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Docente di sostegno aggredita da uno studente in un istituto in provincia di Cosenza

  • Postato il 21 settembre 2026
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Docente di sostegno aggredita da uno studente in un istituto in provincia di Cosenza

Il Quotidiano del Sud
Docente di sostegno aggredita da uno studente in un istituto in provincia di Cosenza

Docente di sostegno aggredita da uno studente in un istituto in provincia di Cosenza. La docente denuncia la solitudine e le carenze sistemiche della scuola italiana.


Di seguito pubblichiamo una lettera di una docente di sostegno in servizio in una scuola della provincia di Cosenza che ha chiesto l’anonimato. Racconta di un’aggressione subita da uno studente con diagnosi molto complesse da affrontare in un contesto scolastico. Un’aggressione, dunque, “involontaria”, al quarto giorno di lezioni dopo il passaggio ad un nuovo istituto a conclusione del percorso precedente.

IL RACCONTO DELLA DOCENTE DI SOSTEGNO AGGREDITA E LA DENUNCIA DEL SISTEMA

La docente ha dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso ma, attraverso questa lettera, ha voluto chiarire che non è l’episodio il problema vero, ma ciò che spesso rimane soltanto dentro le aule. Un sistema che schiaccia docenti e studenti, senza una rete attorno, senza confronto, ascolto e, come in questo caso, un accompagnamento al nuovo. Un sistema scolastico che spesso presenta ai docenti quello che accade soltanto il primo giorno che si entra nelle aule. Uno spazio dove tutti sembrano essere lasciati soli mentre la burocrazia fagocita tempo, denaro ed energie.

Quello che non si vede dietro le diciotto ore di un insegnante. «Ah, fai l’insegnante? Che bello. Hai tre mesi di vacanza! Poi Natale, Pasqua… E lavori solo diciotto ore alla settimana.». Quante volte lo abbiamo sentito. Lo si dice con leggerezza, quasi sempre senza cattiveria. È uno di quei luoghi comuni che hanno finito per diventare una specie di filastrocca nazionale. Diciotto ore. Tre mesi di vacanza. Il pomeriggio libero. Una vita comoda. E allora, qualche volta, viene da chiedersi cosa accadrebbe se provassimo, per un momento, a raccontare tutto il resto. Le ore per diventare insegnanti, innanzitutto.

I crediti, i corsi, i concorsi, le graduatorie, le domande da compilare cercando di capire un linguaggio che spesso sembra fatto apposta per scoraggiare chiunque non sia un esperto di procedure amministrative. La corsa a   ostacoli dei punteggi. L’attesa. Il precariato. Le convocazioni. Le speranze che si accendono e si spengono dentro una casella di una graduatoria.

 E poi, quando finalmente arriva il ruolo, non è detto che arrivi una casa. Non è detto che arrivi vicino alla propria famiglia. Non è detto che arrivi nella propria città.

NELLA LETTERA DELLA DOCENTE SOSTEGNO AGGREDITA C’È ANCHE  SPAZIO PER IL PESO DEI TRASFERIMENTI E IL DISTACCO DAGLI AFFETTI

A volte, anzi sempre, arriva a centinaia di chilometri. E allora cominciano i viaggi. Le valigie preparate la domenica sera. I treni. Le automobili. Le stanze prese in affitto. Gli stipendi che, soprattutto all’inizio, sembrano già consumati prima ancora di arrivare sul conto. I rientri del fine settimana, per chi può permetterseli. Ci sono madri che partono lasciando i figli a casa. Padri che vedono i bambini attraverso uno schermo per gran parte del tempo.

Famiglie che si organizzano come possono, con nonni, compagni, amici, incastri impossibili. Io sono una di quelle, fortunata ad aver preso il ruolo in provincia di Ferrara, lasciando però le mie figlie al Sud. E non dimenticherò mai una collega, una giovane madre, che per poter affrontare l’anno di prova fu accompagnata dai suoi genitori. I nonni erano lì per aiutarla con i bambini, per permetterle di lavorare.

LA SCUOLA È DIVENTATA UN LUOGO NELLA QUALE ARRIVANO TUTTE LE FRAGILITÀ DELLA SOCIETÀ

Poi suo padre ebbe un malore improvviso e se ne andò per sempre mentre era lontano da casa. Ci sono storie che non si raccontano per suscitare pietà. Si raccontano perché ci ricordano che dietro una graduatoria, dietro una cattedra, dietro una presa di servizio, c’è sempre una persona. Una persona con una famiglia. Con degli affetti. Con una vita che non può essere spostata da una parte all’altra come una pratica amministrativa. E forse il problema comincia proprio lì. A monte. Prima ancora che un insegnante entri in un’aula.

E anche qui, spesso, il racconto esterno è molto diverso dalla realtà. Perché la scuola non è più soltanto il luogo in cui si insegnano le discipline. È diventata, sempre di più, il luogo nel quale arrivano tutte le fragilità che una società non riesce a contenere altrove. Arrivano ragazzi con disabilità complesse. Arrivano adolescenti attraversati da sofferenze che non sempre sappiamo nominare. Arrivano famiglie in difficoltà. Arrivano solitudini, rabbie, paure, disagi.

LA SCUOLA COME APPRODO DELLE FRAGILITÀ SOCIALI

E la scuola accoglie. Deve accogliere e in questo valore bisogna continuare a credere moltissimo. Ma accogliere non significa essere onnipotenti. Il docente non può essere contemporaneamente insegnante, psicologo, educatore, assistente alla persona, mediatore familiare, esperto sanitario, confidente, presenza di contenimento e, all’occorrenza, supplente di tutte le figure che mancano. Eppure, qualche volta, sembra che sia proprio questo ciò che gli viene chiesto. Ancora di più al docente di sostegno. Una parola bellissima, “sostegno”. Una parola che contiene l’idea di una rete. Ma viene da chiedersi: chi sostiene chi sostiene? Dove sta questa rete? La rete di protezione utile a fronteggiare bisogni, disagi e fragilità.

Io sono un’insegnante di sostegno. Questo anno scolastico è cominciato, per me, con l’accoglienza di una prima classe e con un caso molto complesso. Tre giorni. Solo tre giorni dall’inizio dell’anno. Non avevo ancora avuto il tempo di conoscere davvero quella ragazza. Non avevo ancora avuto il tempo di capire le sue reazioni, le sue modalità, i suoi bisogni, le sue paure. Sapevo che la situazione era delicata. Sapevo che avrei dovuto imparare molto.  Poi è arrivata una crisi. Noi la chiamiamo “comportamento problema”. Abbiamo imparato a chiamarla così, quasi a cercare nelle parole una distanza che ci permetta di affrontarla professionalmente.

INSEGNANTE DI SOSTEGNO AGGREDITA: IL CONFINO TRA RESPONSABILITÀ E SOLITUDINE NELLA DIDATTICA SPECIALE

È stata una crisi molto grave. Nel tentativo di fronteggiarla sono stata aggredita involontariamente. Dunque, non per volontà di quella ragazza ovviamente, e questa distinzione è doverosa oltre che fondamentale. In quel momento la sua reazione inconsapevole è stata il manifestarsi della sua condizione e della sua grave disabilità, che le impedivano di avere piena consapevolezza delle proprie azioni e delle conseguenze che avrebbero potuto avere. Ci sono stati il pronto soccorso, i punti, l’ambulanza e tutto quello che segue un’emergenza. Ma non è questa la storia che voglio raccontare. Non voglio che uno studente fragile diventi il centro della storia. Non voglio alimentare la paura.

E non voglio nemmeno raccontare quello che è successo per chiedere compassione. Lo racconto perché quell’episodio mi ha fatto vedere con una chiarezza che non avrei voluto conoscere quanto sia sottile, a volte, il confine tra la responsabilità che ci viene affidata e la solitudine nella quale ci viene chiesto di esercitarla. Perché un docente di sostegno può trovarsi ad affrontare situazioni estremamente complesse senza aver avuto, prima dell’ingresso in aula, tutte le informazioni necessarie. Può trovarsi davanti a un ragazzo che ha bisogno di una rete composta da scuola, famiglia, educatori, assistenti, servizi sanitari e sociali, e scoprire che quella rete, qualche volta, è fatta di fili troppo sottili.

LE DIFFICOLTÀ STRUTTURALI E IL RUOLO DEI DIRIGENTI

Non è una colpa del singolo insegnante. Non è una colpa del singolo dirigente o referente. E non è una colpa dello studente. È una questione di sistema. Anche i dirigenti scolastici, spesso, sono dentro questa stessa macchina infernale. Li chiamiamo dirigenti, non più semplicemente presidi, e la differenza non è soltanto una parola. Devono amministrare risorse, gestire bilanci, affrontare procedure, personale, responsabilità, emergenze, famiglie, istituzioni. Devono far funzionare una macchina enorme con risorse che non sempre sono proporzionate ai problemi che quella macchina deve affrontare. E così rischiamo di mettere tutti gli uni contro gli altri.  Il dirigente contro il docente. Il docente contro la famiglia. La famiglia contro la scuola.

La scuola contro lo studente. Quando invece il problema, spesso, sta più in alto. Sta in un sistema che pretende risultati senza sempre costruire le condizioni per ottenerli. La professione del docente è cambiata. È cambiata la scuola, sono cambiati i ragazzi, è cambiata la società. E sarebbe semplicistico dire che “una volta era tutto più facile, tutto meglio”. Non era tutto meglio. Ma oggi abbiamo davanti una complessità che non possiamo ignorare. La docenza è una professione che richiede competenze culturali, pedagogiche, relazionali, organizzative. Richiede studio continuo, responsabilità, capacità di adattamento. E richiede anche una cosa di cui si parla troppo poco: la possibilità di sentirsi al sicuro. Non perché la scuola debba diventare un luogo blindato.

SICUREZZA E PREVENZIONE COME TUTELE ESSENZIALI

Ma perché la tutela dell’insegnante e la tutela dello studente non sono diritti contrapposti, anzi. Sono parte della stessa responsabilità. Se uno studente ha bisogni complessi, deve avere intorno persone preparate. Se una situazione può comportare rischi, bisogna prevenirli. Se servono competenze sanitarie, educative o sociali, quelle competenze devono poter essere presenti.

Se un insegnante deve gestire un’emergenza, non può essere lasciato solo a improvvisare. Non possiamo confondere la dedizione con l’onnipotenza. E non possiamo fare dell’improvvisazione un modello organizzativo.

IL RAPPORTO CON LE NUOVE GENERAZIONI E IL RUOLO DEGLI ADULTI

Poi ci sono i ragazzi. Quelli che definiamo difficili. Quelli di cui diciamo…sono sempre peggio. Quelli che…non hanno più rispetto, non hanno più voglia, non ascoltano, non studiano. Forse, prima di giudicarli, dovremmo guardarli un po’ meglio. E guardare a noi stessi, gli adulti.    Perché i ragazzi crescono dentro il mondo che abbiamo costruito e costruiamo. 

Respirano anche le nostre contraddizioni. Imparano dalle nostre priorità. Interiorizzano e osservano il modo in cui trattiamo il lavoro, il tempo, la fragilità, le persone. E allora dovremmo avere il coraggio di farci una domanda semplice e terribile: che figli vogliamo?   Non possiamo lamentarci delle nuove generazioni se non ci chiediamo quale società stiamo consegnando loro. Non possiamo chiedere ai ragazzi di avere cura degli altri se la cura, nella nostra società, viene considerata troppo spesso un costo, un peso da sopportare.

LA SCUOLA COME UN TERREMOTO

Non possiamo parlare loro di dignità se per primi trattiamo il lavoro e le persone come numeri da spostare. Non possiamo chiedere rispetto per chi educa se chi educa viene lasciato solo. La scuola è un termometro. Forse uno dei più sensibili che abbiamo. E se quel termometro segna una temperatura sempre più alta, forse non dovremmo limitarci a dire che sono i ragazzi ad avere la febbre. Forse dovremmo chiederci chi l’ha fatta salire. Forse è arrivato il momento di parlare di tutto questo.  Non per lamentarsi. Non per costruire una categoria di privilegiati. Non per chiedere che la scuola diventi più facile. La scuola non deve diventare più facile. Deve diventare più giusta. Per chi insegna. Per chi impara. Per le famiglie. Per chi dirige. Per chi ogni giorno entra in quelle aule con la responsabilità, enorme, di accompagnare una generazione verso il futuro.

NELLA LETTERA DELLA DOCENTE SOSTEGNO AGGREDITA SPAZIO ANCHE ALLE RISORSE, COMPETENZE E IL VALORE DELLA PERSONA

Servono risorse. Servono persone.  Servono competenze. Servono équipe. Servono informazioni adeguate. Servono formazione vera e prevenzione. Servono strumenti reali. Risorse concrete.    E serve, soprattutto, tornare a riconoscere il valore della persona. Perché forse è proprio questo che abbiamo perso lungo la strada. Ci siamo abituati a contare tutto. I crediti. I punti.  Le graduatorie. Le ore.  I risultati. Gli adempimenti. Le percentuali. Le presenze. Le assenze. Abbiamo imparato a misurare quasi tutto. 

Tranne quello che conta di più. La paura e la solitudine di una madre che lascia i figli per “prendere” un ruolo. La fatica di un insegnante che viaggia ogni settimana per tornare a casa. La solitudine di chi entra in una classe senza sapere ancora quale storia troverà. La fragilità di un ragazzo che non sa ancora come stare al mondo. La dignità di una professione. Forse è arrivato il momento di smettere di chiederci soltanto quanto un insegnante sia disposto a dare.

SE LA SCUOLA DI REGGE SULLA CAPACITÀ DI RESISTERE DEI SINGOLI PRIMA O POI SI SPEZZA

E cominciare a chiederci quanto siamo disposti, come società, a fare perché possa dare il meglio di sé. Perché una scuola che si regge sulla capacità di resistere dei singoli prima o poi si spezza. E quando si spezza, non si spezza soltanto un insegnante. Si spezza una relazione. Si incrina una comunità. Si impoverisce un pezzo di futuro. La scuola è un pilastro della società. E i pilastri si sostengono con fondamenta solide.

Forse dovremmo smettere di parlare soltanto delle diciotto ore e cominciare a prendere in considerazione tutto ciò che quelle diciotto ore non raccontano. Gli ostacoli e le difficoltà oggettive da superare e nonostante quelle, tutte le volte in cui un insegnante entra comunque in classe.  Anche quando avrebbe bisogno, lui per primo, di essere sostenuto. Perché se vogliamo davvero prenderci cura delle generazioni future, dobbiamo prima avere il coraggio di prenderci cura di chi ogni giorno prova a educarle.   

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