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Funziona!!!

  • Postato il 10 giugno 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Funziona!!!

“[…] E piegherai/ Sotto il fascio mortal non renitente/ Il tuo capo innocente./ Ma non piegato insino allora indarno/ Codardamente supplicando innanzi/ Al futuro oppressor; ma non eretto/ Con forsennato orgoglio inver le stelle,/ Né sul deserto, dove/ E la sede e i natali/ Non per voler ma per fortuna avesti;/ Ma più saggia, ma tanto/ Meno inferma dell’uom, quanto le frali/ Tue stirpi non credesti/ O dal fato o da te fatte immortali.” Impossibile non riconoscere la chiusa della Ginestra leopardiana. Probabilmente ci riporta alla memoria tutta una serie di superficiali stereotipi interpretativi circa il minuto gigante recanatese, il pessimismo, le radici illuministe, la solitudine, più impervio riconoscere profondità che anticipano grandi pensatori successivi come il Nietzsche dello Zarathustra o l’Heidegger di Essere e tempo, ma, come sempre in queste righe, lasciamo ai margini argomentazioni da “addetti ai lavori” e immettiamoci profondamente nella folgorante attualità di ogni pensiero che sappia cogliere alcuni aspetti arcaici e meta temporali che, proverò a dimostrarlo, riguardano quotidianamente il nostro vivere. Credo che, e mi rendo conto di fidare sull’intelligenza libera di chi è frequentatore da tempo di queste pillole popsofiche, ciò che più intimamente attraversa il pensiero di apertura e si riverbera nei filosofi appena scomodati, sia il senso tragico della vita. Per non ingenerare i più comuni fraintendimenti, reputo propedeutico un chiarimento intorno al termine utilizzato: cosa dobbiamo intendere per tragico? Oramai è diffuso considerare, come suggerisce tanto giornalismo, l’evento tragico in riferimento a morti, catastrofi naturali, conflitti o simili, ma avvertire il tragico nell’esistenza è, come afferma il pensiero dell’epoca dell’incontro con tale comprensione, comprenderne l’assurdo. Tutti noi viviamo una vita che non abbiamo deciso di vivere, non questa particolare o un’altra, mi riferisco al nascere, all’essere convocati nell’esistere, nel qui e ora (ma questo vale per qualsiasi qui e qualunque ora); tutti noi abbiamo profonda consapevolezza che, comunque, sopravverrà la nostra morte, ma il tragico non è in tutto questo, è, a mio modo di vedere, nel privare l’intervallo di tempo del quale disponiamo di un senso che ci veda protagonisti.

Avvertire la tragedia dell’esistere ci consente di affrontare il problema; esorcizzarlo, negarlo, fuggirne, ci rende schiavi conniventi. Insomma, la vera tragedia è ciò che, in meravigliosa sintesi, ci spiegano i versi di Leopardi: l’uomo eroico, quello che non si inganna, che guarda negli occhi la matrigna e tragica natura e non “piega invano il capo prima del tempo, ma nemmeno si auto celebra come libero dalla tragedia”. La vita dell’uomo è figlia del caso ma, con coraggio e modestia, possiamo riempirla di noi, già, ma come? Credo che il primo passo sia tentare di vederla non per ciò che ci fa piacere credere che sia o, almeno, ci fa meno paura. Un tale atteggiamento risale alla grande svolta del quinto secolo avanti Cristo, quando il pensiero ha deciso, a mio avviso auto ingannandosi, di ri-conoscere un ordine razionale nel tutto, una logica intrinseca alla vita che era accessibile agli strumenti logici del nostro pensiero. Da quel momento l’uomo si è concepito come “animale razionale”, l’uomo tragico, poliedrico, diveniente, contraddittorio, lacerato, innamorato, si è negato, per far muovere i primi passi al proprio avatar razionale. Quanta strada ha gloriosamente percorso il nuovo uomo, ma trascinando dietro, a fianco e dentro di sé il suo essere più profondo, forse ghettizzato in quello che verrà definito inconscio, quello che, a volte, gli mostra la sua rinuncia, il suo autoinganno che, oramai, non riesce più a vedere. Il coraggio di Leopardi di denunciare l’amore matrigno della vita è, nemmeno così nascostamente, una sorta di “protreptico alla felicità”, l’agire consolatorio e un po’ vigliacco dell’uomo comune deve trovare riscatto nel titanico affermare: Io no.

Mi tornano alla coscienza, care compagne di viaggio, le parole dello Zarathustra: “Non più pastore, non più uomo, un trasfigurato, un circonfuso di luce che rideva! Mai ancora sulla terra aveva riso un uomo come rise quello!”. L’uomo razionale ride solo un poco, ama solo un poco, gode solo un poco, è un animale che si accontenta. Potrebbero illuminarci le righe di Hesse in Il lupo della steppa: “Per sua natura il borghese è una creatura di debole slancio vitale, paurosa, desiderosa di evitare rinunce, facile da governare. Perciò ha sostituito al potere la maggioranza, alla violenza la legge, alla responsabilità la votazione”. È un altro modo di affermare che l’uomo ha rinunciato alla sua natura più profonda per consegnarsi a un’esistenza comoda ma aliena. Le tappe sono innumerevoli perché le si possa ripercorrere in questa sede, ma tutte rimandano a un concetto: la realtà e l’uomo stesso non sono il magma incandescente delle passioni, del “sentire sinestetico”, ma la misura arbitraria e “oggettiva” che tutto “mette in ordine nel momento stesso in cui tutto diviene altro da sé”. Il supporto logico pratico che ha consentito a questa ingannevole prospettiva di crescere e globalizzarsi è riassumibile in una parola: funziona. Cosa significa? Semplice, se il metodo raggiunge l’obiettivo allora funziona e, di conseguenza, è corretto e, capriola logico etica, è “giusto”. Ora, siamo certi che funzioni? Cosa significa funzionare? Il rasoio elettrico funziona solo le lo impiego per radermi, posso applicare un simile approccio con l’essere umano? A cosa serve? Parafrasando Kant, che l’uomo non sia mai un mezzo, ma, aggiungo, nemmeno ingannevolmente un fine. Ad esempio conclusivo di questo argomentare prendiamo l’epoca splendida dell’Umanesimo, siamo convinti che sia stato il punto più alto e sublime della storia dell’umanità, capace di riportare l’uomo al centro del proprio viaggio, in realtà è stato il momento nel quale, spero non definitivamente, si è sostituito l’uomo al suo corrispettivo razionale, ma l’uomo non è la sua ragione, è chi la utilizza, così come non è il suo patrimonio, ma chi lo impiega, non è il potere che detiene, ma l’uso che ne fa.

A mio avviso il rischio di un simile intimo inganno è, in questi tempi di enormi possibilità tecnologiche, ancor più pericoloso. L’operazione di snaturamento ha raggiunto vertici impensabili solo pochi decenni or sono, oggi quello che abbiamo definito come un avatar razionale, si è “tragicamente evoluto” in un avatar virtuale. L’essere umano trascorre gran parte della vita in una condizione relazional-virtuale, è divenuto ancor più misurabile e, va detto, il metro di riferimento qualifica l’oggetto della misura. Oggi, ognuno è il numero dei like che ottiene e la sua etica è determinata da un anonimo algoritmo, che lo conferma nella sua anestetica condizione, che nemmeno è più egoisticamente autoreferenziale, ma addirittura alienamente auto confermativa. Oggi la fuga dalla realtà è divenuta condizione comune, le nuove generazioni si sono trovate “gettate” in un contesto che, come accade da sempre, hanno dovuto imparare a “usare”, e, se sono state brave, il mezzo ha “funzionato”, ma, come accadde a noi e ai nostri antenati, non hanno avuto il tempo di interrogarsi non tanto sul come, quanto sul perché. La rinuncia comoda della delega al web fornisce semplificatorie risposte a qualsiasi domanda, l’intelligenza artificiale è sempre disponibile, ha conoscenze illimitate e mai conflittuali, non richiede assunzione di responsabilità da parte del fruitore, non è “utile” cercare di comprendere, scegliere, appropriarsi di sapere critico, tutto è già dato per come è utile al richiedente. Tranquillo uomo, va tutto bene, anche se il secolo nel quale ti inoltri è tormentato da assurdi conflitti, da incomprensibili violenze, anche se hai paura delle emozioni, anche se ti terrorizza la responsabilità, se non sai più ascoltare il silenzio, creare attraverso il pensiero coltivato nella lettura, se sempre meno parole sanno tradurre il caos che ti abita così che nemmeno comprendi di esserne abitato. Non dimenticare, però, il coraggio di un giovane tragico come Leopardi e la risata anarchica del circonfuso nietzscheano.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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Il Vostro Giornale

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