Garlasco, carabiniere indagato per lo scontrino e i verbali di Sempio. Le “cappellate” della prima inchiesta: dai graffi di Stasi alle foto perse
- Postato il 10 maggio 2026
- Giustizia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Errori, omissioni, dimenticanze e indizi sottovalutati nell’indagine sul delitto di Garlasco? Fu la Cassazione, nelle motivazioni con cui spiegavano la condanna di Alberto Stasi “oltre ogni ragionevole dubbio”, a mettere nero su bianco che l’andamento dell’inchiesta fu “senz’altro non limpido, caratterizzato anche da errori e superficialità”. Una serie di lacune che erano state anche evidenziate davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano dall’allora sostituta procuratrice generale, Laura Barbaini, che comunque aveva chiesto 30 di carcere per l’imputato Stasi, contestando l’aggravante della crudeltà, che invece era stata esclusa dai giudici che aveva poi condannato l’imputato a 16 anni.
Il carabiniere indagato
Ora dalle pieghe della nuova inchiesta condotta dalla procura di Pavia, che vede indagato Andrea Sempio, 38 anni, amico del fratello di Chiara Poggi, emerge che nel registro degli indagati della è finito Gennaro Cassese, oggi 62enne, all’epoca comandante della compagnia dei carabinieri di Vigevano e figura centrale nelle attività investigative successive al delitto. L’ipotesi di reato riguarda presunte false informazioni rese al pubblico ministero. A far emergere i dubbi degli inquirenti sarebbero state alcune anomalie contenute nei verbali degli interrogatori del 4 ottobre 2008, in particolare quello di Sempio. Cassese – che recentemente ha dichiarato che avrebbero dovuto fare ulteriori accertamenti sull’impronta 33 – è stato ascoltato una prima volta il 4 aprile 2025 negli uffici di via Moscova, a Milano, dagli inquirenti guidati dall’aggiunto Stefano Civardi e dalla pm Giuliana Rizza. Al centro dell’audizione, lo scontrino del parcheggio di Vigevano, consegnato da Sempio durante l’interrogatorio e considerato per anni un elemento a sostegno del suo alibi. Secondo le nuove verifiche investigative, però, quello scontrino potrebbe essere stato procurato in realtà dalla madre del ragazzo. Sul tagliando i militari del Nucleo investigativo dicono che “non può avere alcun valore positivo o negativo” perché è “impossibile riscontrare con certezza che sia stato proprio lui a produrlo andando a Vigevano”.
Lo scontrino
Due brigadieri notano subito due graffi sulla parte interna dell’avambraccio sinistro di Stasi. Decidono di fotografarli ma poi non ci si ricorda di farlo, né di mostrarli ad un medico legale. Su questa circostanza nessuna domanda a Stasi viene verbalizzata.
All’altezza della spalla del pigiama indossato da Chiara Poggi si notano le impronte di quattro dita insanguinate che si ritiene siano dell’assassino. Delle impronte rimane solo la fotografia: furono “cancellate” quando il cadavere venne incautamente rivoltato sul pavimento cosparso di sangue. Quelle impronte, per la procuratrice Barbaini, dimostravano come l’aggressore avesse sollevato il corpo per gettarlo lungo le scale. Le manovre effettuate da chi, allora, rigirò il cadavere per rimuoverlo fecero imbrattare completamente di sangue la maglietta. Un elemento, quello delle tracce delle dita, che l’accusa aveva ‘incrociato’ con le impronte di scarpe lasciate sul tappetino del bagno davanti al lavandino dall’aggressore e con le impronte di Stasi mischiate al Dna di Chiara ritrovate sul dispenser del sapone. Controllando i documenti che risultavano sequestrati, la procura generale non trovò più 41 fotografie di Alberto Stasi con gli amici, che avrebbero potuto secondo l’accusa essere utili per capire che scarpe indossasse. Le immagini erano conservate negli archivi della caserma dei carabinieri di Vigevano, comandati da Cassese.
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