Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

E se alla fine vincesse Pechino? L’ipotesi di un secolo cinese secondo Kroenig

  • Postato il 29 aprile 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
  • 0 Visualizzazioni
  • 3 min di lettura
E se alla fine vincesse Pechino? L’ipotesi di un secolo cinese secondo Kroenig

Se la competizione tra Stati Uniti e Cina è spesso raccontata come una rivalità tra pari, c’è chi invita a guardare più da vicino cosa significhi davvero un “successo” per Pechino in questa sfida esistenziale. Tra questi c’è Matthew Kroenig, vice president and senior director dello Scowcroft Center for Strategy and Security dell’Atlantic Council, che in un intervento pubblicato su Foreign Policy riflette su come una vittoria cinese non produrrebbe un equilibrio stabile, ma un sistema internazionale più coercitivo, chiuso e autoritario.

L’analisi parte da un confronto implicito con l’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti dopo il 1945. Pur con tutte le sue contraddizioni, quel sistema ha garantito decenni di pace tra grandi potenze, crescita economica diffusa e un’espansione significativa delle democrazie. Per Kroenig, il punto chiave è che il modello promosso dal Partito Comunista Cinese si fonda su presupposti radicalmente diversi, con impatti concreti che si dipanano attraverso una serie di dimensioni parallele

A partire dal piano della sicurezza, dove il successo di Xi Jinping implicherebbe lo smantellamento delle alleanze statunitensi in Asia e l’affermazione di un ordine regionale centrato su Pechino, con Paesi come Giappone, Corea del Sud o Filippine che si troverebbero più esposti alla pressione militare (e non solo) cinese. Il caso più emblematico resterebbe Taiwan, con la sua integrazione forzata nella Repubblica Popolare che non solo segnerebbe la fine di una democrazia avanzata, ma potrebbe passare attraverso un conflitto armato su larga scala. Le conseguenze non si limiterebbero all’Indo-Pacifico. Una sconfitta (così come un mancato intervento) degli Stati Uniti minerebbe la credibilità globale di Washington, spingendo alleati e partner a riconsiderare le proprie strategie di sicurezza. Il rischio, sottolinea Kroenig, è quello di una proliferazione nucleare più diffusa e di un indebolimento del regime di non proliferazione.

Anche sul piano economico, la visione cinese appare distante da quella occidentale. La strategia della “doppia circolazione” mira a ridurre la dipendenza esterna della Cina, aumentando al contempo quella degli altri Paesi nei confronti del mercato cinese. Il risultato sarebbe un sistema meno aperto e più frammentato, in cui l’accesso a commercio e investimenti potrebbe essere utilizzato come leva politica.

Il nodo tecnologico rappresenta forse l’aspetto più sensibile. Se Pechino riuscisse a conquistare la leadership in settori come IA, quantum computing e infrastrutture digitali, potrebbe tradurre questo vantaggio in capacità di controllo e sorveglianza su scala globale. L’esportazione di tecnologie sviluppate secondo standard autoritari, dal riconoscimento facciale alla gestione dei flussi informativi – rischierebbe di rafforzare modelli di governance illiberali, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo (un tema sottolineato in occasione dell’evento tenutosi all’ambasciata italiana di Washington nei giorni scorsi).

Non si tratta solo di potere materiale, ma anche di influenza normativa. La crescente attrattività del modello cinese, basato su capitalismo di Stato e controllo politico, sta già contribuendo, rimarca l’autore, a un arretramento globale della democrazia. In un contesto in cui molti Paesi preferiscono investimenti senza condizioni politiche rispetto alle richieste occidentali su diritti e governance, l’impatto di lungo periodo potrebbe essere significativo.

In ultima analisi, Kroenig invita a leggere la competizione tra Washington e Pechino come una sfida sistemica. Se la Cina dovesse imporsi come potenza dominante entro il 2049, non si limiterebbe a occupare una posizione di vertice, ma (ovviamente) cercherebbe di rimodellare le regole del gioco internazionale in linea con i propri interessi e valori. Una prospettiva che, nella lettura dell’analista, non apre a scenari di coesistenza armoniosa, ma a un ordine globale più instabile e meno libero.

 

Autore
Formiche

Potrebbero anche piacerti