Dopo Delmastro, servirebbe un sottosegretario alla Giustizia che tocchi con mano la realtà del carcere

  • Postato il 25 marzo 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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E adesso si nomini un sottosegretario alla Giustizia che faccia finalmente respirare le carceri! Come si ricorderà, il dimissionario Andrea Delmastro si vantava di non lasciar respirare i detenuti, in uno sfoggio della peggiore cultura della pena come annientamento della dignità della persona.

Dall’insediamento dell’attuale governo, il sistema penale è diventato sempre più lo strumento della restrizione degli spazi di libertà, della criminalizzazione del dissenso, della persecuzione delle povertà. E il sistema penitenziario è diventato il luogo della neutralizzazione. Un contenitore di corpi chiuso su se stesso, dove lo sguardo della società esterna fa sempre più fatica a penetrare, dove non si costruiscono percorsi di reintegrazione sociale bensì si persegue l’asfissia dell’individuo. Basti pensare alla cima dell’iceberg: in nome di una insensata sicurezza (i fratelli Taviani si erano forse sentiti insicuri?), è stata cancellata l’esperienza che valse all’Italia un Orso d’Oro al Festival di Berlino con il film Cesare deve morire, che raccontava della compagnia teatrale di Rebibbia guidata dal regista Fabio Cavalli, dalla quale uscirono attori di fama nazionale come ad esempio Salvatore Striano.

La cima dell’iceberg, che tutti vediamo. Ma sotto c’è un’intera montagna invisibile di sofferenza. È composta da un’insensata crescita di reati e pene anche per affrontare fatti sociali, dalla penalizzazione di chi pacificamente disobbedisce a un ordine di un agente penitenziario (il nuovo reato di rivolta penitenziaria, che si configura anche in caso di resistenza passiva), da detenuti ammassati in celle chiuse dalla mattina alla sera ai quali spesso non viene garantita neanche l’ora d’aria prevista dalla legge, dalla rottura di quel legame storico che c’era nelle carceri con il volontariato laico e religioso, dalla delega in bianco ai sindacati autonomi di polizia penitenziaria.

Adesso si nomini un sottosegretario che vada in galera a incontrare i detenuti per capire come vivono, che tocchi con mano cosa significa abitare in quattro persone in dieci fetidi metri quadri, che si immedesimi in un ragazzino di sedici anni immerso quotidianamente nel terrore delle violenze. Il governo ha inserito nell’ultimo decreto legge la figura dell’agente sotto copertura, che può fingersi detenuto per scoprire chissà quali delitti. Avremmo bisogno piuttosto di un sottosegretario sotto copertura, che trascorra qualche giorno a Sollicciano a Firenze, a Poggioreale a Napoli, alla Dozza di Bologna, a San Vittore a Milano, a Regina Coeli a Roma (consiglierei il settimo reparto). E solo dopo si insedi a via Arenula.

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Il Fatto Quotidiano

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