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Eos e Titonio

  • Postato il 30 settembre 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

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Eos e Titonio

“Immortalità. Ho notato che non appena uno scrittore si avvicina a questo tema, inizia subito a citare. Odio le citazioni. Dimmi quello che sai” ci ammonisce Ralph Waldo Emerson. Lo ammetto, non sono riuscito a resistere, com’è possibile non citare un simile aforisma? Ma il tema di queste righe non è il senso o l’opportunità di ricorrere a frasi espresse da “giganti” o, almeno, presunti tali, quanto piuttosto proporre un tentativo di riflessione sulla questione dell’immortalità. Ovviamente non posso parlare per esperienza diretta, così come non è lecito per nessuno, almeno per ora, ma quello che “so”, per raccogliere la provocazione di Emerson, è che è un desiderio che accompagna l’umanità dalla sua comparsa. L’idea di immortalità è necessariamente connessa con il concetto di tempo e questo nasce nel momento in cui il primo essere umano è nato a se stesso. È anche questo un argomento complesso e non è possibile approfondirlo ora, sarebbe necessario chiarire il senso e il momento di un inizio che, logicamente, implica l’idea di caducità e di un prima dell’inizio; complesse tematiche teologiche e teleologiche, contraddizioni logiche come la pensabilità e provenienza di qualcosa di cui non è possibile avere esperienza diretta. Risulta impervio, seppur così circoscritto, il nostro incedere, limitiamoci, in ogni caso, al già complesso tema dell’immortalità. Per indagare intorno alle ragioni dell’insorgere nell’uomo dell’anelito alla vita eterna, possiamo ricordare, non me ne voglia Emerson, quanto Albert Camus fa pronunciare all’eroe eponimo del suo Caligola: “Mi sono sentito all’improvviso un bisogno di impossibile, le cose così come sono non mi sembrano soddisfacenti, ho dunque bisogno della luna, o della felicità o dell’immortalità”. Potremmo allora concepire l’immortalità, con il consenso di Camus, come una forma di “improvviso bisogno di impossibile”, incanto dell’assurdo, per proseguire sulle orme della filosofia di Camus, che, chi l’avrebbe mai detto, colpisce anche gli dei.

Ho fatto riferimento al destino che accomuna dei e mortali in relazione a un mito greco e, mi si consenta una breve chiosa prima di arrivarci, credo sia da ricercare proprio nella consapevolezza tragica della morte, tipica della cultura arcaica greca, intrecciata all’idea di Fato come divinità alla quale è soggetto l’intero Pantheon greco, l’antitesi più intima con il pensiero cristiano occidentale che si fonda sulla certezza, più o meno consapevole, di una vita eterna almeno a livello spirituale. È tempo di mettere a margine tutte le divagazioni e raggiungere i protagonisti del mito in oggetto: Eos e Titone. Eos, dea dell’aurora, si innamorò perdutamente, pare a causa della volontà di Afrodite, di Titone, bellissimo principe troiano. Decise quindi di rapirlo e con lui ebbe due figli. Il suo amore per il giovane era così assoluto che la indusse a insistere, con l’onnisciente Zeus, per ottenere l’immortalità per il compagno. Di certo al padre degli dei non manca il senso tragico dell’ironia, decise, infatti, di accontentare la bellissima Eos che, forse distratta dal sentimento sconvolgente, si era scordata di chiedere per Titone anche il dono dell’eterna giovinezza. Ciò che accadde era inevitabile, oltre alla vita eterna Titone fu afflitto dall’eterna passione per Eos, ma il suo corpo continuava a invecchiare. Difficile conciliare passioni giovanili e miserie fisiche dell’età. Il flebile e perenne lamento del decrepito e rugoso principe, indussero la sempre giovane Eos a rivolgersi nuovamente a Zeus. Non ci è dato sapere quale sentimento mosse il signore dell’Olimpo a intervenire, se il senso di colpa o la compassione, comunque decise di dare origine alla specie delle cicale che perennemente emettono il loro lamento e si mostrano in una forma che molto rammenta l’accartocciato sembiante di Titone. Per i cultori delle opere di Platone e del mito greco è bene precisare che, nel Fedro, si narra dell’origine delle cicale per volontà delle Muse, ma in questa sede ci occupiamo di un diverso racconto.

Il mito di Eos e Titone si presta a caustiche e profonde osservazioni sull’età, la giovinezza, l’amore, i rapporti tra i sessi, la paura della morte, anche se forse uno degli spunti di riflessione più destabilizzanti è intorno alla ragione del vivere e riguardo a un tema, quello dell’eutanasia, ancora oggi di notevole attualità. Ha senso prolungare la propria permanenza in vita quando la stessa diviene un’agonia senza prospettive? Quando l’umiliazione e la sofferenza prendono il posto della passione e del piacere? Anche il divertito cinismo di Zeus si converte in compassione nel mito antico, addirittura, forse soprattutto, un immortale può comprendere che si può amare la vita solo fino a che questa non si riduce a sterile e dolorosa sopravvivenza. Il tema dell’eterno e dell’immortalità accompagna tutto il cammino dell’umanità dal suo esordio, dall’istante, cioè, in cui l’essere umano ha preso coscienza della propria caducità. Le reazioni alla tragedia dell’ineluttabilità della morte sono le più diverse nel tempo, impossibile analizzarle in questa sede, possiamo solo lasciarle scorrere veloci nella memoria, dall’Essere parmenideo che non può non essere al presunto parmenicidio di Platone che eterna il mondo delle idee, dalla teologia cristiana al pensiero attualissimo di Severino, camminando di pari passo con la sovrapposizione aristotelica del logos con l’Essere fino alla coincidenza tra reale e razionale in Hegel e, forse ancor di più, esprimendosi nel linguaggio scientifico da Galileo alla fisica quantistica; ma questo ci porterebbe in ambiti specialistici che non competono a queste righe. E subito ecco accorrere innumerevoli interrogativi: Vivere è un’occasione o una condanna? La vita va intesa come un dono non richiesto che è opportuno imparare ad amare o come una pena da espiare per meritarsi finalmente di tornare al non essere? Se tutto si deve necessariamente risolvere nella tragedia della vecchiaia e della morte, a meno di essere dei, che senso ha procreare? Davvero possiamo ritenerlo un atto d’amore nei confronti di chi ancora non è o va considerato un gesto egoistico teso al disperato tentativo di lasciare traccia di sé? Nel frattempo è opportuno un approccio edonistico e gaudente o fissare il proprio sguardo in un ulteriore che dia senso all’oggi? Quante ancora le possibili domande, limitiamone l’ambito per non perderci in una osservazione così ampia da impedire di vedere.

Il mito si risolve in una sofferenza speculare, da un lato l’egoismo innamorato di Eos la lega a un uomo che ha rapito pur di averlo ma che, profondamente innamorata, ha desiderato rendere immortale. Mi sembra una delle perversioni più diffuse, quella di un amore adolescente che non sa crescere. La dea, infatti, ha voluto fermare Titone in un istante di eternità, rimanendo innamorata dell’immagine meta temporale di un uomo che, vivendo, continuava a cambiare. L’altra faccia della medaglia è altrettanto tragica, quella di un mortale imprigionato nell’assurdo logico di un amore che può essere per sempre solo nel suo trasformarsi. Trasportando il mito alla luce dell’esistenza terrena, forse, la vera tragedia non è l’invecchiare del mortale, ma l’incapacità di cambiare con lui da parte di chi non può conoscere il magnifico tormento della vita. A mio modo di vedere un’attualissima chiave di lettura del mito va cercata nel disperato tentativo, molto presente nella nostra cultura, di non invecchiare, di volersi fermare in un’immagine di sé che non è che un’istantanea, in qualche misura l’antitesi del vivere che è sempre dinamico. Se possiamo comprendere che un simile amore diviene un inganno feroce per entrambe gli amanti, diviene semplice cogliere il parallelo con la vita, con il terrore del cambiamento, con il suicida tentativo di negare la necessità che muoia ciò che è stato per consentire la presenza di ciò che è e l’aprirsi alla possibilità di ciò che sarà. Forse uno dei segreti per sperare di godere della vita è il coraggio di lasciar andare ciò che è stato, assaporare l’attimo presente senza ansia di ciò che sarà, con la disponibilità ad accoglierlo nel modo migliore nel quale avremo imparato a viverlo.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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