Fisco, 8 milioni di contribuenti con redditi sopra i 35mila euro pagano il 65% dell’Irpef. E 11,3 milioni non versano nulla – Dati e tabella interattiva
- Postato il 24 settembre 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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I numeri sono quelli noti dalla scorsa primavera quando il ministero dell’Economia ha pubblicato le dichiarazioni dei redditi 2025. I contribuenti italiani sono solo 42,8 milioni a fronte di quasi 59 milioni di residenti. Tra loro, 8,7 milioni hanno imposta netta pari a zero perché guadagnano molto poco e altri 2,6 milioni che non pagano nulla perché l’imposta è compensata dal trattamento integrativo (l’ex bonus Renzi di 80 euro poi reso strutturale) e dal bonus tredicesima. Poi 15 milioni di contribuenti (il 36% del totale) che, con redditi fino a 15mila euro, pagano in media un centinaio di euro di Irpef. E meno di 59mila persone (lo 0,14%) che dichiarano in media oltre 300mila euro e – visto che tra loro ci sono anche i super ricchi – si sobbarcano un’imposta media di oltre 200mila euro e versano il 6,49% del totale. In mezzo, quel 12% di contribuenti che porta a casa tra i 35 e i 55mila euro lordi e si fa carico del 24% dell’imposta, oltre 50 miliardi. Itinerari previdenziali, il centro studi dell’ex sottosegretario al Lavoro del governo Berlusconi Alberto Brambilla, ha presentato come ogni anno il proprio rapporto su spesa pubblica e entrate fiscali che punta a valutare se il gettito raccolto con le tasse possa garantire la sostenibilità dello Stato sociale.
Numeri dietro i quali ci sono ovviamente sia salari bassi sia lavoro nero ed evasione fiscale. Nel dettaglio, i dati del Dipartimento Finanze del Mef (che ilfattoquotidiano.it ha rielaborato nella tabella interattiva che trovate qui sopra) mostrano che tra 15 e 20mila euro ci sono 4,79 milioni di contribuenti con un’Irpef media di 1.773 euro. Nella fascia 20-26mila euro si trovano 6,65 milioni di persone che pagano mediamente 3.284 euro. Tra 26 e 29mila euro i contribuenti sono poco più di 3 milioni e l’imposta media sale a 4.413 euro. Nel complesso, chi dichiara fino a 29mila euro rappresenta il 69,78% dei contribuenti, ma versa il 21,33% dell’Irpef, pari a circa 46 miliardi di euro. Salendo ancora, tra 29 e 35mila euro ci sono circa 4,9 milioni di contribuenti, con un’imposta media di 6.035 euro. Tra 35 e 55mila euro altri 5,37 milioni, che versano mediamente 9.815 euro. Il passaggio sopra i 35mila euro, soglia oltre la quale si esauriscono i benefici del taglio del cuneo fiscale introdotto negli ultimi anni, non è indolore. Oltre quella soglia ci sono 8 milioni di contribuenti, il 18,78%, che versano il 65% dell’intera Irpef.
“Il 70% dei contribuenti versa appena il 20% delle imposte dirette, mentre il restante 30% sostiene l’altro 80%“, ha sintetizzato Brambilla, mentre da Speciale Telefisco del Sole 24 Ore il viceministro con delega al fisco Maurizio Leo ribadiva che con la prossima legge di Bilancio il governo Meloni punta ad aiutare “il ceto medio” con il lungamente promesso allargamento dell’aliquota centrale del 33% alla fascia di reddito che va dai 50 ai 60mila euro, che ora ricade nello scaglione a cui si applica il 43%. Intervento che garantirebbe a chi si situa proprio sui 60mila euro di imponibile un risparmio di 1000 euro annui.
L’Irpef svuotata da flat tax e regimi sostitutivi
Ma senza una riforma strutturale che riporti nell’Irpef i redditi ora assoggettati a ben più favorevoli flat tax, cedolari e imposte sostitutive – che il governo vorrebbe invece ampliare ulteriormente – di spazio per ridurre l’imposizione con mini interventi al margine ce n’è sempre meno. Ogni sgravio a dipendenti e pensionati, che si fanno carico di oltre l’80% dell’imposta, costa non potrà che portare benefici ridotti fino a quando non si recupererà gettito allargando la base imponibile. Invece si va in direzione contraria: a valle di diversi aumenti del tetto di ricavi sotto il quale si può accedere al regime forfettario, ormai oltre 2 milioni di lavoratori autonomi hanno optato per la tassa piatta del 15% che sostituisce anche le addizionali. I redditi da capitale da cinquant’anni stanno fuori dall’Irpef e sono tassati proporzionalmente con l’aliquota ordinaria del 26% e quella ridotta del 12,5% per i titoli di Stato. Sugli introiti incassati da chi mette in affitto una casa c’è la cedolare secca e ora la lobby dei proprietari è tornata a chiedere di applicarla anche agli immobili commerciali.
“Bankitalia e Istat minano la stabilità sociale”
Il rapporto, presentato non a caso con la Confederazione Italiana Alti Dirigenti e Professionalità, che rappresenta manager pubblici e privati, punta però a dimostrare altro, e cioè che pochi pagano per tutti. Considerato che solo 34,1 milioni di italiani versano qualcosa, “il 46% circa non ha redditi, non paga tasse e vive a carico della collettività e tuttavia beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e degli enti locali, a partire da sanità, scuola, università, accesso alle prestazioni pubbliche, assistenza sociale e tutto il resto”, si sottolinea. Logica che porta a concludere che chi dichiara tra 15 e 20mila euro lordi versa in media 1.773 euro di Irpef non “ripaga” la propria quota di spesa sanitaria pro capite pari a 2.347 euro.
Dall’analisi emergono “scomode verità”, la conclusione: “Non è vero che siamo un Paese oppresso dalle tasse perché i veri oppressi sono pochi. (…) I risultati di questi ultimi 17 anni evidenziano i problemi del Paese causati da un eccessivo assistenzialismo che genera bassa produttività, bassissima occupazione e un altissimo debito pubblico i cui oneri saranno a carico di quei giovani che a parole tutti i partiti vogliono difendere ma che dovranno sopportare un costo di finanziamento del debito pubblico enorme”.
“Quasi il 70% della popolazione riceve tra prestazioni sanitarie e pensioni 121 miliardi e ne paga meno di 35. E poi ci sono tutti gli altri servizi in denaro e prestazioni: tutto gratis”, recita un istruttivo corsivo di commento all’interno dell’indagine, che lamenta come “anche la Banca d’Italia fomenta la pace sociale con le sue indagini non degne del valore dell’istituzione”, in particolare quella sulla distribuzione della ricchezza secondo cui il 10% delle famiglie ne possiede il 60%: “Se si mettono assieme i titolari delle prime 100 aziende per capitalizzazione, frutto magari di generazioni di imprenditori e che, per inciso, danno lavoro a qualche milione di lavoratori, le cifre si gonfiano tanto più se dall’altra parte si sommano una decina di milioni di italiani inseriti nelle 4 grandi dipendenze (alcool, droghe, ludopatie e problematiche alimentari quali bulimia, anoressia e obesità) che certamente di soldi e ricchezze non ne hanno perché le dissipano quotidianamente”. Ce n’è anche per l’Istat, nota agitatrice che con via Nazionale contribuisce ad “aizzare la popolazione e minare la stabilità sociale”.
Il terrore della patrimoniale
“È vero che i lavoratori dipendenti pagano le tasse”, chiosa Brambilla, “ma si tratta soprattutto di quadri, funzionari e dirigenti, categorie ormai scarsamente rappresentate sia dalla politica sia dai sindacati, che invece concentrano le proprie proposte su ulteriori riduzioni di imposte e contributi sociali a favore delle fasce di reddito più basse le quali però, dati alla mano, già oggi versano poco o nulla”. Dunque basta aiuti per i deboli, è il messaggio. Serve, predica il presidente della confederazione dei dirigenti Stefano Cuzzilla, “meno pressione su chi già sostiene il sistema”. Ovvero, dal suo punto di vista, i contribuenti che dichiarano oltre 100mila euro e pagano il 22,25% dell’Irpef: “Soggetti che, pur dando con le loro imposte un contributo fondamentale al Paese, sono sostanzialmente trascurati da ogni proposta di sindacati e politica (forse perché sono l’1,75% dei contribuenti ndr), e anzi spesso minacciati di ulteriori imposte come la patrimoniale“. Che come è noto nulla c’entra con i redditi e nelle proposte più “radicali” scatterebbe sulle ricchezze sopra i 2 milioni di euro. Mentre per l’universo dem potrebbe forse applicarsi sopra i 100 milioni e secondo il Movimento 5 Stelle andrebbe introdotta a livello europeo per non prendersi troppi rischi. Come dire: nulla che possa impensierire il ceto medio tartassato.
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