Festival di Cannese – Finzione, memoria e identità negli sguardi “opposti” dei registi Farhadi e Pawlikowski
- Postato il 15 maggio 2026
- Cinema
- Di Il Fatto Quotidiano
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Scrittori tra la vita e la morte, tra la finzione e la realtà. Sono loro i grandi protagonisti dei due film di ieri concorrenti al 79° Festival di Cannes, due titoli di maestri del cinema contemporaneo, due Premi Oscar e tra i più attesi sulla Croisette: Asghar Farhadi e Pawel Pawlikowski. Entrambi con film “dislocati” dalla propria nazione, lingua e cultura: da una parte la Parigi contemporanea per il regista iraniano, dall’altra la Germania dell’immediato secondo dopoguerra per il cineasta polacco. Ed entrambe con una partecipazione italiana in produzione. Ma le “comunanze” finiscono qui, perché distanti sono i contenuti, la forma e gli esiti di Histoires Parallèles e di Fatherland.
Animato da cinque personaggi, il decimo lungometraggio di Farhadi, nonché il secondo girato e ambientato in Francia, mette al centro il rapporto contrastivo fra finzione e realtà, laddove la prima riesce a condizionare – addirittura a modificare – la seconda. Non nuovo nella filmografia e nell’universo creativo del pluripremiato autore, il tema è qui espresso da una scrittrice (Isabelle Huppert) avvezza a “spiare” un interno posto nell’edificio dirimpettaio, dove lavorano tre rumoristi: una giovane donna (Virginie Efira), il suo compagno titolare della società (Vincent Cassel) e il di lui fratello minore (Pierre Niney). Accade che un giovane ladruncolo migrante (la rivelazione Adam Bessa) trovi ospitalità dalla scrittrice. Quando questa inizia malvolentieri a buttare le proprie cose in vista di un trasloco, il giovane si impossessa dei suoi manoscritti e inizia, suo malgrado, a sostituirsi alla donna nell’azione di “spionaggio” dei tre, entrando direttamente nelle loro vite.
Il film è il libero remake della sesta parte del Decalogo di Krzysztof Kieślowski, ma dissemina nel suo articolarsi diversi riferimenti cinematografici che vanno dalla hitchcockiana Finestra sul cortile a una novella di Pirandello, passando per il cinema di De Palma e Peeping Tom. Al di là delle tracce precedenti, il racconto non può che avere un sottofondo politico profondamente connesso allo status dell’Iran, laddove il controllo asfissiante e censorio sulla creazione è pane quotidiano. Ma qui Farhadi, mutuando le intuizioni del predecessore polacco, esplicita quanto il cinema non possa essere “imprigionato” e, qualora lo fosse, andrebbe inevitabilmente a modificare il reale con la sua forza immaginifica.
Il problema di quest’opera dalle ottime premesse, e nutrita da un cast che non necessita presentazioni, è la mancanza totale di quello spazio di ambiguità che da sempre caratterizza il talento di Farhadi. Tutto è intelligibile, chiaramente spiegato nella scrittura; i destini dei personaggi sono addirittura manifestati da loro stessi in un finale che, invece di aprire, chiude le loro scelte. Il film sarà nelle sale italiane prossimamente grazie a Lucky Red.
Mentre nel testo di Farhadi il dialogo è opulento, ecco che in Fatherland esso si fa essenziale, prezioso, altissimo. Perché nel film che Pawlikowski ha co-sceneggiato col tedesco Henk Handloegten (autore della nota serie Babylon Berlin) la regia obbedisce solo a una parola: il rigore. In tal modo questo suo esemplare settimo lungometraggio di finzione può rispondere all’intensità, all’astrazione e al simbolismo necessari a raccontare il doloroso viaggio che riportò nel 1949 Thomas Mann e sua figlia Erika nella nativa Germania. L’occasione fu un premio intitolato a Goethe per il bicentenario dalla nascita. Girato in un bianco e nero di definitiva bellezza – dietro vi è l’autore della fotografia Lukasz Zal, che già per Pawlikowski illuminò Cold War (2018) – il film è una sinfonia sulla morte, sullo sconfinamento e sull’inevitabile devastazione umana creata dalla guerra.
Quella che infatti trova Mann (Hanns Zischler, attore “wendersiano”), ormai cittadino statunitense, è una Germania in rovina, devastata e ovviamente divisa fra americani e sovietici, un territorio che ha perso “faustianamente” la propria identità e che la ricerca attraverso il suo massimo scrittore del tempo. Ma è lui stesso a non capire, a non “sentire” più la sua identità tedesca, benché ne esalti il modello per il mondo. È sua figlia – interpretata dalla sempre perfetta Sandra Hüller – a scuotere il padre, tentando di farlo aderire alla realtà.
Concepito nella densità di meno di un’ora e mezza, Fatherland si propone quale riflessione metaforica, storica, politica e straziante sul dolore dello straniamento, ove l’utopia non trova più la sua Heimat – concetto che unisce lo spirito, le radici e l’identità di un popolo – e a regnare è solo il senso di sospensione in attesa della morte. Non a caso è il lutto da elaborare, sia personale sia storico, a costituire il nucleo tematico di un’opera complessa di estrema rilevanza (e attualità), tanto sul piano dei contenuti quanto su quello della perfezione formale. Indubbiamente un’opera da premiare. Fatherland uscirà nelle sale grazie a MUBI, che poi lo porterà sulla propria piattaforma.
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