Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

I cento sguardi del potere

  • Postato il 16 settembre 2026
  • 0 Copertina
  • Di Il Vostro Giornale
  • 0 Visualizzazioni
  • 7 min di lettura
In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

I cento sguardi del potere

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Si tratta di una citazione dai Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, in verità è ben più nota attraverso una traduzione francese riconvertita in italiano nella forma de “Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”. La riflessione del pensatore sardo va collocata nel contesto socio politico dell’epoca ma, mi sembra, possa conservare intatta la sua valenza meta temporale, di natura squisitamente filosofica, anche se applicata alla situazione attuale. La contesto internazionale che sembra caratterizzare il nuovo millennio, estremamente complesso e mosso da forze surrettizie forse ancora non del tutto espresse, rivela, a mio avviso in maniera inequivocabile, la sua natura uterina per la nascita di inconosciuti mostri. Il vecchio mondo sta agonizzando, dalla fine della guerra fredda, che ha sclerotizzato gli equilibri internazionali nella seconda metà del secolo scorso, si è passati velocemente alla certezza dell’egemonia delle leggi di mercato, al potere della grande finanza che ha fatto aggio sugli stati, alla comparsa di nuove potenze economiche, che pure hanno conservato antichi sguardi, alla feroce recrudescenza di antiche formule di potere militare; insomma, mi sembra si possa ben applicare la notazione gramsciana di apertura, il vecchio sta morendo ma non vuole abdicare, il nuovo stenta a nascere e nemmeno si mostra ancora con occhi diversi, i fenomeni morbosi più svariati sono recrudescenze dispotiche, ferocia militare, fanatismi religiosi e politici. Eppure una lettura illuminante sarebbe possibile anche solo ricordando la Guerra del Peloponneso (431-404 a.C.) nella narrazione di Tucidide che, nel libro V, racconta l’assedio di Atene all’isola di Melo, che desiderava conservare la propria neutralità in nome della giustizia e di ciò che potremmo descrivere come diritto internazionale dell’epoca, mentre la democrazia ateniese sosteneva che “i potenti fanno quello che il loro potere permette e i deboli accettano ciò che devono subire”.

L’epilogo della contesa, com’è noto, vide sterminati gli uomini dell’isola e ridotte in schiavitù donne e bambini; mutatis mutandis, è facile riconoscere oggi la stessa arroganza nei carri armati, nei missili, nei droni che piegano le leggi del diritto internazionale alla logica del più forte. Tornano alla mente lucide e chiare le parole di Norberto Bobbio nel suo saggio, del 1993, Elogio della mitezza: “La prepotenza è abuso di potenza non solo ostentata, ma concretamente esercitata. Il protervo far bella mostra della sua potenza, del potere che ha di schiacciarti anche soltanto come si schiaccia con un dito una mosca o con un piede un verme. Il prepotente questa potenza la mette in atto, attraverso ogni sorta di abusi e soprusi, di atti di dominio arbitrario e, quando sia necessario, crudele”. Ci stiamo incamminando nelle paludi dell’interregno di cui scriveva Gramsci, l’antico sguardo feroce del potere, si abbraccia con i rinnovati sguardi delle più moderne tecnologie e strategie del controllo e del dominio, si rivela mostro camaleontico che, a volte, assume le sembianza della legalità, altre, in questi periodi appunto, nemmeno cerca più di camuffare la propria meschina arroganza. La cosa che, ancor più, mi spaventa, è lo sgocciolare di tanta volgarità, cifra perenne e connaturata nel potere, tra le pieghe più comuni della quotidianità, nei comportamenti dei piccoli insignificanti dittatorelli che abitano le nostre giornate. Troppo facile denunciare la ferocia del potere del tale Stato, delle forze dell’ordine, di mediocri e meschini feudatari falliti alla guida di trasmissioni televisive, di deliranti giornalisti convinti di essere i nuovi profeti della verità nel nome della quale dichiarano di agire con tanta esistenza che, forse addirittura, finiscono per credere alle loro stesse menzogne, molto più impegnativo riconoscere “la trave nel proprio occhio”.

Come spiegare il fenomeno dilagante del bullismo, quello degli odiatori digitali, il numero crescente di femminicidi, le violenze sessuali, i vandalismi di piazza, gli appuntamenti fra gruppi estranei con il solo fine di picchiarsi reciprocamente? L’ignoranza inconsapevole è, forse, lo sguardo comune di ogni violenza, ignoranza che, mi auguro che la precisazione sia pleonastica, nulla ha a che fare con titoli di studio, si tratta dell’atteggiamento supponente di chiunque non si metta in discussione, non abbia dubbi, non si ponga domande ma elargisca arroganti verità. Se un occhio del potere, che è sempre figlio della consapevolezza della propria mediocrità, ha questa visione, l’altro riesce addirittura a essere cieco, non sa vedere nemmeno la necessità di dare una senso alla propria violenza, quasi fosse inevitabile e, con una ottusa capriola logica, naturale se non addirittura necessaria. Quanto sarebbe invece importante recuperare, ripensare nell’oggi, l’intelligenza del pensiero gramsciano specie nel concetto di egemonia. L’egemonia come merito, come riconoscimento da parte di chi vede in te qualcosa di speciale, non la muscolare esibizione di testosterone e bicipiti, di cannoni e capitali, ma il “pensiero altro” che riconosce l’essere umano per la sua capacità di comprendere, amare, regalare bellezza. Lo so, molti sorrideranno o ironizzeranno semplificando il senso di queste righe in un qualunquistico vogliamoci bene, ma è proprio la riconquista della capacità umana alla compassione e alla solidarietà l’obiettivo, non come qualità antica e congenita, ma come matura consapevolezza di una urgenza di tutela della esistenza stessa della comunità umana. Il brocardo “ubi societas ibi ius/ ubi ius ibi societas”, erroneamente collocato nella tradizione del diritto romano, è fondamento delle comunità umane, che si danno delle regole cercando di riconoscerle nella natura stessa dell’aggregazione, parla di regole condivise, di diritti fondati sulla reciprocità, sul rispetto dell’altro, sul bene collettivo, la componente del potere e dell’autorità è solo un corollario che, troppo spesso, degenera e che merita almeno una breve riflessione.

Il potere è sempre di qualcuno su qualcuno, chi lo detiene dovrebbe esserne degno e chi lo subisce deve averne almeno un compenso di vantaggio tale da giustificare la rinuncia a una porzione del proprio “potere naturale”. La sua natura pericolosa si può individuarla nella corruzione etica che affligge chi lo ricerca come compensazione di una propria mancanza. Bisogna sempre diffidare, mi sembra che la storia lo confermi, di chi anela al potere; per dirla in una sintesi liberamente nietzscheana, chi lo brama è perché ne è privo, cioè, è impotente, afflitto dal risentimento e, di conseguenza, feroce e vendicativo nei confronti di chiunque. Per poter essere accettabile, lo sguardo del potere deve sapersi “transvalutare”, se chi accetta di esserne oggetto lo accogliesse come autorità per delega non mai irreversibile, come un “mettersi al servizio di”, ecco che si sentirebbe tenuto preliminarmente “esserne all’altezza come capacità e moralità”, disinteressatamente, umilmente. Il potere positivo, nel senso dell’egemonia gramsciana, non è mai nel ruolo, in una divisa, in una proprietà, in una consuetudine, non è mai estorto e imposto, è riconoscimento di qualità e competenze. Il potere, senza autorità conseguente all’egemonia, deve ricorrere alla violenza, alla prevaricazione, al controllo. Nelle società arcaiche gli anziani erano portatori di storia, esperienza, valori e, di conseguenza, egemoni sulla comunità, non cercavano vantaggi personali, non imponevano la propria volontà, gli anziani di oggi, anch’essi prigionieri della logica funzionalistica e utilitaristica che pervade la nostra cultura, quasi si sentono in colpa di esserlo, ne hanno pudore, tentano disperatamente di imbalsamare qualità perdute perdendo l’occasione di coltivare le possibilità etiche che, a seguito di una storia davvero vissuta, dovrebbero essere maturate in loro. Ma forse ben presto anche questo corto circuito logico sarà cancellato dall’intervento invasivo della nuova egemonia tecnologica…

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

Potrebbero anche piacerti