Emma Bonino, la ribelle delle istituzioni: ritratto di una leader atipica, dalle lotte per i diritti ai vertici dell’Europa su nomina della destra di Berlusconi
- Postato il 11 settembre 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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La prima donna ad aver portato la battaglia sull’aborto sul proscenio, mettendo in gioco il proprio corpo. O la prima donna a essere candidata da una campagna di massa alla presidenza della Repubblica? Oscilla tra queste due primizie la vita politica di Emma Bonino, storica esponente radicale, sodale di Marco Pannella al vertice di quel partito, oggi disintegrato, e che lei aveva comunque lasciato da tempo. Personaggio atipico, impegnata in polemiche infinite, collezionatrice allo stesso tempo di cariche pubbliche: entra alla Camera nel 1976, a 28 anni, e resta in cariche pubbliche – deputata, senatrice, parlamentare europea, ministra, commissaria europea – per il resto della sua vita.
Vita intensa, certamente. Nata a Cuneo nel 1948, si laurea alla Bocconi di Milano nel 1972 e inizia a far politica, in modo anomalo, nel 1975 aderendo al Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (CISA) fondato tra gli altri da altre due storiche leader del partito radicale, Adele Faccio, e Maria Adelaide Aglietta. Si trattava di aiutare le donne ad abortire, senza essere costrette a utilizzare le cliniche d’oro e in quella vertenza la stessa Bonino si consegnerà alle autorità accusandosi di aver praticato l’aborto. Anche in virtù di battaglie epocali per l’epoca, farà parte della pattuglia radicale che entra in Parlamento nel 1976 con circa 400mila voti e quattro seggi. Il partito vede ancora il monopolio stretto del leader Pannella affiancato da una rosa di dirigenti, spesso capaci e abili, che alimentano una vita interna più variegata di quanto sarà in seguito. Forse è in quella esperienza che ha assunto la qualità che l’ha accompagnata per tutta la vita e ne ha forse caratterizzato l’intervento pubblico: sembrare una ribelle, un’antisistema, eppure essere interna al mondo politico-istituzionale senza rifiutare di assumere cariche rilevanti.
Quella più importante arriva non dalla parte in cui ha, sia pure a modo suo, militato, la sinistra – appena eletti, nel 1976, pur provenendo dall’esperienza del liberalismo italiano, i radicali si sedettero all’estrema sinistra chiamandosi sempre “compagni” – ma dalla destra di Silvio Berlusconi che per ricompensare l’alleanza siglata alle elezioni del 1994, nomina Emma Bonino alla Commissione europea dove assume l’incarico per “La politica dei consumatori, la pesca e gli aiuti umanitari”. Se da una parte è un capolavoro di trasformismo politico, dall’altro Bonino riesce a utilizzare quell’incarico per restituire l’immagine di anomalia nel sistema, sfruttandolo per fare di fatto molta politica estera. Con la carica di responsabile degli aiuti umanitari, si reca in piena guerra in Bosnia, andrà in Ruanda, poi in Somalia, in Iraq e in Afghanistan, costruendo una notorietà inusuale per una semplice commissaria europea. Anche la fine dell’incarico non è normale: si dimette, in blocco insieme ai suoi colleghi, per protesta contro lo scandalo che coinvolge la commissaria francese Edith Cresson. E qui ai radicali viene l’idea di candidarla alla presidenza della Repubblica dopo la fine del mandato di Oscar Luigi Scalfaro. La campagna è a tappeto, non serve certamente a convincere il Parlamento, che elegge quasi all’unanimità Carlo Azeglio Ciampi, ma alle successive elezioni europee la nuova Lista Bonino, ideata da lei e Marco Pannella, sfiora il 9%, ottenendo 2,6 milioni di voti e sette seggi. Anche questo, nel suo piccolo, un capolavoro di tattica elettorale di cui Bonino e i suoi compagni più fedeli beneficeranno a lungo fino a favorire la nascita e i relativi successi dell’attuale Più Europa.
Una delusione elettorale la coglie nel 2001 con la lista Pannella-Bonino che non la elegge in Senato (anche se è comunque parlamentare europea). Decide di ritirarsi al Cairo, in Egitto, a studiare l’arabo e da lì organizza poi un’attività di solidarietà internazionale, in particolare per i diritti delle donne, con la Ong Non c’è pace senza giustizia. Finita l’esperienza al Parlamento europeo torna alla Camera nel 2006 e diventa ministra per le Politiche europee, e subito dopo del Commercio estero, del governo Prodi, esperienza che finirà prestissimo, nel 2008. Sarà ancora ministra, stavolta agli Esteri, nel governo Letta del 2013 – dove si rende protagonista, in negativo, del caso Shalabayeva – e verrà fatta fuori da Matteo Renzi nel governo successivo. Il 2014 è anche l’anno in cui prende le distanze dal Partito radicale per evidenti dissidi con Marco Pannella.
Divergenze e scontri che non saranno mai resi davvero pubblici e di cui si parla soprattutto in vari retroscena. Bonino, però, ha ormai guadagnato, da tempo, una statura politica propria, fuori dal cono d’ombra dello storico leader radicale, e ha infatti la forza di seguire prima la formazione dei Radicali italiani e di pilotarne l’ingresso e la formazione della lista Più Europa che mantiene la presenza istituzionale di quel che era stato radicale, mentre il partito ufficiale scompare dal quadro istituzionale. Mantiene in qualche modo la sua rotta libertaria e liberale, e liberista – con i costanti attacchi allo stato sociale, dalle pensioni ai “privilegi” del sindacato – scontrandosi con il nuovo “populismo” in particolare dei 5 Stelle votando contro la fiducia al governo Conte 2. In questa sua laicità liberale, ottiene però un riconoscimento inaspettato ai più quando nel 2024, papa Francesco, in carrozzina, la va a trovare nel suo appartamento a Trastevere dopo l’uscita dall’ospedale per i suoi problemi respiratori. Lei si dice “commossa” da quell’incontro e lui la giudica una “grande donna”. Ribelle e istituzionale, laica e incensata da un Papa, nell’ombra di Pannella, ma anche leader. Una vita double-face per una delle donne più significative della vita politica italiana.
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