciata. Così, anno dopo anno, i veterani decisero di “mettersi in proprio”. Come? «Sfruttando i propri connazionali».
LE GIORNATE NEI CAMPI
I nuovi arrivati si affidavano a loro per capire come muoversi sul territorio, per trovare lavoro, in un rapporto che trovava man forte proprio sulla lingua comune e le comuni origini. E iniziava così l’acquisto da parte di stranieri e la circolazione dei primi furgoni. «Con questi, il caporale iniziava ad accompagnare nei campi i giovani connazionali che, a loro volta, gli avrebbero restituito le spese della benzina e degli altri servizi o aiuti ricevuti, dando al caporale una parte della giornata».
All’epoca la giornata agricola «era di 25 euro per 10/12 ore di lavoro. E non c’era la tracciabilità di questi soldi». Perciò poteva accadere che quando finiva la stagionalità, da ottobre a gennaio, l’operaio tornava a casa, al suo Paese, e il caporale gli diceva «tranquillo, ti manderò io lo stipendio». Stipendio che puntualmente non arrivava e con il quale il caporale acquistava un altro furgone e poi un altro e poi un altro ancora.
I PRIMI FURGONI BRUCIATI
Nel giro di pochi anni però, gli stessi furgoni cominciarono a saltare in aria, ad essere bruciati. Perché tra loro, i caporali, si conoscono. «I primi furgoni sul territorio ad essere bruciati, erano dei romeni. Quelli sono stati i primi segnali. Era una questione d’affari. Il caporale romeno andava dall’azienda “x” e diceva al datore “guarda, in autunno vado a contrattare. Ti porto 50 operai. Purché non ne prendi più dall’albanese. Io, anziché un euro e 30 a cassetta, te lo porto a un euro”. Così, il caporale albanese, che a sua volta aveva i furgoni e trasportava operai, lo veniva a sapere. E gli incendiava il furgone. I primi, se non ricordo male, al Castello di Corigliano, 15 anni fa».
Da allora ad oggi, insomma, le cose non sono cambiate: è sempre una guerra tra fratelli, dei caporali. Ed è ancora la guerra dei poveri. Dove, insieme alla diversa nazionalità dei protagonisti (oggi marocchini, pakistani, indiani) – “buoni e cattivi” – una sola cosa sembra essersi davvero trasformata: la brutalità dello sfruttamento e la violenza, cieca, «che non si limita a bruciare solo furgoni».
Ed un ultimo aspetto è inquietante: «Chi fa finta di non vedere, chi si gira dall’altra parte. Durante il periodo del Covid, quando i controlli erano serrati sulle strade, i furgoni passavano lo stesso. Perché sfido a trovare un giovane italiano disposto a lavorare nei campi: senza stranieri, sulle tavole degli italiani, fragole non ce ne stanno».
Il Quotidiano del Sud.
Il caporale 2.0, da straniero sfruttato a punto di riferimento