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Garlasco, Stasi e la difficile revisione del processo: ecco perché finora non l’ha mai ottenuta

  • Postato il 28 aprile 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

La vicenda di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco nel 2007, continua a suscitare dibattito sul sistema giudiziario italiano. Nonostante le richieste di revisione del processo e i dubbi sulla condanna di Stasi, la giustizia non ha accolto finora le istanze di riesame. Questo caso rappresenta un esempio emblematico delle difficoltà procedurali nel riaprire processi penali e delle sfide nel perseguire la verità quando emergono nuove evidenze o criticità nelle indagini originarie.

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Garlasco, Stasi e la difficile revisione del processo: ecco perché finora non l’ha mai ottenuta

Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi viene trovata morta a Garlasco nella villetta di famiglia. Partono le indagini, che si concentrano fin da subito su Alberto Stasi, fidanzato della vittima. Assolto in primo e secondo grado, viene infine condannato a 16 anni di carcere dalla Cassazione, nel 2015. Ne ha scontati finora 10, ottenendo la semilibertà nel 2025. Lo stesso anno in cui la procura di Pavia ha aperto le indagini per concorso in omicidio su Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, il fratello di Chiara.

I pm sarebbero ormai prossimi a notificare al 37enne l’avviso di conclusione delle indagini. In parallelo, sarebbe pronta un’informativa destinata alla Procura generale di Milano: sarà quest’ultima a stabilire se gli elementi raccolti siano sufficienti a giustificare una richiesta di revisione del processo che portò alla condanna di Stasi.

Come funziona la revisione di un processo

Attenzione: la revisione non è un nuovo appello. È uno strumento straordinario, riservato a situazioni precise: fatti incompatibili con la sentenza, condanne basate su atti falsi, pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo, oppure nuove prove decisive, sconosciute al momento del dibattimento. Sarebbe proprio quest’ultimo il caso in questione.

In passato Stasi aveva già tentato questa strada, senza successo. Nel 2016 la sua difesa aveva presentato infatti una perizia genetica che attribuiva a Sempio il Dna trovato sotto le unghie di Chiara. Il procuratore generale di Milano accolse l’istanza, ma la Corte d’appello di Brescia si dichiarò incompetente per vizio procedurale. Nel 2021 la Cassazione respinse il ricorso, ritenendo che «la valenza indiziaria di altri numerosi e gravi elementi» contro Stasi rimanesse intatta. Nel dicembre 2023 anche la Corte europea dei diritti dell’uomo disse no. Stavolta però la spinta non viene dalla difesa, ma dalla Procura generale di Milano. Ed è una differenza non da poco.

Le prove a favore di Stasi

Due elementi, in particolare, potrebbero rivelarsi decisivi. Il primo è la cosiddetta impronta 33, attribuita a Sempio. Il secondo, forse ancora più dirompente, riguarda l’orario della morte di Chiara Poggi. Le nuove perizie medico-legali, in particolare quella della dottoressa Cristina Cattaneo, collocano il decesso tra le 10:30 e le 12, con la finestra più probabile tra le 11 e le 11:30. In quell’arco di tempo, secondo la difesa, Stasi era a casa sua, davanti al computer, a lavorare alla tesi di laurea. Se quella ricostruzione reggesse, la sua presenza sulla scena del crimine diventerebbe materialmente impossibile.

Ma non è detto che sia sufficiente. La Procura generale di Milano dovrà valutare nel merito la solidità complessiva del quadro, non solo dei singoli elementi. E questa strada tortuosa, anche in caso di accoglimento, non porterebbe a un nuovo processo da zero: la corte si limiterebbe a verificare se i nuovi elementi siano in grado di scardinare la sentenza definitiva.

Autore
Panorama

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