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“Dopo la Flotilla tutto è diverso: voglio provare a cambiare le cose”. Storia di Carlo: dal lavoro di skipper alla missione per Gaza. “E ora con una ong vado a salvare i naufraghi nel Mediterraneo”

  • Postato il 2 maggio 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 7 min di lettura
“Dopo la Flotilla tutto è diverso: voglio provare a cambiare le cose”. Storia di Carlo: dal lavoro di skipper alla missione per Gaza. “E ora con una ong vado a salvare i naufraghi nel Mediterraneo”
“Ormai io sono Carlo della Flotilla. Per i miei amici, per chi mi incontra, anche per me stesso. Essere stato skipper di Morgana ha cambiato la percezione che le persone hanno di me. Si sono accorti di come sono davvero”
Parla Carlo Alberto Biasioli, trentanovenne di Ravenna, che tra settembre e ottobre dell’anno scorso è stato a bordo di una barca italiana diretta a Gaza con la Global Sumud Flotilla. Da quell’esperienza è tornato un altro Carlo?
No, non credo di essere cambiato così tanto, ma dopo il mio rientro. La mia vita si era sgretolata… e piano piano va ricostruita.
Ma chi era Carlo prima di quel viaggio?
Sono sempre stato sensibile alla geopolitica, ma non avevo mai fatto attivismo o politica. D’inverno facevo il videomaker e d’estate lo skipper. Sì… c’era sempre il mare.
Poi un giorno…
Negli ultimi anni avevo tentato di entrare in movimenti come la Freedom Flottilla perché credo fortemente nell’importanza dei movimenti popolari e nel loro potere di cambiare la società, così quando è nata la Global Sumud Flotilla ho creduto di poter finalmente incidere.
Come è arrivato sulla barca in rotta verso Gaza?
Ho fatto due colloqui e mi sono trovato sul molo. È stato un modo per mettere insieme le mie due passioni: l’interesse per le relazioni internazionali e il mare. Se non l’avessi fatto, me lo sarei rimproverato per tutta la vita. Avevo le competenze nautiche necessarie, le conoscenze storiche e non avevo persone che dipendevano economicamente da me. Non partecipare sarebbe stato un atto vile.
Non è stato un viaggio facile. Il Morgana è stato anche bombardato dagli israeliani. Ci racconta quella notte?
Eravamo a sud-ovest di Creta, più o meno alla stessa latitudine delle barche che giovedì sono state abbordate. Da un paio di giorni avevamo sopra la testa dei droni di segnalamento. Volavano alti, con quelle luci bianche e rosse intermittenti. Era una presenza incessante. Ma quella notte eccone arrivare altri… più piccoli, volavano basso. E portavano con sé una carica esplosiva. La prima barca ad essere colpita è stata Otaria, su cui viaggiava il vostro collega Alessandro Mantovani. Poco dopo siamo stati colpiti anche noi.
E vi siete ritrovati in guerra…
I ragazzi della nostra generazione non hanno fatto neanche la leva militare. Non avevamo mai visto esplodere una bomba: prima una forte luce, poi quel rumore assordante e infine l’onda d’urto. E noi per difenderci potevamo soltanto tapparci le orecchie. Sì, è stata un’esperienza difficile da gestire.
Avete rischiato la vita…
Sono orgoglioso di come ha reagito tutto l’equipaggio. A bordo di Morgana, fra gli altri, c’erano anche Benedetta Scuderi (europarlamentare Avs), Marco Croatti (senatore 5 stelle), Maria Elena Delia (portavoce della Global Sumud Flotilla Italia) e Barbara Schiavulli (giornalista e inviata di guerra). Nessuno di noi ha ceduto al terrore.
Quante volte siete stati colpiti?
Tre. Hanno distrutto la nostra randa. Da quel giorno, dopo le riparazioni, abbiamo dovuto procedere soltanto con la vela più piccola e il motore. Ma ce l’abbiamo fatta.
Hanno attaccato una barca con bandiera italiana nelle acque internazionali. Una violazioni di tutte le leggi.
Già.
Ma voi avete continuato e siete arrivati vicino a Gaza?
Sì, a cinquanta miglia.
E lì c’è stato l’abbordaggio?
Sì. Prima le forze israeliane ci hanno intimato di cambiare rotta, poi all’orizzonte è comparsa un’enorme nave da guerra. Intorno a noi sfrecciavano lance di metallo che sparavano sulle barche getti d’acqua e gommoni con i militari con i mitra puntati.
Come si sono comportati?
Erano ragazzi chiaramente inesperti ed eccitatissimi. Sembravano fuori controllo. All’inizio sono stati molto attenti, anche perché si erano portati dietro un videomaker che riprendeva ogni cosa.
Poi a terra?
Appena si è spenta la telecamera, si è spenta anche la dignità.
Siete stati maltrattati, torturati?
Le dico com’è andata, trovi lei la parola giusta. Appena sono sceso mi hanno strattonato, storto con la forza un braccio dietro la schiena, piegato in avanti e spintonato fino a una zona appartata del porto dove eravamo tutti ammassati. Mi hanno trattato come fossi un criminale, anche se ero totalmente inerme. Siamo stati un pomeriggio intero sotto il sole, senza poter bere, senza poter andare in bagno.
Quindi il carcere, senza aver commesso alcun crimine…
Tutti insieme in cella, con me c’era anche Mantovani. Siamo stati due giorni in prigione senza poter nemmeno bere. Due giorni. Ma a qualcuno è andata perfino peggio.
A chi?
A Greta Thunberg, ma non solo.
Cosa le hanno fatto gli israeliani?
Quando ci hanno portato sul piazzale del porto, l’hanno legata con delle fascette a una sedia. E’ durata ore. Volevano obbligare Greta a impugnare l’asta di una bandiera israeliana. Quando mollava la bandiera le urlavano, quando la teneva si facevano i selfie con lei.
E Greta?
A lei sembrava non importare niente, era granitica. L’ho ammirata. Una ragazza di ventitré anni. Non ha mai perso la calma. Non si è fatta prendere dal panico nemmeno un istante.
Poi è tornato a casa ed è ricominciata la vita di prima?
No, era tutto diverso. Non riuscivo più a fare niente, nemmeno ad andare a cena con gli amici. Mi tornava sempre il pensiero che, mentre ero lì, a Gaza tutto continuava come prima. Allora ho deciso…
Cosa?
Quando sono rientrato ho fatto un video sui social in cui esortavo privati e associazioni ad invitarmi a degli eventi per divulgare l’esperienza che avevamo vissuto. Ho passato mesi a girare per l’Italia a sensibilizzare le persone. Ci sono stati momenti in cui ho avuto anche tre eventi al giorno… tante scuole. La missione non era terminata con la prigionia, ora dovevo provare a raccontare, a sensibilizzare.
Ma adesso si sta per imbarcare di nuovo.
Sì, sono stato assunto da una ong che fa operazioni di search and rescue nel Mediterraneo. Sono membro dell’equipaggio di uno dei due gommoni che recuperano le persone in acqua.
Da skipper a pescatore di uomini. Niente è più come prima?
C’è una consapevolezza insopportabile: ciò che sta accadendo deriva dal comportamento dell’Europa. Prima c’è stato il genocidio ebraico in Germania, poi, una volta terminata la guerra, abbiamo preso la decisione di far nascere lo stato di Israele per riparare all’orrore che avevamo causato noi. Ma così abbiamo generato altro orrore, questa volta in Palestina.
Anche la sua vita personale non è più la stessa.
Ho deciso che finché non cambierà qualcosa, o finché sarò vivo, mi impegnerò per tentare di cambiare le cose.
I suoi genitori e le persone cui vuole bene come l’hanno presa?
Mio padre e mia madre non se lo aspettavano. All’inizio stentavano a capire, ma adesso vedo che anche per loro queste battaglie sono diventate importanti. Sono con me.
Consiglierebbe a un ragazzo di seguire la sua strada?
Oddio, che domanda difficile. In questa maniera sembra quasi di paragonare l’attivismo alla scelta di un film al cinema. Invece è una scelta molto profonda. Io mi sono unito alla causa per tentare, almeno un poco, di fare la differenza e perché ho degli ideali molto radicati. Non è una missione facile, gli israeliani sono pericolosi e chi parte deve essere consapevole del fatto che si mette in pericolo. Quindi io non consiglio né sconsiglio a nessuno di partire, è una cosa che ognuno deve comprendere in autonomia.
Qual è il ricordo più bello che si porta dentro?
Dopo essere rientrato in Italia, ho incontrato un sanitario della Croce Rossa Internazionale. Era in servizio a Gaza mentre la Flotilla era in navigazione. I palestinesi – mi ha raccontato – sapevano che eravate in viaggio. E, anche se in fondo sapevano che non sareste arrivati, speravano un giorno di vedere le vostre vele all’orizzonte. Quando me l’ha detto mi si è aperta una crepa dentro.

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Il Fatto Quotidiano

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