Edoardo Bennato compie 80 anni: le favole come atto di libertà
- Postato il 23 luglio 2026
- Di Panorama
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Edoardo Bennato compie oggi ottant’anni. E, a differenza di molti artisti della sua generazione, non lascia in eredità soltanto un repertorio di canzoni, ma una visione del mondo. Da quasi mezzo secolo, infatti, la sua musica racconta una sola, ostinata idea: la libertà comincia quando si smette di credere agli eroi, ai capi e a chi pretende di avere sempre ragione. Per questo Bennato ha scelto Pinocchio, Peter Pan, il Gatto e la Volpe, Capitan Uncino. Non personaggi da fiaba, ma straordinari strumenti per parlare del potere e delle sue infinite maschere.
È questa l’intuizione che attraversa la sua musica e che rende la ricorrenza degli ottant’anni qualcosa di più di una celebrazione anagrafica. Bennato non ha semplicemente scritto alcune delle canzoni più importanti della musica italiana. Ha costruito, disco dopo disco, una riflessione coerente sulla libertà individuale, scegliendo una strada che nessun altro grande cantautore aveva percorso con la stessa radicalità: affidare il proprio pensiero alle favole.
Mentre i suoi contemporanei cercavano riferimenti nella politica, nella filosofia o nella grande letteratura, lui trovava in Collodi e in James Matthew Barrie (ha creato Peter Pan) gli strumenti più efficaci per raccontare gli adulti. Le favole hanno un vantaggio rispetto ai manifesti ideologici: non invecchiano perché parlano dei comportamenti umani prima ancora che della cronaca.
Così Burattino senza fili non è mai stato soltanto un omaggio a Pinocchio. È il racconto di un individuo che cerca di sottrarsi ai fili invisibili che altri muovono al suo posto. Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, il Grillo Parlante non sono semplicemente personaggi di Collodi: diventano le maschere del potere, dell’opportunismo, della falsa coscienza, di chi pretende di sapere sempre quale sia la strada giusta.
Tre anni dopo, con Sono solo canzonette, Bennato torna a una favola, quella di Peter Pan, ma compie un’altra operazione sorprendente. Dietro un titolo che sembra quasi sminuire il proprio lavoro c’è una sfida alla retorica dell’artista impegnato. “Sono solo canzonette” è un’ironia contro chi pensa che la profondità debba necessariamente assumere un tono solenne. Bennato dimostra il contrario: si può parlare di libertà, conformismo, paura di crescere e responsabilità senza rinunciare al rock, all’ironia e perfino al sorriso. Bennato non ha tradotto il rock in italiano: lo ha reso definitivamente italiano.
Il successo arrivò senza tradire questa identità. Nell’estate del 1980 divenne il primo artista italiano a riempire lo stadio di San Siro, aprendo una stagione nuova per la musica dal vivo nel nostro Paese. Non fu soltanto un record di pubblico. Fu la dimostrazione che un musicista italiano poteva conquistare il più grande palcoscenico popolare rimanendo fedele a una poetica tutt’altro che accomodante.
Riascoltato oggi, Bennato appare persino più contemporaneo di quanto fosse negli anni Settanta e Ottanta. In un tempo in cui i fili sono quelli degli algoritmi, delle appartenenze digitali, delle opinioni preconfezionate e del consenso immediato, le sue favole sembrano parlare con sorprendente precisione del presente. Aveva intuito che la libertà non è una conquista definitiva, ma un esercizio quotidiano. E che i fili più pericolosi sono proprio quelli che non si vedono.
Per questo gli ottant’anni di Edoardo Bennato non segnano soltanto la ricorrenza di uno dei protagonisti della musica italiana. Ricordano l’attualità di un artista che ha scelto di raccontare il potere senza mai mettersi in cattedra, preferendo Pinocchio ai professori, Peter Pan ai predicatori, una chitarra agli slogan. E forse è proprio questa la sua eredità più preziosa: aver dimostrato che, qualche volta, sono le favole a dire la verità più delle cronache.