Ecco perché le liberaldemocrazie sono al capolinea. Il commento del prof. Corbino
- Postato il 19 settembre 2026
- Politica
- Di Formiche
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Le liberaldemocrazie sono state una grande conquista del pensiero occidentale contemporaneo. Per i valori che hanno incarnato e per la restituita vigenza al principio di autogoverno. Hanno consentito avanzamenti straordinari. Hanno dato fiato alle economie, mobilizzandole e promuovendone un’utile interconnessione.
Hanno reso la scienza un terreno sul quale hanno potuto cimentarsi non più ristrette e chiuse aristocrazie di favorita condizione, ma intelligenze di molto più varia estrazione (con il conseguente ampliarsi del raggio delle curiosità).
Hanno consentito alla politica di darsi obbiettivi non più a misura di pochi, ma di un numero sempre più largo di beneficiari (il welfare ne è stato la cifra più identificativa).
Perché esse sono preda allora della crisi dissolutiva che tutti osserviamo?
Le ragioni sono complesse. Provo a indicarne quelle di maggiore evidenza.
Le liberaldemocrazie (le europee in particolare) sono state il non immediato esito della svolta epocale consumatasi tra la fine del Settecento e la fine della Seconda guerra mondiale. Un tempo (non breve) di sperimentazioni legate alla fine del governo “assoluto”.
Si cominciò sostituendone le forme con gli assetti “liberali” ottocenteschi. Si proseguì con la loro sostituzione (agevolata dall’irrompere del protagonismo delle masse innescato dalla rivoluzione industriale) con i successivi “autoritari” del Novecento.
Per quindi approdare in ultimo – vinto il nazifascismo e per la determinante influenza degli Usa (che ne erano stati antesignani) – alle liberaldemocrazie del nostro tempo.
Per cinquant’anni all’incirca, le cose hanno funzionato. L’Occidente è divenuto scientificamente dominante, economicamente prospero, politicamente stabile, socialmente appagato.
Poi l’incantesimo si è spezzato. La fine del “nemico storico” (l’Urss portatrice di un modello politico-economico alternativo) ha rimesso in moto la storia. L’ottimismo fervoroso ha conquistato campo. Sono nate e si sono diffuse (con impressionante e incontrollabile velocità) tecnologie che hanno abbattuto ogni barriera. Il mondo si è fatto piccolo.
A economie di area esposte al governo degli Stati – tanto negli aspetti “interni” (leggi) come in quelli “internazionali” (trattati) – è subentrata un’economia unica e interrelata (globale), governata non più da regole politiche (leggi e trattati) ma da regole generate direttamente dalle sue dinamiche. Gli Stati ne hanno perso il controllo, divenendone in grande misura dipendenti.
La “fattualità” (la cifra dell’economia) è presto divenuto (come tutti vediamo) il criterio delle loro relazioni.
Mentre queste cose (e altre ancora, come il debole processo di unificazione europea) avvenivano, le società mutavano culturalmente nel profondo. Perdevano compattezza. Si importavano nuovi costumi. Le lingue nazionali regredivano.
Le strutture aggreganti “di base” (famiglia, scuola, oratori) cedevano a un individualismo esasperato, autoreferenziale e competitivo. Tutto questo, ovviamente, né linearmente, né in un giorno. Ma inesorabilmente. In Italia come dovunque.
Senza che l’ordine politico subisse coerente aggiornamento. Anche il nostro restava tarato su quello culturale, economico e sociale tramontato. Le sue forme divenivano inefficienti. Perdevano la fiducia dei governati. Cresceva la disaffezione. Ogni tentativo correttivo si rivelava deludente o falliva miseramente.
Non è però accaduto solo questo.
Di fondamentale è accaduto anche che le liberaldemocrazie non hanno saputo emanciparsi da un’eredità dell’ancien règime che ha attraversato la modernità con ininterrotta continuità (mai ridiscussa dai regimi liberali ottocenteschi e meno ancora, ovviamente, dagli autoritari del Novecento). L’idea che la legge e il diritto siano espressione di autorità.
Non era stato così (in stretta coerenza, in questo, con la visione di “auto-governo”) nella visione antica. La legge era stata lo strumento per sciogliere le ambiguità del costume, ritenuto (perché appunto di spontanea formazione) la naturale “fonte” del diritto. A Roma, lo era stata nel senso di uno strumento complementare che non cancellava il diretto rilievo ordinario dei costumi.
Ad Atene in quello di costituire il modo ordinario di riconoscere (precisandolo e formalizzandolo) il valore impegnativo del costume.
Ora, si cambiava molto, ma non la convinzione (maturata in quasi due millenni di governo assoluto) che la legge fosse (potesse essere solo) espressione “precettiva” (comando) dell’autorità politica. Dilagarono le “codificazioni”. A sovrani “individui” (il monarca), subentrarono sovrani “collettivi” (le comunità come “rappresentate” dai “parlamenti”).
Con l’ulteriore corollario (introdotto da Napoleone e che ci trasciniamo ancora nelle linee portanti) che “anche” la sua “applicazione” doveva essere espressione di “autorità” (quella degli “apparati giudiziari” pubblici predisposti allo scopo).
Nell’astratta previsione, l’autorità del giudice si configurava come subordinata a quella della legge. Un principio che ha resistito abbastanza solo fino a quando le nostre società sono rimaste fedeli al principio di autorità. Evaporato quel principio (a seguito della rivoluzione culturale avviata dal Sessantotto), è cambiato tutto.
Le nostre pratiche – anziché imboccare la strada faticosa e difficile di una riscrittura di quegli impianti – hanno imboccato il comodo espediente di una divaricazione (tollerata) tra le “forme” (superate) e il loro “fattuale” modo di operare (più in sintonia con il nuovo “sentire”, in particolare con il rifiuto del principio di autorità e delle conseguenti “dipendenze”).
Il “diritto” – da “dichiarativo” della legge (il giudice avrebbe dovuto esserne solo la “bocca”) – diveniva (come non poteva non essere in una realtà tumultuosamente dinamica) “creativo”, in potestà dunque dell’autorità “delegata” a fissarlo nella circostanza.
Tutti gli equilibri disegnati dalle nostre Costituzioni sono saltati. Quella che doveva essere una ripartizione di “esercizio” dell’unico (e indivisibile) potere politico si è trasformata in una “divisione dei poteri” (uno sproposito già per Montesquieu e un impraticabile schema di governo “politico” di una comunità). Il “governo” ha cessato di essere azione “coordinata”. La Costituzione non più una “bussola” ma un testo nelle cui pieghe insinuarsi per giustificare eccessi e devianze.
Mi fermo.
I nodi sono arrivati al pettine. I nostri Paesi sono diventati ingovernabili. Monta dovunque la rivolta. Le liberaldemocrazie (come strumenti di autogoverno) non sopravviveranno senza un bagno collettivo (delle classi politiche e delle intellettuali, le giuridiche innanzitutto) di umiltà. Vanno – con urgenza e con corale impegno – ridisegnate.