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Emma Bonino, dal carcere per l’aborto alla Corte penale internazionale: le battaglie della radicale che diventò ministra

  • Postato il 11 settembre 2026
  • Politica
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Emma Bonino, dal carcere per l’aborto alla Corte penale internazionale: le battaglie della radicale che diventò ministra

Emma Bonino, quante battaglie. Dall’aborto gratuito con il metodo Karman per le donne che non volevano affidarsi ai ferri da calza delle mammane e non avevano i soldi per andare a interrompere la gravidanza all’estero, battaglia che nel 1975 la avvicinò al Partito Radicale, alle più recenti prese di posizione in difesa della comunità Lgbtq+, quando la destra affossò la proposta di legge Zan. Quante battaglie in piazza e nelle istituzioni, correndo il rischio della galera e quello, non meno insidioso, di governare. Con determinazione mista a pragmatismo, da piemontese e da borghese (è un elogio: ne avessimo avute tante altre e altri, di borghesi con la schiena dritta come lei) che sapeva coniugare intransigenza e solido buon senso.

Nata a Bra, in provincia di Cuneo, il 9 marzo 1948 da Filippo Bonino, agricoltore diventato commerciante di legname, dopo la maturità classica la giovane Emma si iscrive alla Bocconi di Milano senza nessuna intenzione di studiare economia. Sceglie invece lingue e letterature straniere e si laurea a pieni voti nel 1972. La tesi la dedica all’autobiografia del leader nero Malcolm X, assassinato a New York nel 1965.

In quegli anni, più esattamente nel 1970, in Italia è stato introdotto per legge il divorzio, subito messo nel mirino dalla Democrazia Cristiana, dall’assortita galassia clericale e dai neofascisti del Movimento Sociale. Nel 1974, un referendum che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe abrogare la legge vede invece la vittoria netta dei No, il 59,3 per cento contro il 40,7 per cento degli abolizionisti. Emma Bonino entra in politica dopo quella vittoria.

Ci entra fondando, con Adele Faccio, il Cisa (Centro d’informazione sulla sterilizzazione e l’aborto) e affrontando il carcere dopo essersi autodenunciata per procurato aborto. Un anno dopo, nel 1976, quando il Partito Radicale affronta per la prima volta le elezioni, è una dei quattro eletti, con Marco Pannella, Adele Faccio e Mauro Mellini. Ha 28 anni, non smetterà più.

I radicali sono, in quegli anni, una forza nuova che la Dc ma soprattutto il Pci faticano a digerire. Libertari e liberali (nascono a fine Anni ‘50 da una scissione a sinistra del Partito liberale) hanno, come si usava dire allora, il cuore a sinistra e il portafogli a destra. I comunisti, prudentissimi in materia di diritti civili per timore di alienarsi gli elettori cattolici e di vedere naufragare il “compromesso storico” con la Dc, sono sconcertati e non di rado indignati dalla loro irruenza. Contro di loro volano gli insulti e, alla Camera, Giancarlo Pajetta arriverà a sputare in faccia al “nemico del popolo” Marco Pannella.

Decisivi per introdurre il divorzio e difenderlo dai colpi di mano, i radicali si riveleranno fondamentali anche perché si vari una legge (la n. 194 del 1978) che sancisce il diritto delle donne ad abortire, e per reagire all’ennesimo referendum abrogativo promosso dal Movimento per la Vita: grazie soprattutto a loro, nel 1981, un clamoroso 68 per cento di italiani boccia la proposta di tornare indietro. In tutte queste battaglie Emma Bonino è in prima fila.

Il suo cursus honorum è lungo e fitto: deputata a più riprese dal 1976 al 2008 in sette legislature (spesso raccoglie più voti del suo partito, ma la soglia di sbarramento la punisce), senatrice dal 2008 al 2013 in due legislature, europarlamentare dal 1979 al 1988 e dal 1999 al 2006 in quattro legislature (nel 1999, con la Lista Bonino, raggiunge il miglior risultato elettorale di sempre per i radicali, l’8,5 per cento). E poi al governo, con la destra e con la sinistra: brama di potere per alcuni, coerente pragmatismo per altri. O, più semplicemente, un conflitto fra l’anima liberale che trova consonanze con il moderatismo, e l’anima libertaria che con i moderati si scontra.

Regnante Berlusconi, Bonino è commissario europeo per i consumatori, la pesca e gli aiuti comunitari dal 1995 al 1999. L’ho incontrata per la prima volta lì, a Bruxelles, in un ufficetto poco più grande di una cella, tutte le porte aperte. Zero formalità, stava affrontando un contenzioso al calor bianco con il Canada, accusato di “pirateria internazionale” per avere cannoneggiato e sequestrato un peschereccio spagnolo. “Stai qui, ogni volta che ho un momento libero tu mi chiedi e io ti rispondo”, fu il patto. Ne venne fuori un’intervista corposa.

Con l’Ulivo e il centrosinistra, Bonino è vicepresidente del Senato (2008-2013) e ministra, la prima e unica radicale: al Commercio estero con Romano Prodi dal 2006 al 2008, agli Esteri con Enrico Letta dal 2013 al 2014. La rimuove Matteo Renzi, quello di “Enrico stai sereno”, per dare “un segno di discontinuità” e sostituirla con la più fidata e addomesticabile Federica Mogherini, finita poi negli anni scorsi nel mirino della magistratura belga con un’accusa di corruzione.

Sempre nel 2013, corre il serio rischio di andare al Quirinale. Sostiene la sua candidatura un parterre di politici di tutti gli schieramenti, i sondaggi la danno favorita nel gradimento degli italiani, un 32 per cento contro il 26 di Mario Draghi e il 19 di Stefano Rodotà, anche il M5S la inserisce fra i nomi delle “quirinarie”. Non se ne fa niente. Resta qualcosa, di tanto impegno? Restano soprattutto le battaglie, dentro e fuori dalle istituzioni. Scorro l’elenco, ed è corposo. Tra il 1980 e il 1981 promuove l’International Crisis Group, nel 1993 Non c’è Pace senza Giustizia, che porteranno grazie alla sua testardaggine, rendendo irrilevante l’opposizione degli Stati Uniti, all’istituzione nel 1999 della Corte penale internazionale, che ha giurisdizione sui crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e il genocidio.

Sono anni di polemiche roventi, che le inimicano il fronte pacifista. Come quando nel 1995, dopo una visita a Sarajevo e a Mostar, scrive sul Corriere della Sera: “Può sembrare paradossale, certamente amaro se, da convinta nonviolenta quale sono da sempre, mi ritrovo a condividere, se non addirittura a invocare, l’uso della forza da parte della comunità internazionale per mettere fine ai crimini contro l’umanità che vengono impunemente perpetrati in un angolo d’Europa chiamato Bosnia. Sia chiaro: non sono pacifista, non sono per la pace ad ogni costo, soprattutto quando il costo è qualcun altro a pagarlo e a questo prezzo. Sono, invece, per la supremazia del diritto ad ogni costo, ed è amaro doversi arrendere all’evidenza che esistono circostanze storiche in cui la difesa della legalità non può essere affidata, ancorché temporaneamente, che all’uso delle armi”.

Lei tira dritto. Nel 1981, anche se nel 1997 la vedremo sfilare con il cartello “No Vatican no Taliban”, aveva incontrato papa Wojtyla per lanciare assieme a Pannella la campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi che allora erano definiti Terzo Mondo. Nel 1987 la arrestano in Polonia, e subito dopo la espellono, perché ha manifestato per Solidarnosc contro il golpe del generale Jazuzelski. La arresteranno anche a New York nel 1990, perché distribuisce per strada siringhe sterili per protestare contro una legge che concede le siringhe ai tossicodipendenti soltanto dietro prescrizione medica. E a Kabul nel 1997, dov’è andata da commissario europeo per difendere le donne afghane dal tallone di ferro dei talebani.

Altre battaglie? Quella contro l’infibulazione femminile, quella contro le mine antiuomo che grazie a lei porta nel 1997 alla convenzione di Ottawa. E la costante attenzione al Sud del mondo, che la vede attiva per aiuti umanitari e mediazioni in Ruanda dopo il genocidio, nella Somalia in mano ai signori della guerra, nel Sudan devastato da un conflitto interminabile, e ancora nel Kurdistan iracheno, in Sierra Leone, nel Kosovo. Fino alla decisione, all’inizio del terzo millennio e dopo una sconfitta elettorale, di stabilirsi al Cairo per tre anni per studiare l’arabo e conoscere da vicino Nordafrica e Medio Oriente.

Tagliente ma sobria nelle polemiche, poco portata alle sortite fumantine del padre-padrone radicale, riservatissima sulla sua vita privata (due storie con militanti radicali, due bambine in affido negli Anni ‘80, ha sempre bruscamente negato qualsiasi legame sentimentale con Pannella), fumatrice non pentita nonostante il tumore al polmone che l’aveva colpita nel 2015 (“Non smetto, ho scelto di vivere così, non accetto prediche”), Emma Bonino ha suscitato avversioni tenaci soprattutto fra gli integralisti cattolici, e un sorprendente attestato di stima da parte di papa Francesco, che nel 2016 la definì “una grande dell’Italia d’oggi” e “la persona che conosce meglio l’Africa”, e nel 2024 dopo un suo ricovero le fece un’improvvisata andandola a trovare a casa e spronandola a non mollare “perché l’erba cattiva non muore mai”.

Le amarezze più forti le sono venute dal suo partito e da Pannella. Che nel luglio 2015, mentre lei affronta il cancro, la accusa di non essere più radicale perché “preferisce il jet set internazionale” per poi sbottare, tradendo una malcelata invidia: “Bonino può andare in qualsiasi posto, io no. Io sto cercando di andare dal presidente della Repubblica, ma se è lei che vuole un appuntamento lo ottiene in cinque minuti”. Lei glissa, al massimo ammette “una giornata difficile”, non replica. E alla morte di lui ne tesserà un commosso elogio funebre. Una signora.

L’ho incontrata per l’ultima volta nel 2016, il giornale per cui lavoravo mi aveva chiesto di farle scrivere un articolo sull’immigrazione. Ci ospitò a Milano l’ottimo Marco Cappato, parlammo per un paio d’ore e lei spiegò in dettaglio che cosa si poteva fare, qual era il saldo demografico dell’Italia, che cosa portavano in concreto gli emigrati, alla fine mi chiese di firmare io l’articolo perché lei aveva “poca dimestichezza con la parola scritta”, non obbedii e lo firmò lei. L’ho riletto prima di scrivere questo ricordo. Tra fiumi di concretezza e di argomentazione, c’era una frase secca che mi colpii allora e torna a colpirmi oggi: “Dobbiamo accogliere chi scappa da una guerra o da una carestia. È un obbligo morale, un principio non negoziabile, non occorre dire altro”. Era così, ci mancherà.

L'articolo Emma Bonino, dal carcere per l’aborto alla Corte penale internazionale: le battaglie della radicale che diventò ministra proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Il Fatto Quotidiano

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