Ex Ilva, ultima colata a Taranto. Sindacati sul piede di guerra: “A Genova lavoro fino a novembre, poi il vuoto”
- Postato il 8 ottobre 2026
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- Di Genova24
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Genova. Con l’ultima colata effettuata all’altoforno 2 di Taranto, il processo di spegnimento dell’area a caldo dell’ex Ilva è entrato nella sua fase decisiva. Un passaggio tecnico, arrivato dopo la conferma del blocco da parte della Corte d’Appello di Milano e che compie un passo in avanti verso lo stop definitivo previsto per il 25 ottobre, salvo sorprese dal verdetto della Cassazione atteso per il 20. E se per il polo pugliese si tratta di un passaggio storico, dopo oltre sessant’anni di lavorazioni, per lo stabilimento di Corngliano, gli effetti sono altrettanto dirompenti.
Il meccanismo che lega i due poli siderurgici è sempre lo stesso: senza l’arrivo dei coil e del materiale grezzo da Taranto, il sito ligure si avvia infatti verso la paralisi totale, senza che ad oggi esista davvero un piano b per mantenre aperto l’impianto genovese. A tracciare il quadro dell’impatto sul capoluogo ligure è Nicola Appice, segretario generale della Fim Cisl di Genova, a seguito di un sopralluogo tecnico effettuato tra i reparti.
“Facendo un giro sugli impianti per verificare il materiale residuo da lavorare, abbiamo stimato che per la parte della latta l’autonomia arrivi fino a circa metà novembre, mentre sullo zincato la lavorazione potrebbe arrivare fino a novembre. Di fatto, tutto lo stabilimento ha vita utile lavorativa di circa un mese – spiega il sindcalista – Senza nuove forniture, a metà mese la produzione si azzererà, trasformando il blocco dell’area a caldo pugliese in una chiusura di fatto anche per le linee di lavorazione genovesi”.
Una situazione che è tornata ad agitare i lavoratori, ora appesi alla pronuncia della Cassazione. A rendere tesa ed esplosiva la situazine, però, è l’assenza di un “piano strategico alternativo”: Non sappiamo cosa succederà – continua Appice – gli scenari sono tanti, e alcuni sono catastrofici per i lavoratori. Al momento non ci hanno comunicato un piano B se la Cassazione confermasse lo stop. Ad oggi a Taranto il forno 2 ha fatto l’ultima colata di acciaio fuso, e verrà avviato allo spegnimento. Resta il forno quattro ma deve essere risettato, cosa che deve essere fatta con investimenti. E comunque sempre dopo una eventuale sentenza favorevole. In definitiva, la magistratura ha in mano la chiusura di un epoca dell’industria italiana”.
Un piano b?
Per far funzionare Cornigliano in assenza della produzione primaria di Taranto bisognerebbe ripensare l’intera catena di approvvigionamento. Una ipotesi già valutata in passato, con l’opzione “spezzatino”, ma che al momento non ha riscontri operativi. “A Genova si aspetta Taranto – sottolinea Appice – Ci sono due scenari principali: se la sentenza viene ribaltata si deve riattivare tutto; se invece viene confermata e si spegne Taranto, per Genova servirebbero altri fornitori di coil, che al momento però non sono stati trovati. Un altro scenario ipotizzabile è che vengano comprate le bramme per Taranto, che le lavorerebbe poi anche per Genova”. Ma anche in questo, quello che manca, è il piano industriale e i soldi, tanti, per finanziare lo switch produttivo.
Lo spettro della Cassa Integrazione
Il blocco della produzione porta con sé un impatto sociale diretto sui lavoratori e le loro famiglie. I commissari straordinari di Acciaierie d’Italia puntano infatti a raddoppiare il ricorso agli ammortizzatori sociali, chiedendo l’autorizzazione per 9.000 lavoratori in cassa integrazione a livello nazionale, il doppio rispetto ai circa 4.450 attuali a cui si aggiungerebbero le sorti degli oltre 14 mila addetti dell’indotto.
Un quadro che alimenta una forte tensione all’interno della fabbrica genovese, dove i sindacati fanno fatica a contenere la rabbia e le preoccupazioni delle maestranze: “Non c’è stata ancora una programmazione di mobilitazione – sottolinea Appice – Gli operai chiedono di fare qualcosa e ora li stiamo tenendo in attesa di avere un quadro definito, ma c’è grande preoccupazione. Anche perché nell’impianto di Salerno sono già stati tutti mandati in cassa integrazione, pagata direttamente dall’Inps e non dall’azienda”.
“Anni di immobilismo e scelte sbagliate”
Secondo la Fim Cisl, la crisi attuale è il risultato di anni di immobilismo e decisioni rinviate, a cui non si può rispondere smembrando il gruppo aziendale. “Agli stabilimenti serve un piano industriale a lungo raggio. Serviva vent’anni fa, invece si è assistito a un continuo scaricabarile, dando le colpe a chi c’era prima e passando la palla a chi veniva dopo – sottolinea il segretario – Spacchettare sarebbe un errore grosso, con il rischio reale che i singoli siti finiscano per sparire. È ancora decisamente meglio, per ora, ragionare sul gruppo nella sua interezza.”
Mentre il countdown per l’esaurimento dei materiali a Genova prosegue verso la scadenza di novembre, dalla fabbrica arriva il monito per la politica: “Servono alternative concrete e scenati chiari e realistici. L’unica cosa certa è che, in un constesto mondiale così incerto, l’Italia non può fare a meno del suo acciaio”.
Salis: “Preoccupati, sono ore cruciali”
“Siamo costantemente in contatto con i sindacati e devo dire che anche nei giorni che precedono l’oggi non c’è grande ottimismo – afferma la sindaca di Genova Silvia Salis, rispondendo a margine di una conferenza stampa a chi le chiede se ci sia il rischio di un nuovo autunno caldo – Credo che le preoccupazioni dell’ambiente sindacali siano condivisibili, nel senso che a oggi non si vede una prospettiva industriale – continua – ma preoccupa, diciamo, la siderurgia nazionale nel suo complesso. Quindi, in questo senso sicuramente sono ore cruciali e nei prossimi giorni capiremo come si evolverà anche la reazione dei sindacati”.