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Elezioni amministrative: questo campo largo sembra già l’Ulivo (diviso e litigioso)

  • Postato il 17 maggio 2026
  • Di Panorama
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Elezioni amministrative: questo campo largo sembra già l’Ulivo (diviso e litigioso)

Fategli largo che ripassa lui: il voluminoso ex senatore del Pd, Mirello Crisafulli. Concentrato di astuzia e veracità. Settantasisette anni e non sentirli. L’aspirante sindaco di Enna ha aperto la campagna elettorale nell’aula magna dell’università, che fortissimamente volle nonostante la sola licenza elementare. Sala gremita. Nemmeno un posto in piedi. Gli altoparlanti che sparano uno sbeffeggiante Vasco Rossi: «Io sono ancora qua. Eh, già…». Elly Schlein, l’indispettita segretaria, gli ha negato il simbolo. Lui, come il commissario Montalbano, se ne catafotte: «Non ne ho bisogno, tutti sanno chi sono». Disse lui: «A Enna vinco con il maggioritario, con il proporzionale e anche con il sorteggio». Disse lei: «Dobbiamo colpire la gestione feudale del consenso. Basta con i cacicchi e con le correnti che bloccano il partito».

Il Barone rosso, invece, voleggia ancora sul cucuzzolo dell’isola. Mirello sfida Elly. «Da quassù vedo lontano e con un certo distacco». Senza attendere la bollinatura degli «pseudo dirigenti nazionali», autocertifica: «Il Pd sono io». Pure nell’impervio capoluogo, in mezzo alla Sicilia più ispida e di sinistra, si vota a fine maggio. L’opposizione smania. Tra il successo del referendum sulla giustizia e le prossime politiche, arrivano queste cruciali amministrative. Quale migliore occasione per dimostrare che non sarà l’ennesima crociata dell’Armata Brancaleone? Allora si stringono patti, si compilano programmi, si professa armonia. Per cercare di far dimenticare quello che la Seconda repubblica ha puntualmente sconfessato.

Il ritorno dei cacicchi e il miraggio del Campo largo

Il rifiorito Campo largo sembra già l’estirpato Ulivo. Vinse due volte le elezioni, per rinsecchire rapidamente al governo. E anche oggi, da Zagarolo a Conversano, la coalizione tribola. A Enna, Mirello assicurava la vittoria persino con il sorteggio. A Salerno, Vincenzo De Luca reiterava: «Qui mi votano anche le pietre». Cacicco pure lui: anzi il più illustre esponente dell’immortale categoria. Non ama Elly. Eufemismo. Il sentimento è ricambiato. I trascorsi non sono certo idilliaci. Riassumiamo, quindi: un anno fa lo «Sceriffo» non si ricandidò governatore in Campania, ma solo perché non era passata la regola sul terzo mandato. In compenso, a ottobre 2025 il suo primogenito è diventato segretario regionale del Pd.

L’adamantina sperava di aver fregato lo scafato. Illusa. Don Vincenzo adesso vuole diventare, per la quinta volta non consecutiva, sindaco di Salerno. Degli accordi capitolini se ne impipa pure lui. Tanto da aver costretto 5 stelle e Avs, ferocemente avversi, a correre con un proprio candidato: Franco Massimo Lanocita. Per non parlare del simbolo negato, ovviamente. Il figliolo, Piero, abbozza: il civismo in città è «tradizione». L’ex ministro, Andrea Orlando, ironizza: «Le tradizioni vanno sempre rispettate, come il Natale e la Pasqua». Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, suggella: «Evidentemente il simbolo non serviva…».

Le fratture sull’asse Pd-M5S dalla Puglia all’Emilia

In Campania a penare sono i piddini. Nella confinante Puglia, invece, a frantumare i sogni di concordia sono soprattutto i Cinque stelle di Giuseppe Conte, futuro contendente della «testardamente unitaria» Elly alle primarie. I progressisti corrono divisi a Trani, Molfetta e Gallipoli. Nemmeno a San Giovanni Rotondo riesce il miracolo. Non è solo la patria di Padre Pio. Proprio l’ex premier si trasferì qui da giovane al seguito del padre, diventato segretario comunale. Insomma, i sensali del campo largo dovevano mostrarsi bendisposti e caritatevoli. Invece, niente. Pure nella città che custudisce le spoglie del santo e i ricordi del giovane Giuseppi, finisce malamente. Pd e Cinque stelle da una parte. Riformisti da un’altra. Rifondazione comunista da un’altra ancora. Nella scarlatta Emilia-Romagna, intanto, procede la diaspora di Avs. I dirigenti locali di Europa Verde accusano il leader, Angelo Bonelli, di aver svenduto l’ecologismo per compiacere gli alleati piddini, tacciati delle più turpi cementificazioni.

E poi c’è lui: l’incontenibile Matteo Renzi. A dispetto della sbandierata fratellanza e dell’irrilevanza numerica di Italia Viva, riesce a rimestare come nessuno mai. Considera ancora la Toscana un suo feudo. E le prossime amministrative saranno decisive. Non si fanno prigionieri. Vedi il caso dell’ennesima vecchia gloria Dem: David Ermini, già vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, prima amico e poi acerrimo nemico del Machiavelli di Rignano. S’erano tanto amati, fin da quando Matteo era presidente della Provincia di Firenze. Ermini entrò in Parlamento ai tempi dell’epopea rottamatrice. Fino alla consacrazione definitiva: la guida del Csm. Ma poi Renzi ritrattò: «Un errore politico clamoroso». Mai scelta sarebbe stata più funesta: «Le persone mediocri non dovrebbero essere mai premiate». Ermini, dopo ulteriori accuse, annunciò querela. Ma l’impavido infierì: «È diventato vicepresidente del Csm grazie al metodo Palamara».

Lo psicodramma del fu Giglio Magico in Toscana

Adesso lo svillaneggiato si candida sindaco a Incisa e Figline Valdarno, con il sostegno di Pd e Avs. I Cinque stelle si sottraggono: nel 2024 l’ex renzianissimo fu nominato presidente di Spininvest, la holding finanziaria di Aldo Spinelli. E il terminalista ha patteggiato tre anni e due mesi per l’inchiesta sul porto genovese che travolse l’ex governatore ligure, Giovanni Toti. Ma nemmeno Casa Riformista, ultima trovata di Matteo, appoggia Ermini. Anzi: avanza una candidatura antagonista. «Desta sconcerto» attaccano dal Pd il senatore Dario Parrini e la deputata Simona Bonafè, ex segretari regionali nella ruggente epoca di Matteo al potere. I due infieriscono: «Non hanno avuto il coraggio di usare il simbolo di Italia Viva per paura di perdere voti? La coerenza in politica è fondamentale». Tocca così replicare all’indomabile Francesco Bonifazi, commissario di Italia Viva in Toscana: «Parrini e Bonafè parlano di coerenza? Guardino le giravolte di Ermini. Chissà cosa ne pensa il loro ex amico Luca Lotti».

È l’ultimo, straziante, psicodramma del fu «giglio magico». Anche a Sesto Fiorentino, comunque, i renziani decidono di frantumare i sogni schleineiani. La plateale rottura arriva sull’ampliamento dell’aeroporto di Peretola. Campo largo contrarissimo. Casa Riformista favorevolissima. Assieme ad Azione, +Europa e una selva di siglette sostiene quindi un altro sfidante: Alessandro Martini, già assessore a Firenze della seconda giunta Nardella.

E anche a Viareggio si sono impuntati. Eppure, le cose sembravano andare magnificamente. Onorando le liturgie romane, erano state persino celebrate le primarie. La vincitrice non incontra però i gusti degli italovivi. Così, dopo aver partecipato speranzosi alla partita, hanno deciso prima di portarsi a casa il pallone e poi di bucarlo. In ossequio al nobile spirito della consultazione, ovviamente: «Il risultato certifica le differenze interne, non c’è stato un vincitore netto».

Largo a un’altra aspirante dunque. Niente alleanza. Pure in Versilia sembra già il buon vecchio Ulivo. «Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire» dice il protagonista della Grande Bellezza, compiacendosi dei suoi controversi intenti. Matteo Renzi è già il Jep Gambardella del campo largo. Sembra in buonissima compagnia. Testardamente uniti, certo. Ma fino a un certo punto. Finché convenienza non li separi.

Autore
Panorama

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