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Ex Ilva, il Tar di Lecce ha sospeso lo stop alla centrale che alimenta la fabbrica

  • Postato il 29 aprile 2026
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  • Di Genova24
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Ex Ilva, il Tar di Lecce ha sospeso lo stop alla centrale che alimenta la fabbrica

Genova. Ex Ilva, il Tar di Lecce ha sospeso il provvedimento del sindaco di Taranto Pietro Bitetti che aveva imposto al 13 maggio lo stop della centrale termoelettrica che alimenta la fabbrica lavorando i gas di altoforno. L’ordinanza era stata firmata lo scorso 14 aprile. La centrale è gestita da Adi Energia srl in amministrazione straordinaria.

Il provvedimento arriva dopo il ricorso presentato il 24 aprile dai legali di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria.
Secondo il sindaco, la società non avrebbe ancora adempiuto alla trasmissione del piano richiesto dopo la pubblicazione del rapporto di Valutazione del danno sanitario (Vds) 2024 per l’area di Taranto, redatto da Arpa Puglia, Aress e Asl. Il primo cittadino contestava l’inadempienza rispetto agli interventi necessari per ridurre il rischio non cancerogeno per via inalatoria legato a sostanze come arsenico, nichel e cobalto.

I legali dell’azienda avevano sollecitato una trattazione urgente della richiesta cautelare. Il Tar ha accolto l’istanza, sospendendo l’efficacia del provvedimento in attesa della decisione nel merito.

Con il fermo della centrale non sarebbe stato più possibile recuperare e gestire i gas del ciclo siderurgico e quindi il ciclo produttivo non avrebbe potuto proseguire con lo stop dell’area a caldo con conseguenze su tutta la filiera.

Il comitato No Forno Elettrico Genova commenta con una nota: “In attesa di conoscere le decisioni della Corte d’Appello di Milano relative ai ricorsi, il comitato esprime pieno sostegno alla richiesta di stop immediato delle attività più impattanti, riaffermando un principio essenziale: la tutela della salute pubblica deve prevalere su qualsiasi logica di continuità produttiva non compatibile con i territori urbani. La vicenda di Taranto conferma ciò che da anni emerge nei territori industriali italiani: quando le scelte vengono rinviate o affidate a soluzioni tecniche non pienamente garantite sul piano sanitario e ambientale, il peso ricade sulle comunità, sulla salute e sulla qualità della vita. Per questo il comitato ribadisce la necessità di mantenere coerenza con il percorso avviato a Genova dopo la dismissione degli impianti, evitando ogni ritorno a modelli industriali che non tengano conto delle trasformazioni urbane, sociali e ambientali intervenute negli ultimi decenni. Taranto e Genova condividono una stessa responsabilità storica: affermare che i territori non possono essere trattati come aree sacrificabili”.

Le trattative

Il percorso della giustizia amministrativa va in pararallelo rispetto alla trattativa aperta per la cessione dell’azienda con i due potenziali investitori: il fondo americano Flacks Group e il colosso indiano Jindal Steel International.

Il primo di aprile il ministro per le Imprese e il Made in Italy, Adolfo Urso aveva risposto a un question time proprio sulla questione della cessione: “Mi auguro che avvenga entro la fine del mese − aveva detto – ci sono tutte le condizioni di fare dell’ex Ilva un grande impianto siderurgico green che ci consente di diventare da qui a 4/5 anni l’unico Paese in Europa a produzione di acciaio interamente green. Siamo in dirittura d’arrivo, è una fase decisiva. I commissari stanno negoziando con i due soggetti che hanno presentato un’offerta vincolante: il gruppo Flacks e Jindal. Riusciremo a salvare l’ex Ilva”.

Il mese sta per terminare, ma sinora non è arrivata nessuna buona notizia per la conclusione della vicenda.

I due piani differiscono:

Jindal , che dovrebbe investire 1,5 miliardi, ha proposto sino al 2030 il mantenimento a Taranto di due altiforni sui tre esistenti (ma al momento solo uno è funzionante) per produrre 4 milioni di tonnellate di acciaio. Poi dal 2030 gli altiforni verranno spenti e il siderurgico avrà un solo forno elettrico da 2 milioni di tonnellate. L’ex Ilva arriverà comunque a 6 milioni di tonnellate, che è la soglia autorizzata dall’Aia, ma perché 4 milioni di tonnellate di bramme di acciaio, un semilavorato, arriveranno dall’Oman. I 6 milioni serviranno a far lavorare le aree di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi. Il punto critico del piano di Jindal appare nella riduzione di circa la metà degli occupati nel gruppo ex Ilva. Da 9.702, di cui 7.920 a Taranto si rischia di passare a circa 4.000-4.500.

Flacks, invece, intende produrre a Taranto 6 milioni di tonnellate e che a regime darà lavoro a 8.500 diretti. Previsto un investimento di 5 miliardi, ma i commissari avevano richiesto integrazioni.

Esecutivo il prestito ponte per la sopravvivenza

Nel frattempo è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il provvedimento attuativo del Mimit per la concessione all’ex Ilva del prestito ponte da 149 milioni di euro previsto dall’ultimo decreto per la sopravvivenza dell’acciaieria (dl 180/2025). Lo scorso marzo i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia e Ilva hanno avevano ufficializzato “la necessità di urgente erogazione del finanziamento derivante dalla gravissima situazione di crisi di liquidità che riguarda entrambe le procedure, il cui protrarsi potrebbe pregiudicare la prosecuzione delle attività e compromettere l’esito delle trattative in corso per la cessione degli stabilimenti”.

Nel provvedimento viene specificato che sia Flacks Group LLC sia Jindal Steel International hnnoa dichiarato la propria disponibilità ad assumere l’obbligazione di rimborso del prestito.

 

Autore
Genova24

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