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Flotilla, la sinistra scende in campo per i due fan di Hamas

  • Postato il 4 maggio 2026
  • Esteri
  • Di Libero Quotidiano
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  • 8 min di lettura
Flotilla, la sinistra scende in campo per i due fan di Hamas
Flotilla, la sinistra scende in campo per i due fan di Hamas

Il copione rosso intorno alla Flotilla è sempre lo stesso: indignazione a comando e slogan pronti all’uso. Questa volta il casus belli è il sequestro da parte di Israele delle imbarcazioni in acque internazionali al largo delle coste greche. Va detto che, come le precedenti, la spedizione più che umanitaria somiglia a una sfida plateale a un blocco navale.

E l’opposizione, Pd incluso, si affanna a recitare la parte dell’indignazione selettiva chiedendo alla premier una condanna. Peccato sia distratta, perché, se nella prima missione la premier cercò di dissuadere i partecipanti e poi, pur aiutandoli, criticò la scelta di procedere senza ascoltare gli appelli del presidente Mattarella, stavolta il governo ha già condannato apertamente, e con un comunicato ufficiale, «il sequestro delle imbarcazioni avvenuto in acque internazionali al largo delle coste greche».

Ma alla sinistra, si sa, non basta mai nulla. E allora, pur di cercare il disaccordo anche quando si è d’accordo, difende l’indifendibile. Benedetto sia per loro, ad esempio, il colpo di teatro della Global Sumud che ha messo mani alle carte bollate e depositato «un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo» contro lo Stato italiano, nell’interesse di due attivisti, il palestinese Saif Abukeshek Abdelrahim e il brasiliano Thiago de Avila e Silva Oliveira, descritti come vittime di una detenzione arbitraria da parte delle autorità israeliane. Al momento dell’abbordaggio, i due attivisti si trovavano a bordo di un’imbarcazione battente bandiera italiana, Paese che quindi esercitava giurisdizione sulle persone a bordo della nave.

 

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«DIRITTI VIOLATI»

Gli avvocati sostengono che l’Italia avrebbe dovuto adottare tutte le misure necessarie per prevenire che i diritti degli attivisti venissero violati, e chiede la loro immediata liberazione. Al momento, i due risultano sotto arresto e stanno viaggiando verso Israele a bordo di una nave dello Stato ebraico; i legali chiedono che l’Italia si operi per garantire i loro diritti e che venga disposto il sequestro preventivo del natante su cui viaggia il cittadino palestinese. Epperò, quando si gratta appena sotto la superficie di questa narrazione da santini militanti, emergono i soliti contorni meno limpidi, quasi fossero figure dipinte con colori troppo vivaci per nascondere le ombre.

Prendiamo Ávila. Non esattamente un ingenuo idealista capitato per caso su una barca della pace. A novembre sfilava sorridente nelle manifestazioni pro Palestina, in compagnia di personaggi tutt’altro che marginali: Mohammad Hannoun, oggi detenuto con accuse gravissime legate alla rete di Hamas in Italia, e Abu Omar, figura di raccordo nell’associazionismo orbitante attorno allo stesso ambiente. Coincidenze? Forse. Ma quando le coincidenze iniziano a fare sistema, smettono di essere casuali e diventano indizi. Ávila coltiva amicizie altisonanti e mediaticamente spendibili, da Francesca Albanese a Greta Thunberg, ma nel frattempo intreccia relazioni decisamente più opache con il regime iraniano.

Il premio ricevuto dall’ambasciata iraniana in Brasile nel marzo 2025 — da lui stesso celebrato con entusiasmo sui social— non è un dettaglio folkloristico, ma un tassello di un mosaico più ampio. Un riconoscimento che, lungi dall’essere neutro, arriva da un sistema politico che non brilla certo per pluralismo e diritti.

 

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LA RETE DI HEZBOLLAH

A consegnargli l’onorificenza, figure legate a doppio filo a reti di influenza che attraversano organizzazioni e governi. Mehdi Shoushtari, ad esempio, non è un nome qualsiasi: uomo chiave della diplomazia iraniana, con contatti diretti coi vertici di Hezbollah. E Ávila, non pago, si spinge nel 2024 fino a partecipare al funerale di Hassan Nasrallah, segretario generale del movimento libanese. Un attivismo che, più che civile, sembra muoversi lungo traiettorie ideologiche ben precise.

Il quadro si infittisce ulteriormente con il ruolo di Sayid Marcos Tenorio e dell’Ibraspal, organizzazione accusata da analisti di fare lobbying a favore di Hamas. Un intreccio che ricorda una ragnatela: fili sottili ma resistenti, che collegano attivismo, propaganda e interessi geopolitici difficili da ignorare.

E Saif Abu Keshek? Anche qui, la figura del “semplice attivista” si incrina. Viene indicato come membro di spicco del Pcpa, organizzazione citata da esponenti di Hamas e finita sotto sanzioni statunitensi. Non proprio il curriculum di chi si limita a distribuire volantini o a invocare la pace con una candela in mano. In Italia però non frega nulla a nessuno, e piazze e collettivi antagonisti costruiscono il mito: i due diventano martiri, simboli, icone da esibire in presidi permanenti. Mala realtà, come spesso accade, è meno romantica e più scomoda. Perché mentre si alzano cori e si agitano bandiere, c’è chi — nel cuore di una regione tutt’altro che pacificata — prova a contenere profili ritenuti vicini a circuiti estremisti. È la solita vecchia storia: basta che servano a colpire il governo, vengono martirizzate figure che si muovono ben oltre un confine ambiguo.

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Autore
Libero Quotidiano

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