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Dove non arriva il petrolio, arriva l’oro. Mosca vende altri lingotti

  • Postato il 22 aprile 2026
  • Economia
  • Di Formiche
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  • 3 min di lettura
Dove non arriva il petrolio, arriva l’oro. Mosca vende altri lingotti

No, il petrolio non deve essere bastato. Cento dollari al barile, verdone meno, verdone più, hanno sì corroborato le finanze russe, compresse da oltre quattro anni di guerra e spesa militare matta e disperatissima. Ma, forse, non abbastanza. E pensare che, ai primi cenni di guerra in Iran e con lo stretto di Hormuz sempre più proibitivo, dal Cremlino era partito l’ordine di scuderia: i profitti extra generati dal rialzo dell’oro nero dovevano essere utilizzati per riparare, almeno in parte, i debiti delle compagnie dell’ex Urss. Probabilmente è andata così, ma altrettanto probabilmente i denari non sono stati sufficienti.

E allora, dall’oro nero si è passati in fretta all’oro giallo. Dall’inizio del 2026, la Bank of Russia, ha venduto circa 22 tonnellate d’oro proprio per contribuire a finanziare il proprio deficit di bilancio. Alla fine di marzo, tale disavanzo aveva raggiunto i 4.600 miliardi di rubli (61,3 miliardi di dollari) a causa del calo delle entrate derivanti da petrolio e gas all’inizio dell’anno, poi parzialmente mitigato nelle scorse settimane. Non è tutto. La Borsa di Mosca, nelle scorse ore, ha comunicato che il volume degli scambi di oro nel marzo 2026 è stato più di 3,5 volte superiore a quello dell’anno precedente, raggiungendo le 42,6 tonnellate. In termini monetari, il volume è quintuplicato, arrivando a 534,4 miliardi di rubli (7,1 miliardi di dollari). Tradotto, la Banca centrale russa ha venduto più oro del previsto.

“Le vendite per finanziare il deficit di bilancio potrebbero continuare a fronte di un forte aumento della spesa pubblica rispetto alle previsioni di bilancio. E questo nonostante le vendite di oro dalle riserve da parte della Banca centrale della Federazione sono del tutto coerenti con quanto avviene in altre banche centrali, soprattutto nei paesi in via di sviluppo”, ha affermato Natalia Milchakova, analista principale di Freedom Finance Global. Milchakova ha aggiunto che molte banche centrali in passato acquistavano oro per poi rivenderlo a un prezzo elevato in caso di estrema necessità. E data l’incertezza economica globale, questa situazione sembra essersi verificata.

A questo punto non resta che attendere l’evoluzione del prezzo dell’oro. Le ultime settimane parlano di un crollo verticale delle quotazione, il che non fa ovviamente il gioco di Mosca. Ma non è detto che possa esserci una ripresa. Il prezzo dell’oro, infatti, potrebbe salire a 5.350 dollari l’oncia, sulla scia del perdurare dell’instabilità geopolitica globale e dell’uscita dell’asset dalla fase di aggiustamento in corso, ha dichiarato all’agenzia di stampa Tass Nikolay Maslikov di BCS Investment World. “La nostra previsione per l’oro a fine 2026 è di 5.300-5.350 dollari l’oncia. Riteniamo che l’oro possa uscire dalla fase di aggiustamento prolungata, in un contesto di instabilità geopolitica persistente, una volta che i prezzi del petrolio si saranno stabilizzati e data la probabilità di una recessione globale. Seguiranno altri metalli, ma una maggiore volatilità è intrinseca a questi ultimi”. Al Cremlino non resta che sperarlo.

Autore
Formiche

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